Chi si occupa del futuro industriale dell’Italia?

La ripresa dell’attività industriale dopo un decennio di difficoltà è alla base del miglioramento dell’economia italiana nell’ultimo anno e della revisione al rialzo da parte del Fondo Monetario Internazionale delle stime di crescita del nostro Pil (più 1,6% nel 2017, più 1,4% nel 2018). Il nostro Paese beneficia di un export record delle cosiddette “multinazionali tascabili”, di un rinnovato dinamismo del tessuto produttivo, di politiche d’innovazione come appare “Industria 4.0”, ma non sfrutta ancora pienamente le potenzialità industriali né coglie tutte le opportunità offerte dalla ripresa internazionale. Pur essendo il secondo Paese manifatturiero in Europa il nostro tasso di crescita resta ancora lontano dalla media dell’Eurozona (più 2,4%) e di quello della Germania (più 2,5%) nostra concorrente e partner in molti settori produttivi.

I progressi dell’industria e del Pil, nonostante la Confindustria offuscata dalla propaganda avesse previsto una nuova terribile recessione in caso di vittoria del “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, potrebbero diventare una base di partenza per politiche coerenti di sviluppo e di occupazione. Ma questi argomenti, a partire dalla politica industriale, sono per il momento quasi del tutto assenti, comunque marginali, in una campagna elettorale che si caratterizza per slogan insostenibili e promesse improbabili. Eppure la prossima vendita dell’Alitalia, il caso Ilva, le scorribande di Vincent Bollorè in Telecom, il ruolo dei giganti pubblici Eni, Enel e Finmeccanica, la partita dei nuovi assetti radiotelevisivi e dell’industria della comunicazione, sono tutti temi che dovrebbero entrare a pieno titolo nel dibattito di questi giorni.

Un’idea di un nuovo discutibile approccio emerse all’inizio della passata legislatura. Matteo Renzi, all’esordio da premier, era stato sospettato di rappresentare addirittura un “colbertismo” di ritorno dopo aver sollecitato Enel, controllata dallo Stato, a investire nella banda ultralarga invadendo il campo di Tim (già Telecom Italia). Poi il governo condivise la scelta di Finmeccanica di cedere ai giapponesi di Hitachi il controllo di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, due società industriali pubbliche di grande rilevanza, per concentrarsi nell’aerospazio, nella difesa e sicurezza. La vivacità del primo Renzi aveva fatto sperare in un maggior protagonismo della Cassa Depositi e Prestiti, del suo Fondo Strategico, per valorizzare le eccellenze e difendere i nostri campioni nazionali. Di queste promesse si è visto poco, gli stranieri hanno continuato a far shopping in Italia e la Cassa è rimasta a guardare, certo non ha usato il suo formidabile arsenale. La regia pubblica sull’industria in realtà si è spesso limitata, nella strategia renziana, nell’occupazione delle poltrone e nei regali alle imprese (incentivi, credito d’imposta su ricerca e sviluppo, riduzione Ires e Irap) in cambio di un’occupazione in larghissima misura precaria e di un taglio netto alle garanzie storiche conquistate dai lavoratori, una rottura che probabilmente spiega anche il calo dei consensi per il Pd.

L’arrivo di Carlo Calenda al ministero dello Sviluppo economico ha portato un po’ di aria fresca, anche per le sue capacità dialettiche e polemiche. Il ministro ha tutelato gli interessi di Fincantieri nell’acquisizione del polo francese di Saint Nazaire, anche se la soluzione finale con Parigi è un compromesso ambiguo per il futuro; ha minacciato l’uso del golden power contro i francesi in Telecom; ha difeso anche Mediaset oggetto di scalata di Vivendi; si è scontrato con gli amministratori pugliesi che col ricorso al solito Tar vogliono bloccare la cessione dell’Ilva. Ha anche preso posizione a favore dei lavoratori di Almaviva vittime di “licenziamenti mascherati”. Calenda non si presenta alle elezioni, ma è probabile che avrà un ruolo del prossimo esecutivo, sia di centrosinistra sia di ventilate larghe intese, quando ci sarà certo bisogno di una politica industriale coraggiosa.

L’industria italiana si trova oggi in una situazione certamente migliore degli anni della crisi, con aree di eccellenza e di successo e altre zone invece ancora in difficoltà. A fronte di Ferrero che conquista l’America con acquisizioni miliardarie ci sono centinaia di tavoli di crisi aperti con migliaia di posti di lavoro in pericolo. Marchionne annuncia risultati record e investimenti a Detroit come vuole Donald Trump, ma negli impianti italiani della Fiat i dipendenti non sono tornati tutti al lavoro. La Pirelli è diventata cinese e negli ultimi giorni anche Yoox, il portale per le vendite on line di moda inventato da un italiano che ha avuto un formidabile successo, è passato a una multinazionale svizzera.

Si dice che in questa economia globalizzata è inutile difendere le aziende nazionali, meglio lasciarle andare, farle diventare grandi anche in mano ad altri. Si proclama che lo Stato deve uscire da tutto e lasciare mano solo ai privati, che il governo deve intervenire il meno possibile. Sicuri? Poi arriva Trump alla Casa Bianca e annuncia che la sua politica industriale sono i dazi alle importazioni. E il mondo che ci hanno raccontato negli ultimi trent’anni scompare. Forse in campagna elettorale i partiti potrebbero offrire qualche riflessione e qualche ricetta di politica industriale, tema ostico ma vitale per il futuro del Paese.