Allarme nucleare, si rischia un disastro peggiore di Fukushima

Il 24 febbraio un brivido è corso lungo la schiena di noi europei alla notizia che erano in corso combattimenti intorno alla tragicamente nota ex centrale nucleare di Chernobyl, teatro del più grave disastro del nucleare civile. Combattimenti, con proiettili ed esplosioni intorno al sarcofago che copre tonnellate di uranio e plutonio sepolte nella ex centrale, la più potente e distruttiva delle bombe. Fino alla conquista del sito da parte delle forze russe.

Pensavamo ormai di averle viste tutte. Invece l’escalation è stata esponenziale. L’offensiva di Mosca non ha dato e non dà tregua, con bombardamenti e città sotto assedio anche durane le cosiddette trattative. E nella notte tra il 3 e il 4 marzo si è svolta la più spaventosa delle battaglie: quella per il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Non una qualunque centrale atomica ma la più grande d’Europa, la quinta al mondo, uno dei punti strategici più importanti dell’Ucraina. Sotto i colpi russi è scoppiato un incendio fuori dal perimetro della centrale, spento solo intorno alle sei del mattino. A bruciare sono stati un edificio e un laboratorio, le fiamme non hanno colpito strutture essenziali. Né, come precisato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, sono stati segnalati cambiamenti nei livelli di radiazioni. Almeno per ora. Ma dopo l’incendio i civili nel panico hanno assaltato la stazione dei treni per fuggire dalla città. L’allarme è talmente alto da spingerer il presidente Zelensky a un appello notturno in cui ha chiesto sanzioni più dure contro la Russia e ha convinto l’Onu a convocare un consiglio di sicurezza straordinario.

L’attacco alla centrale nucleare di Zaporizhzhia

Il rischio di un grande disastro europeo

Per capire di cosa parliamo ci viene in aiuto un’analisi tecnica di Greenpeace International, secondo la quale “nello scenario peggiore, in caso di bombardamento accidentale o di un attacco deliberato a Zaporizhzhia, le conseguenze potrebbero essere molto gravi, con impatti su vasta scala peggiori del disastro nucleare di Fukushima nel 2011”. Sarebbe un disastro di scala europea che implicherebbe un allargamento della guerra e che impone subito una reazione ferma e decisa all’Europa e non solo. Altrimenti rischiamo che un domani non ci sia più l‘Europa come la conosciamo oggi. Un pericolo che tocca anche le nostre vite e che va moltiplicato. Perché in Ucraina ci sono 4 centrali nucleari operative in cui sono installati un totale di 16 reattori: 4 a Rivne, a ovest di Kiev, 2 a Khmelnitskiy, a sudovest, 4 nel Sud Ucraina e 6 a Zaporizhzhe, ai confini meridionali della regione del Donbass. E oltre a quelle operative ci sono anche altre 4 centrali atomiche dismesse, fra cui l’impianto di Chernobyl.

Zaporizhzhia è ormai sotto il controllo delle forze russe e gli operai all’interno della centrale lavorano “sotto la minaccia delle armi” informa la Cnn. Intanto l’ambasciata Usa a Kiev ha dichiarato su twitter che attaccare una centrale nucleare costituisce un crimine di guerra.

E finché questo conflitto proseguirà, mi sento di aggiungere, il rischio di un incidente in una delle centrali ucraine resterà in campo. Un motivo in più per lavorare a un cessate il fuoco, per impegnarsi a una riapertura vera del dialogo e a una soluzione negoziale che porti alla fine delle ostilità.

È stato poco saggio, soprattutto da parte dell’Ue, lasciar circolare l’ipotesi di un allargamento della Nato fino alle porte della Russia. Sarebbe stato assai più lungimirante – come chiedeva un appello sottoscritto da autorevoli personalità del mondo dell’informazione, della cultura, della politica e della società civile che ho sottoscritto io stessa – avviare una trattativa per arrivare a condizioni che garantissero la Russia dalla preoccupazione di un accerchiamento e consentissero all’Ucraina di sviluppare la propria autonomia nazionale, in condizioni di indipendenza dai due blocchi. Partendo dall’attuazione dell’accordo di Minsk si sarebbe dovuta negoziare una posizione di neutralità per l’Ucraina, non più avamposto militare dell’Alleanza Atlantica, ma terra d’incontro, ponte tra mondi e culture altrimenti distanti.

Di fronte all’inedita risposta dell’Ue, che per la prima volta nella sua storia ha deciso di inviare armi a un Paese terzo, c’è chi giustamente ha richiamato l’attenzione sulla gravità di questa decisione che è un passo verso la cobelligeranza e che potrebbe portare a un casus belli.
Ciò premesso non bisogna nascondersi che questa è una guerra di aggressione in cui, proprio come scriveva Alex Langer a proposito del conflitto fratricida nella ex Jugoslavia, ci sono aggressori ed aggrediti, criminali e vittime. Non si può restare neutrali, né equidistanti, ma bisogna rispondere alle richieste di aiuto che arrivano dall’Ucraina sotto attacco.
E anche se condivido le aspirazioni alla pace, l’impegno di chi cerca una via diplomatica di uscita da questo conflitto, credo si debba guardare in faccia la realtà. E i punti di non ritorno ormai superati.

Sanzioni anche per le attività energetiche

In questo percorso difficile e urgente, che deve vedere l’Europa impegnata insieme agli Stati Uniti, agli alleati e alle Nazioni Unite, va sostenuta l’Ucraina, vanno accolti i profughi e vanno inasprite le sanzioni economiche. Che dovrebbero comprendere anche le attività energetiche.
In tutto questo l’Italia ha evidentemente un problema in più: la dipendenza dal gas, che fa male non solo alla transizione ecologica e alle bollette, ma che nuoce gravemente anche alla democrazia e ai diritti umani. È una dipendenza tossica che ci costringe a fare compromessi al ribasso sui diritti e a escludere il gas dalle sanzioni. Ma così continuiamo a finanziare la guerra di Putin. Anche per questo è necessario ridurre la nostra dipendenza fossile, con l’obiettivo di arrivare a liberarcene. Il governo, invece, sembra puntare soprattutto su un incremento delle forniture dall’Africa, maggiore utilizzo dei terminali di gas naturale liquido disponibili e in caso di emergenza anche al temporaneo riavvio delle centrali a carbone. Poi nel medio lungo periodo prevede un incremento delle rinnovabili, per le quali sta mettendo in cantiere una semplificazione delle procedure.

L’impressione è che l’esecutivo continui a vederle le rinnovabili come fonti complementari, utili soprattutto per il futuro. Senza capire che puntare sulle fonti pulite ci renderebbe indipendenti e ci aiuterebbe moltissimo nell’affrontare le molteplici crisi di oggi. E senza considerare che le imprese sono pronte per questa sfida. Elettricità Futura, associazione di ambito confindustriale che riunisce le principali aziende del settore elettrico, ha chiesto a Governo e Regioni di autorizzare entro giugno 60 GW di nuovi impianti rinnovabili, che è pronta a realizzare in tre anni investendo 85 miliardi. E grazie ai quali potremmo risparmiare circa il 20% del gas importato. Rinnovabili, risparmio ed efficienza energetici, sistemi di accumulo, smart grid, generazione diffusa, autoproduzione e innovazione sono la risposta giusta alle crisi climatica, economica e democratica che stiamo vivendo. Una trasformazione del modello energetico in questa direzione ci renderebbe liberi di reagire come sarebbe giusto alle violazioni del diritto non solo da parte della Russia, ma anche dell’Egitto, della Libia, e delle altre dittature.

Rossella Muroni è ecologista e deputata di FacciamoECO