Allargamento dell’Unione europea, quattro pericoli da evitare

Quando fu raggiunto l’accordo su quello che sarebbe stato il Next Generation EU (NGEU), un piano e non solo un fondo per aiutare le economie dei paesi membri dell’Unione europea (Ue) colpiti dagli effetti della pandemia – l’allora ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz ebbe l’imprudenza di chiamarlo “un momento hamiltoniano” sottacendo il fatto che la condivisione dei debiti di guerra delle ex-colonie britanniche avrebbe aperto la strada agli Stati Uniti d’America e che dall’altra parte dell’Atlantico il provvisorio debito contratto dalla Commissione europea dovrà invece essere rimborsato dagli Stati membri a partire dal 2027 nell’assenza ormai probabile di una vera capacità fiscale dell’Unione europea e che quindi il NGEU non avrebbe aperto la strada agli Stati Uniti d’Europa.

All’indomani della decisione del Consiglio europeo del 23-24 giugno di attribuire lo status di candidato all’Ucraina e alla Moldova e di gettare le basi per l’attribuzione di tale status alla Georgia, il presidente ucraino e la presidente della Commissione europea hanno parlato simultaneamente di “momento storico”.

Sono passati poco meno di venti anni da quando il Consiglio europeo di Salonicco sotto presidenza greca e la Commissione europea presieduta da Romano Prodi avevano elencato i paesi “vicini” che non avevano “vocazione a entrare nell’Unione europea” inserendo nell’elenco proprio l’Ucraina, la Moldova e la Georgia.

La guerra alle porte

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Dnipro in Ucraina, vi è stata prima la rivoluzione arancione nel 2004, poi un lungo periodo di corruzione e di ingovernabilità, quindi la proposta di accordo di associazione fra l’Ucraina e l’UE che il presidente ucraino Janukovyč si rifiutò di firmare provocando la cosiddetta rivoluzione pro-europea sulla piazza Maidan (Euromaidan) nel 2014 a cui seguì l’occupazione della Crimea da parte della Russia, gli accordi di Minsk mai rispettati da Russia ed Ucraina, l’elezione di Zelensky, la decisione al vertice della NATO di Bruxelles nel giugno 2021 di apertura ad una futura adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica e infine l’aggressione della Russia nella notte del 24 febbraio 2022 che viola le frontiere dell’Ucraina e la sua indipendenza.

La guerra alle porte dell’Unione europea, combattuta sul terreno ma anche usando tutti gli strumenti della disinformazione e della propaganda sui social dall’aggressore e dall’aggredito, ha provocato uno sconvolgimento all’interno dell’Unione europea rompendo alleanze come quella nata nel 1991 nel cosiddetto gruppo di Visegrád, rovesciando la tradizionale politica della difesa tedesca e spingendo i paesi formalmente neutrali nell’Unione europea come la Finlandia e la Svezia a chiedere improvvisamente l’adesione alla NATO.

Proprio la NATO, che era stata definita da Emmanuel Macron nel 2021 in una situazione di morte cerebrale, ha subito dall’aggressione russa un elettrochoc ed è diventata di nuovo il punto di riferimento dell’Occidente in quella che era stata fino al 1989 la guerra fredda fra l’imperialismo sovietico e l’egemonia statunitense.

L’Ucraina e la NATO

Nella prospettiva dell’ancora molto eventuale apertura di negoziati di pace uno degli elementi del compromesso potrebbe essere la rinuncia dell’Ucraina alla domanda di adesione alla NATO ma quest’ipotesi sembra osteggiata da Washington che avrebbe spinto Kiev ad interrompere i primi incontri fra ucraini e russi ed è apertamente negata dal segretario generale dell’Alleanza Atlantica che ha invitato Zelensky al vertice di Madrid alla fine del mese.

Le conclusioni – per molti inattese. del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno – sulla futura adesione di Ucraina e Moldova all’Unione europea richiederebbero una riflessione più approfondita di quella frettolosamente diffusa da quasi tutta la stampa europea.

Il primo elemento riguarda il segnale politico che l’Ucraina ha insistentemente chiesto e finalmente ottenuto dall’Unione europea sulla concessione dello status di candidato. E però, se si legge con attenzione l’art. 49 del Trattato di Lisbona – che ha solo parzialmente modificato lo stesso articolo del Trattato di Maastricht – si deve concludere

– che le condizioni per l’adesione non prevedono l’attribuzione da parte del Consiglio europeo dello status di candidato;

– che lo Stato richiedente deve essere già in condizione di rispettare i valori dell’Unione e di impegnarsi a promuoverli al momento della domanda di adesione;

– che sulla domanda di adesione i parlamenti nazionali e il Parlamento europeo “sono informati” ma non debbono necessariamente aprire un dibattito essendo stata respinta l’idea avanzata nella Convenzione sulla costituzione europea di negoziare preliminarmente un “trattato internazionale” da far ratificare a livello nazionale al fine di essere oggetto di una decisione democratica incontestabile

– che a partire da questa informativa parlamentare si aprono i negoziati per l’adesione condotti dalla Commissione su mandato del Consiglio tenendo conto che il Consiglio europeo è chiamato ad approvare dei “criteri di eleggibilità” sulla base delle condizioni dettate al Consiglio europeo di Copenaghen (democrazia, economia di mercato e capacità di integrarsi nel patrimonio della legislazione europea) che fra questi criteri vi è anche la capacità dell’Unione di adattarsi ad una dimensione allargata.

Il secondo elemento riguarda le condizioni in cui si aprono le prospettive dell’allargamento all’Europa orientale, in cui si sono aperti o si apriranno i negoziati con i Balcani occidentali e che sono stati alla base dell’ambiguità su cui si sono basati i negoziati per il “grande allargamento” all’Europa centrale avvenuto fra il 2004 e il 2013.

L’Europa orientale

Il processo di integrazione europea è nato agli inizi degli anni ’50 per superare la divisione dell’Europa in Stati-nazione in una dimensione sopranazionale e nella prospettiva di gettare le basi di una futura federazione europea. Gli strumenti per realizzare l’integrazione erano economici ma l’obiettivo era politico. Già il primo allargamento nel 1973 a Regno Unito, Irlanda e Danimarca – che fu accompagnato dal binomio deepening/enlarging – fu pesantemente condizionato da questa ambiguità così come fu l’allargamento nel 1995 ad Austria, Finlandia e Svezia. Ma come sappiamo, né nel 1973 né nel 1995 l’allargamento fu preceduto/accompagnato/seguito dall’indispensabile approfondimento.

Ambiguità

L’ambiguità è divenuta più profonda – e talvolta insostenibile – con l’allargamento all’Europa centrale e rischia ora di disintegrare l’Unione con i negoziati di adesione rivolti ai Balcani occidentale e all’Europa orientale se non sarà affermato senza ambiguità il principio secondo cui l’ingresso nella famiglia europea non risponde all’obiettivo rivendicato dai nuovi paesi di costruire o ricostruire delle nazioni (nation building o rebuilding) ma alla scelta di una sovranità condivisa.

Il terzo elemento riguarda la decisione di rinviare sine die il processo di revisione del Trattato di Lisbona firmato nel 20707 e di affossare sostanzialmente l’idea di Emmanuel Macron di una “comunità politica europea” (o la Confederazione di Enrico Letta) con la conseguenza di aprire la via a nuovi allargamenti e chiudere la via all’approfondimento.

Il quarto elemento è l’ipocrisia diffusa in tutta l’Unione europea secondo cui all’accelerazione dell’attribuzione dello status di candidato all’Ucraina (e alla Moldova) farebbe seguito un’accelerazione delle procedure di adesione violando tutti i principi che sono posti alla base dell’appartenenza all’Unione europea.