Aldo Natoli e Lucio Lombardo Radice, gli epistolari dalle carceri fasciste

Nel presentare Doppio diario del fratello Giaime, Luigi Pintor espresse dubbi che possono valere anche per la pubblicazione delle lettere dal carcere di Aldo Natoli e di Lucio Lombardo Radice: “Se ogni pubblicazione postuma è per sua natura un arbitrio, in questo caso l’arbitrio somiglia a un abuso. Queste infatti sono carte private, conservate solo con intenzione affettuosa, lettere giovanili e notazioni biografiche che non furono scritte per essere stampate, non almeno in questa forma. E nessuno ci ha autorizzato a farlo”. Non si tratta di considerazioni oziose, dettate da un eccesso di premura, ma di avvertenze da non trascurare quando ci si accosta a documenti di questo genere. È sempre un bene che prevalga il riconoscimento del loro valore storico, del significato culturale e politico, e che chi conserva le carte vinca ogni dubbio. Claudio Natoli ha vinto i dubbi suoi e dei familiari e ci ha consegnato uno dopo l’altro, due volumi di lettere che arricchiscono la “collezione” di epistolari di detenuti antifascisti e illuminano le biografie giovanili di due eminenti figure di intellettuali, protagonisti della lotta antifascista dalla fine degli anni Trenta e della cultura e della politica italiana nel dopoguerra. Sono due epistolari strettamente familiari – custoditi per ottanta anni e più dagli scriventi e dai loro eredi – che ci rimandano alla politica e alla moralità dell’impegno politico sotto il fascismo. Le annotazioni di Claudio Natoli ai due volumi sono ricche e indispensabili; i saggi introduttivi costituiscono uno speciale approfondimento del suo lavoro di ricerca sugli intellettuali antifascisti.

Aldo Natoli
Aldo Natoli a Castelgandolfo (agosto 1938). Foto di Lore Popper

Tra i documenti e le memorie dell’antifascismo, le corrispondenze dal carcere e dal confino, nonostante la fortuna di alcune raccolte, non hanno goduto di significative iniziative editoriali. Le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci si sono imposte, appena due anni dopo la Liberazione, come opera rivelatrice, sino a diventare un classico della letteratura, e hanno forse inibito la pubblicazione di altri epistolari. Se ogni volume di lettere di condannati dal Tribunale speciale fascista è stata una rivelazione, non si può dire che ci sia stata la valorizzazione che questi documenti meritano. Neppure con le lettere della prima generazione di antifascisti si è fatto abbastanza. Il ricco epistolario di Francesco Lo Sardo, le lettere dal carcere e dal confino di Camilla Ravera, di Umberto Terracini e di Sandro Pertini restano eccezioni. Della successiva generazione, del tutto particolare è il caso delle Lettere della giovinezza di Vittorio Foa, che egli stesso decise di rendere pubbliche.

Gli epistolari ci restituiscono le vite in carcere in maniera sorprendente e allo stesso tempo assai parziale. Va contenuta la tentazione di leggerli come romanzi epistolari e neppure vanno giudicati misurando la quantità di verità rivelate. Ai familiari andavano in gran parte taciute le proprie condizioni materiali e morali e nessun riferimento era lecito a proposito della vita vissuta insieme agli altri detenuti politici. Lo si può evincere leggendo le pagine scritte da Aldo Natoli dopo il ritrovamento del registro delle punizioni del carcere di Civitavecchia (Il registro) – opportunamente ripubblicate – in cui ricordò la quotidianità, i soprusi, i patimenti e soprattutto le lezioni apprese durante la convivenza con gli altri prigionieri, per lo più provenienti dalle classi popolari. La corrispondenza era sotto il controllo dei carcerieri e in più prevaleva da parte dei detenuti la volontà di trasmettere notizie rassicuranti, in grado di contenere paura e disperazione dei familiari; il messaggio consolatorio imponeva un significativo occultamento della realtà attraverso continue omissioni. Dall’altra parte, c’era sempre un corrispondente che non era in grado di figurarsi, nel bene e nel male, che cosa significasse vivere in prigione. Eppure, ciò che emerge dagli epistolari resta pur sempre illuminante e le lettere dei detenuti politici si rivelano fonti insostituibili per la ricostruzione della storia dell’antifascismo, oltre che testi in grado di offrirci pagine della migliore letteratura.

Lucio Lombardo Radice con il padre Giuseppe, la sorella Giuseppina e la madre, Gemma Harasim, a Orvieto (1935)
Lucio Lombardo Radice con il padre Giuseppe, la sorella Giuseppina e la madre, Gemma Harasim, a Orvieto (1935)

Sulla storia dell’antifascismo romano disponiamo di studi accurati (rimane utilissimo il libro di Albertina Vittoria su Antonio Amendola, Intellettuali e politica alla fine degli anni ’30), di autobiografie e di abbondanti testimonianze, che si sono susseguite per oltre un sessantennio, ma non di raccolte documentarie da poter mettere accanto al Doppio diario di Pintor e alle Lettere e taccuini di Regina Coeli di Mario Alicata. Insieme alle preziose lettere, questi due volumi ci offrono un quadro più esauriente sulle esperienze del primo gruppo romano, di cui Natoli e Lombardo Radice facevano parte, e ripropongono un grande tema della storia italiana della seconda metà degli anni Trenta: gli itinerari individuali e collettivi della giovane generazione di intellettuali che intraprese la lotta antifascista prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Una generazione di figli della borghesia che ruppe gli indugi e compì scelte irreversibili. In molte di queste famiglie, l’ostilità al regime era maturata da tempo, ma la frattura fu comunque netta e traumatica. Questi giovani borghesi potevano trovare riferimenti eroici in un passato lontano, nei patrioti del Risorgimento, nel pensiero e nell’azione dei politici e degli intellettuali del 1848, nei prigionieri finiti a Santo Stefano e nelle carceri austro-ungariche; potevano immaginare di proseguire il cammino dei padri, ma erano consapevoli di aver compiuto scelte ben più radicali e compromettenti. La “scelta di vita” compiuta da Giorgio Amendola, quattro anni dopo la morte del padre, fu quella più precoce e sintomatica; rimane il caso più eclatante, nonché il modello a cui si ispirarono coloro che qualche anno dopo aderirono al Partito comunista. Per chi passò dall’antifascismo al comunismo la “conversione” fu determinata dal disfacimento della coscienza borghese. L’insegnamento dei padri, l’educazione familiare, la radicata cultura democratica ebbero un ruolo importante, ma si trattò in ogni caso di scelte determinate allo stesso tempo dal germogliare di nuovi valori e dalla volontà di essere conseguenti.

La storia dell’antifascismo romano mostra percorsi individuali ed esperienze di gruppi che rendono assai evidente il legame tra l’antifascismo anteguerra e la Resistenza. Nel rileggere la crisi del fascismo e nel valutare il ruolo preminente assunto dal partito comunista, va tenuta ben presente l’attività svolta da questi piccoli raggruppamenti di intellettuali sul finire degli anni Trenta, va seguito il loro processo di formazione sino all’allargarsi di questi gruppi variamente collegati tra loro, sempre più attivi nel corso della guerra e poi nei nove mesi che vanno dal settembre del 1943 al giugno 1944.

Storia corale di una famiglia antifascista è il sottotitolo delle lettere di Aldo Natoli scritte dal carcere giudiziario di Regina Coeli e da quello di Civitavecchia, dal dicembre 1939 al dicembre 1942. Di storia familiare si tratta poiché l’epistolario (oltre 180 lettere) è arricchito dalle ampie citazioni tratte dalle circa ottocento lettere inviate durante il periodo di detenzione da vari membri della famiglia: i genitori Adolfo e Amelia, la fidanzata e futura moglie Mirella De Carolis, il fratello Ugo, la sorella Elsa e il cognato Francesco, i nipoti, Giuliana, Clelia ed Enzo (il futuro storico Enzo Collotti, che ha collaborato alla cura del volume).

Purtroppo, non sono state rinvenute le lettere ricevute da Lucio Lombardo Radice. Le 119 lettere scritte anch’esse da Regina Coeli e da Civitavecchia, tra il dicembre 1939 e quello del 1941, alla madre Gemma Harasim, e alle sorelle Giuseppina e Laura ci offrono un sorprendente autoritratto e allo stesso tempo lasciano intravedere la determinazione delle tre donne, la loro spiccata personalità, mentre lo sostengono e tengono in vita un difficile dialogo che non ci è dato conoscere nella sua interezza.

Se il riserbo degli scriventi e dei familiari va rispettato in ogni caso, oggi è più agevole sollecitare il recupero e la pubblicazione di altri epistolari di antifascisti. È bene che vedano finalmente la luce le lettere dal carcere di Umberto Terracini alla sua compagna Alma Lex, quelle di Scoccimarro ai familiari, rinvenute di recente. È auspicabile l’avvio di un nuovo lavoro di ricerca sulle esperienze vissute dai prigionieri politici italiani dalla promulgazione delle leggi eccezionali in avanti. Intanto, i due volumi curati da Claudio Natoli offrono un modello e anche uno stimolo alla raccolta di altri epistolari.

Aldo Natoli, Lettere dal carcere 1939-1942. Storia corale di una famiglia antifascista, a cura di Claudio Natoli, con la collaborazione di Enzo Collotti, Viella 2020, pp. LVI-357.

Lucio Lombardo Radice, Da Regina Coeli a Civitavecchia. Lettere dal carcere 1939-1941, a cura di Claudio Natoli, Viella 2021, pp. L-188.

 

 

I due volumi saranno presentati a Roma oggi 27 aprile alle ore 17 presso la sala “Monsignor Luigi di Liegro” di Palazzo Valentini in via IV Novembre 119/A.  Partecipano Carlo Felice Casula, Francesco Giasi, Simona Lunadei, Mariuccia Salvati. Sarà presente il curatore Claudio Natoli. Porteranno i loro saluti Pierluigi Senna, vicesindaco della Città metropolitana di Roma Capitale e Miguel Gotor, Assessore alla Cultura di Roma Capitale