Unione: allarme rosso
L’Europa affonda

Sono ore drammatiche per l’Europa, che si trova in due gravissime emergenze. La prima è quella delle navi cariche di esseri umani, stremati dal lungo viaggio e dalle privazioni, che sono costrette a incrociare nel Mediterraneo perché il governo italiano e quello maltese negano loro l’approdo. Una sofferenza e un pericolo per la vita inflitti a persone innocenti che si configurano come una evidente violazione del diritto marittimo tale da giustificare condanne dei due paesi nelle corti internazionali e, intanto, la disobbedienza civile degli operatori, secondo il principio, riconosciuto dal diritto internazionale, che è legittimo non obbedire a leggi e disposizioni che violino clamorosamente i diritti umani fondamentali.

La seconda emergenza è quella politica. È certo ormai che il cosiddetto prevertice dei leader di 16 paesi, convocato in modi e forme che già costituiscono un vulnus alle regole dell’Unione, non porterà ad alcuna intesa e a questo punto è estremamente improbabile che il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno possa portare più di qualche accordo bilaterale o multilaterale tra singoli paesi, come ha ammesso sconfortata la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il fallimento del vertice rischia di diventare l’inizio di uno sgretolamento dell’Unione europea, lacerata dalle divisioni per la sua incapacità a governare il fenomeno delle migrazioni e minacciata ormai dall’esistenza di un gruppo di paesi, quello di Visegrad, che si configura  come una vero e proprio blocco di boicottaggio dell’Unione (quando non si tratta di incassare i generosi fondi europei).

Nella situazione determinata da queste due emergenze, è importante che si facciano sentire tutte le forze che credono nell’Europa. Queste forze esistono e sono capaci di iniziativa e mobilitazione, come ha dimostrato nelle ore passate la straordinaria manifestazione che si è tenuta a Londra per esprimere ancora una volta il no alla Brexit. E ci sono buoni motivi per credere che, nonostante la resistibile ascesa dei populisti, rappresentino ancora la maggioranza. Non è il momento delle incertezze e dei distinguo: c’è chi sta lavorando per distruggere l’Europa e ha anche la sfrontatezza di dichiararlo apertamente, come ha fatto Matteo Salvini dicendo che tra un anno l’Europa “non ci sarà più”.

È in questo spirito che pubblichiamo l’appello preoccupato che il Movimento europeo ha deciso di sottoporre ai capi di stato e di governo che si riuniranno nel Consiglio europeo. Non si tratta soltanto di una forte presa di posizione politica, ma anche di una traccia di lavoro offerta a tutte le forze democratiche ed europeiste che vengono chiamate alla resistenza.

“L’assenza di una politica europea per la gestione comune delle richieste di asilo e delle migrazioni ha creato gravi problemi interni ai nostri paesi, lacerato gli animi degli europei e fatto emergere ataviche paure con conseguenti e inaccettabili forme di chiusura e di xenofobia.

La crisi umanitaria perdura ed essa appare in tutta la sua drammatica evidenza nelle persone che muoiono nel Mediterraneo e in quelle più numerose che soccombono nel viaggio attraverso il deserto del Sahara mentre gli Stati membri tengono l’Europa in una situazione di stallo ed è evidente da tempo quanto sia urgente e necessaria una risposta europea globale. Essa deve essere fondata su una rinnovata e rafforzata politica di cooperazione e di aiuto nel quadro di un grande piano europeo di investimenti rivolto principalmente all’Africa e articolato su un partenariato pubblico/privato che consentirebbe all’Unione europea di svolgere il ruolo di attore internazionale in un’area dove si gioca il suo futuro politico, economico e culturale.

Tale piano deve essere in grado di favorire uno sviluppo sostenibile e inclusivo, privilegiando le attività generatrici di occupazione e di reddito, la sicurezza ambientale e alimentare, il sostegno alla capacità di buon governo, con un’attenzione alla dimensione demografica sostenendo l’educazione alla genitorialità responsabile e all’empowerment della componente femminile delle popolazioni.

Per questa ragione occorre intensificare il coinvolgimento dei partner socio-economici e delle organizzazioni umanitarie e tener conto del livello di democrazia o di autoritarismo nei paesi del continente dove un notevole numero di Stati è governato da regimi dittatoriali con situazioni drammatiche di corruzione, fame, povertà, disastri ambientali, espropriazione di terre e conflitti tribali.

Tutto ciò è all’origine di grandi movimenti di popolazioni che, in una percentuale assolutamente prevalente, avvengono all’interno dei paesi africani e, solo in una minima parte, verso l’Europa dove i rifugiati sono attualmente poco più di 5 milioni pari all’1% della popolazione europea e l’Italia è al quarto posto in valore assoluto dopo la Germania, la Francia e la Svezia e uno degli ultimi in percentuale sulla popolazione residente con Malta che è al secondo posto dopo la Svezia.

Il salvataggio di chi rischia la vita in mare, fondato sulle Convenzioni delle Nazioni Unite e sui principi dell’Unione europea, è un dovere prioritario e irrinunciabile di tutti i paesi membri. Nell’ipotesi in cui un governo si rifiutasse di rispettare tali doveri, chi opera in mare (guardia costiera, medici, organizzazioni umanitarie…) sarebbero legittimate ad adottare forme di disobbedienza civile.

Gli atteggiamenti di rifiuto e di intolleranza che emergono con crescente intensità, investendo le stesse istituzioni di governo anche in paesi di solida tradizione umanitaria come l’Italia, negano il valore della solidarietà che è alla base dell’Unione europea.

Il rafforzamento della cooperazione dell’Unione europea con i paesi della sponda sud del Mediterraneo (un’area ignorata nel cosiddetto “contratto di governo per il cambiamento” e nel discorso alle Camere del Presidente del Consiglio Conte) sul tema del governo dei flussi migratori – in sé necessario e prezioso – deve accompagnarsi a una vigilanza attenta e rigorosa sul rispetto della dignità umana dei migranti nei paesi di transito.

È necessario e urgente che l’Italia si doti di una legge organica sul diritto di asilo che dia infine attuazione all’art. 10 della Costituzione, andando al di là della decretazione di urgenza e contribuendo alla creazione di un sistema comune in Europa come previsto dall’art. 78 del Trattato di Lisbona. In mancanza di questa legge organica e dunque della certezza del diritto, solo il 10% dei richiedenti asilo ottiene in Italia lo status di rifugiato aumentando il numero degli irregolari che cadono spesso nelle mani della criminalità organizzata.

 

Per affrontare in modo efficace questi problemi serve:

– una vera politica europea che sia in grado di gestire in modo sostenibile il complesso fenomeno migratorio e di graduare opportune formule di accoglienza insieme alla protezione dei diritti. In questo quadro appare necessario istituire una forza europea di controllo delle frontiere esterne sulla base degli art. 33 e 77 del Trattato di Lisbona estendendo e rafforzando le competenze di FRONTEX.

– Una politica che individui le capacità di assorbimento e integrazione dei migranti sul territorio europeo, si faccia carico di affrontare concretamente le multiformi sfide di un corretto inserimento e dell’indispensabile inclusione e riconosca nelle città e nelle aree interne i meccanismi e i motori dell’integrazione perché è tramite le città e le comunità locali che i migranti possono diventare cittadini europei nel quadro di un’evoluzione “federale” del diritto di cittadinanza.

– Una politica che sappia spiegare alle popolazioni le opportunità economiche, sociali e culturali rappresentate dall’arrivo dei migranti, il ruolo positivo di inclusione svolto da strutture come il “sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati” (SPRAR) e il contributo dei cittadini di paesi terzi allo sviluppo di interi comparti produttivi e alla crescita delle piccole e medie imprese. In questo spirito è indispensabile, durante ogni semestre di presidenza del Consiglio, che si svolga un Consiglio “Jumbo” alla quale partecipino i ministri del welfare, degli esteri, degli interni, degli affari europei, dell’educazione e della sanità aperta al dialogo con il Parlamento europeo, con i rappresentanti dei partner sociali, delle comunità locali e regionali e delle organizzazioni umanitarie che si fanno carico delle attività di inclusione e integrazione.

Occorre aprire vie di accesso legali attraverso corridoi umanitari per chi ha diritto all’asilo e percorsi controllati per i migranti economici, tutelare i minori non accompagnati (che rappresentano quasi la metà delle persone che arrivano in Europa e che cercano rifugio nel mondo) e facilitare i ricongiungimenti familiari, accelerare le procedure per la concessione dei visti umanitari e i permessi di protezione temporanea, creare l’Agenzia Europea per l’Asilo e l’Immigrazione, adottare programmi di resettlement obbligatori stabilendo sanzioni per i paesi che non rispettano i loro doveri insieme a una legislazione europea e a leggi-quadro a livello nazionale che superi la frammentarietà del sistema attuale.

Canali di migrazione legale dovranno essere realizzati in relazione alle esigenze economiche nei paesi di origine e di destinazione.

Occorre individuare i beneficiari di protezione internazionale nei paesi dove i movimenti dei richiedenti asilo si addensano, attraverso un sistema di presidi coordinato a livello europeo preferibilmente collocati presso le delegazioni dell’UE nei paesi di transito con il concorso dell’ONU, delle competenti Agenzie internazionali e delle organizzazioni umanitarie, se necessario con la presenza di forze di sicurezza europee in collaborazione con i governi locali e con le organizzazioni regionali e sub-regionali africane.

Se fosse adottata questa proposta le richieste di asilo sarebbero esaminate sottraendo chi si rifugia in quei territori al ricatto delle organizzazioni criminali e dei trafficanti di esseri umani contro cui occorre adottare politiche di lotta europee più efficaci.

Si dovrà garantire successivamente il trasferimento di coloro il cui diritto di asilo sia riconosciuto dal presidio internazionale agli Stati di destinazione, dove poter formalizzare la richiesta d’asilo fissando a livello europeo quote sostenibili di accoglienza obbligatorie e realizzando per gli altri rimpatri volontari assistiti e incentivati nei paesi di origine o l’inserimento, se ve ne siano le condizioni, in canali di immigrazione legali con procedure accelerate.

La revisione del Regolamento di Dublino, inizialmente ratificato dall’Italia nel 2003 successivamente modificato nel 2013, deve essere fondata sul superamento del principio del primo paese di arrivo, su un approccio che consideri la politica migratoria e di asilo come una risposta a un processo strutturale e non a una crisi emergenziale, che tenga conto, quanto ai paesi di destinazione, dell’esperienza professionale e delle aspirazioni dei richiedenti asilo.

Conviene ricordare il lavoro compiuto dal Parlamento europeo e dal Comitato delle Regioni e la lettera dei cinque Stati che si sono opposti, su iniziativa del governo Gentiloni, all’ipotesi di compromesso della Presidenza bulgara che avrebbe legittimato la non-partecipazione all’accoglienza da parte dei paesi più recalcitranti in particolare del Gruppo di Visegrad con cui Matteo Salvini vuole stabilire un asse privilegiato malgrado gli interessi contrapposti a quelli dell’Italia.

La revisione del Regolamento di Dublino lascia aperta la questione della gestione dei flussi dei cosiddetti migranti economici che il Trattato di Lisbona attribuisce alla sola responsabilità degli Stati. In effetti sono stati i governi che hanno deciso, di comune accordo, di essere i soli responsabili nella gestione dei flussi migratori (art. 79 par. 5 del Trattato di Lisbona). Anche per questi occorre una gestione europea dei canali legali di immigrazione”.