Almirante, il bando contro i partigiani
e quel processo all’Unità e al Manifesto

Lo chiamarono il “manifesto della morte”. Fu affisso nella primavera del 1944 sui muri delle case in molti paesi dell’alta Toscana che erano sotto l’occupazione nazista. C’era scritto: consegnatevi entro le ore 24 de 25 maggio o sarete fucilati alla schiena. Era rivolto ai soldati italiani sbandati, a quelli che dopo l’8 settembre si erano uniti alla Resistenza e ai partigiani stessi che erano sui monti. Era firmato così: “per il Ministro Mezzasoma capo di gabinetto Giorgio Almirante”. Quel manifesto, ritrovato all’inizio degli anni Settanta negli archivi del Comune di Massa Marittima, pubblicato sull’Unità e sul Manifesto, fu oggetto di un lungo e travagliato processo intentato dal leader del Movimento sociale contro i due giornali e finito con la loro completa assoluzione.

Il titolo dell’Unità del 27 giugno 1971

 

Il pretesto di una riga mancante

A raccontare in un libro questa storia è Carlo Ricchini, per tanti anni capo redattore centrale dell’Unità e imputato in quel processo insieme a Luciana Castellina in quanto direttori responsabili dei rispettivi quotidiani. Il titolo del volume (“L’avrai camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani”, Edizioni 4Punte) riecheggia l’inizio dell’epigrafe dettata da Piero Calamandrei per la lapide in ricordo del partigiano Duccio Galimberti ucciso dai fascisti nel ’44 (“L’avrai, camerata Kesselring, il monumento che pretendi da noi italiani…”). Ricchini ha rimesso insieme tutti i pezzi della storia, ha ritrovato i documenti, ha consultato i verbali delle udienze e i dispositivi delle sentenze. Ha raccontato, con tutti i particolari, la storia di un duello giudiziario che aveva in gioco la verità sulle stragi e sulle esecuzioni fasciste.

Il manifesto, intestato alla “Prefettura di Grosseto, Ufficio di Ps in Paganico”, apparve sui due quotidiani il 27 giugno del 1971. Alle redazioni lo aveva spedito in fotocopia Paolo Cristofolini, docente all’Università di Pisa, che lo aveva avuto da Renzo Vanni, uno storico dello stesso ateneo che stava facendo ricerche per un libro sulla guerra partigiana in Toscana. Il Manifesto, in edicola da appena due mesi, mise la notizia di quel bando firmato da Giorgio Almirante in grande evidenza in prima pagina con un commento di Luigi Pintor.

L’Unità, diretta da Aldo Tortorella, scelse invece l’apertura di seconda pagina con il titolo “Un servo dei nazisti”. Nell’articolo si denunciava: “L’attuale segretario del Msi Giorgio Almirante, che adesso si sciacqua la bocca quotidianamente con un frasario ‘patriottico’ e ‘nazionale’, è stato un servo e un lacchè dei nazisti invasori del nostro Paese”. E più avanti: “Egli firmava questi abietti (e inutili) diktat contro i partigiani in quanto capo di gabinetto del ministro della Repubblica sociale Mezzasoma”.

La riproduzione fotografica del manifesto era diversa sui due quotidiani. Sul Manifesto mancava una riga sostituita da puntini di sospensione, sull’Unità al posto di quei puntini c’era una riga scritta a mano. Fu questo uno dei pretesti a cui si aggrappò Almirante facendo causa per diffamazione contro i due giornali. Ma quel pretesto cadde durante il processo dopo che il sindaco di Massa Marittima spiegò in aula, mostrando l’originale del manifesto, che quella riga non era fotograficamente riproducibile perché era rovinata a causa del modo in cui il foglio fu ripiegato per conservarlo. Era leggibile dal vivo, ma non in foto. Per questo il Manifesto scelse i puntini mentre l’Unità aggiunse a mano il reale contenuto.

Dopo la pubblicazione della notizia sui due quotidiani numerose sezioni del Pci, del Psi e dell’Anpi affissero manifesti nei quali si accusava Almirante di essere un “fucilatore di partigiani”.

 

Giorgio Almirante

L’iniziale benevolenza dei giudici

Almirante scatenò una guerra contro i due giornali che andò avanti per anni. Negò tutto, sostenne che quel manifesto era un falso, cercò persino di posticipare l’inizio del suo lavoro come capo di gabinetto del ministro Mezzasoma. A tratti il segretario del Movimento sociale italiano sembrò avere la meglio grazie alla benevolenza di alcuni giudici che usarono tutti gli escamotage per rallentare il processo. Il giudice Vittorio Occorsio, ricorda Ricchini nel libro, fu uno dei pochi che seguì con attenzione le testimonianze degli imputati e valutò con oggettività le prove portate in aula. Qualche anno dopo, come si sa, quel magistrato, che aveva seguito il processo per la strage di Piazza Fontana, fu assassinato dai terroristi fascisti.

Alla fine Almirante, dopo anni di processo, dovette soccombere davanti alle testimonianze e alle prove che lo inchiodavano. Carlo Ricchini e Luciana Castellina furono infatti assolti. Ma fu un’assoluzione molto ambigua perché nella sentenza si mise in forse il lavoro svolto dai due giornali e si fecero molte elucubrazioni sulla differenza tra “chi firmava” e “chi emetteva” i bandi contro i partigiani. L’Unità non si rassegnò a quella sentenza di assoluzione dimezzata e fece ricorso in Corte di Cassazione. Il Manifesto invece decise di fermarsi lì.

La Cassazione accolse il ricorso del giornale del Pci e annullò la sentenza. Finì che nel 1978 (sette anni dopo i fatti) Carlo Ricchini fu dichiarato non punibile dal Tribunale di Roma e Giorgio Almirante fu condannato al pagamento di tutte le spese processuali e al risarcimento dei danni.

L’Unità del 17 maggio 1978

L’Unità rifiutò il risarcimento dei danni

L’Unità, ricorda Ricchini, non chiese mai i danni, non volle nemmeno una lira da Almirante. Gli bastò aver dimostrato il ruolo svolto dal segretario missino durante la guerra. Gli bastò aver dimostrato che era sua quella firma su un bando in cui si minacciava la fucilazione alla schiena dei partigiani. Gli bastò aver reso giustizia a quelli che furono uccisi dai fascisti. Nel libro Carlo Ricchini ricorda la strage di Niccioleta, frazione di Massa Marittima, dove il 13 e il 14 giugno, proprio dopo la diffusione di quel bando, furono uccisi dai nazisti e dai fascisti ottantatre minatori accusati di collaborazione con i “banditi partigiani”.

“L’avrai camerata Almirante” è un libro che andrebbe letto nelle scuole. Perché racconta un pezzo di storia del nostro Paese, la ferocia e la morte che lo attraversarono prima che la lotta di Liberazione ebbe la meglio sui nazisti e sui fascisti e riportò la libertà nelle nostre strade. Quelle stesse strade che ora qualcuno, ogni tanto, cerca di intitolare all’uomo che, tra le tante altre cose, firmò quel bando in cui c’era scritto: “Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”. Un personaggio che spesso viene ricordato con enfasi dagli esponenti della destra, come Giorgia Meloni, ora diventata leader dei conservatori europei, che qualche mese fa disse che Almirante è stato “un grande uomo che non dimenticheremo mai”.

Per questo è giusto sapere chi è stato Giorgio Almirante. Per questo è giusto ricordare che cosa ha fatto. Per questo è giusto non dimenticare ciò che è accaduto.

 

 

Carlo Ricchini

L’avrai camerata Almirante

Postfazione Emilio Ricci

4punte edizioni