Al vertice di Bruxelles si decide
sui fondi, ma la posta in gioco
è il futuro dell’Unione

La posta sono molti miliardi per far fronte alle enormi necessità di soldi per ricostruire sulle macerie della pandemia e il modo in cui queste risorse dovranno arrivare: aiuti gratuiti o prestiti? E poi: più gli uni o più gli altri? Ma a Bruxelles, in queste ore, si sta giocando anche un’altra partita, per tanti versi ancora più importante perché riguarda il futuro dell’Unione europea, i suoi assetti di potere, le sue prospettive future. Il vertice dei capi di stato e di governo si è aperto, ieri, in una situazione del tutto nuova rispetto ai Consigli europei del passato. Per la prima volta si negozia fra gli stati sulla base di un principio, accettato da tutti e che nessuno ha la forza (ammesso che ne abbia la volontà) di rimettere in discussione: la condivisione del debito. I soldi che arriveranno saranno il frutto di obbligazioni emesse dalla Commissione europea e garantite dal bilancio comunitario, che a sua volta dovrà essere adeguato alle necessità. Quello che si sta discutendo da ieri mattina, nella prima riunione vera, in carne ed ossa, dei massimi leader dell’Unione dopo la lunga quaresima delle quarantene, è se andare avanti su questa strada, che è la strada di una vera e propria europeizzazione delle politiche, oppure tornare indietro ai vecchi vizi degli interessi nazionali tra i quali cercare ogni volta sempre più faticosi compromessi.

Logica intergovernativa

Questa è l’alternativa e al Consiglio europeo ha preso la forma di uno scontro su chi dovrà avere l’ultima parola, quella decisiva, su chi e quanto e come dovrà ricevere i soldi ricavati con i bond europei. C’è un fronte che vuole mantenere la vecchia logica intergovernativa: a decidere sulla validità e sulla coerenza dei piani di investimenti che tutti i paesi dovranno presentare per ricevere le risorse da spendere dovrà essere il Consiglio, ovvero l’organo collegiale dei governi. La versione più dura e pura di questa concezione è stata rappresentata plasticamente, a Bruxelles, dal premier olandese Mark Rutte, secondo il quale non solo il giudizio dovrebbe spettare ai rappresentati dei governi, ma per l’approvazione di ogni piano nazionale dovrebbe valere l’unanimità. In pratica, rovesciando la prospettiva, sarebbe come garantire ad ogni governo un potere di veto. Puro estremismo intergovernativo, probabilmente buttato là tanto per alzare la posta. Tant’è che nessun altro del fronte filointergovernativo (sarà meglio d’ora in poi rinunciare all’espressione “paesi frugali” che non rende affatto la sostanza dei diversi atteggiamenti dei diversi governi di quel fronte) ha ritenuto di condividerlo, cosicché, salvo improbabili sorprese di una riesumazione da parte di qualcun altro, la proposta Rutte è stata subito fuori dal tavolo.

Ma se la provocazione non ha avuto seguito, il suo spirito continua ad aleggiare sulla riunione. La questione di chi avrà l’ultima parola sui piani nazionali resta pericolosamente in discussione. Certo, il fronte dei paesi coerentemente europeisti, schierati sulla linea che quel compito spetti in ultima istanza alla Commissione, sulla carta è molto forte, non fosse perché comprende tutti e quattro i big dell’Unione: Germania, Francia, Italia e Spagna. E tra i quattro il peso specifico della Germania è ancora più forte, non solo per la sua potenza economica e politica e per il fatto che esercitando la presidenza di turno del Consiglio ha un potere di iniziativa che la cancelliera Merkel ha mostrato di voler utilizzare, anche forzando un po’ la mano, ma anche perché è stata proprio l’insperata (un tempo) conversione tedesca alle ragioni della condivisione del debito che ha sbloccato la situazione e, insieme con l’iniziativa del presidente francese Macron e l’ottimo lavoro dei governi di Roma e Madrid, ha posto le condizioni perché la Commissione guidata da Ursula von der Leyen potesse presentare il suo piano “Next Generation EU”.

L’atteggiamento di Angela Merkel

Resterà tetragona la cancelliera? Se si dovesse giudicare dal suo atteggiamento e dalle sue dichiarazioni degli ultimi tempi, si sarebbe portati a pensare di sì. Ma non va dimenticato il peso che nella politica tedesca hanno, soprattutto nei due partiti democristiani, quelli che la pensano proprio come l’olandese Rutte e c’è anche una buona porzione di opinione pubblica conservatrice che tende a considerare l’Italia come l’amabile bel paese in cui fioriscono non solo i limoni, che piacevano a Johann Wolfgang Goethe, ma anche i debiti, che non piacciono per niente ai vedovi dell’austerity e delle durezze in fatto di disciplina di bilancio (degli altri) impersonate a suo tempo da un altro Wolfgang, il fu ministro delle Finanze Schäuble.

Fino ad ora Frau Merkel ha parlato molto in privato con gli altri leader, a cominciare dal nostro Giuseppe Conte, ma poco in pubblico e in quel poco che ha detto s’è capito che tenterà una mediazione – “difficilissima”, ha detto –  perché sulla questione non si arrivi a una rottura. Perché anche se passerà il giusto principio che dev’essere la Commissione a sindacare sui piani nazionali dei paesi, comunque un voto in Consiglio ci dovrà essere e, scontato che non ci sarà l’unanimità, bisognerà comunque garantire una maggioranza qualificata, ricorda la cancelliera. Preludio di una qualche disponibilità al compromesso? In ogni caso avrebbe assicurato al capo del governo di Roma l’appoggio pieno di Berlino, che apprezza “la straordinaria disciplina” con cui in Italia è stata gestita l’emergenza.

Si vedrà nelle prossime ore come verrà sistemata la questione e dal modo in cui ciò avverrà dipenderà il giudizio sul buono o cattivo esito del vertice di Bruxelles. Per il resto, altrettanto difficile si presentava, ieri, il negoziato sulla quantità delle risorse da mettere in campo. Il fronte dei risparmiatori qui è più debole perché nelle ultime ore si è andata manifestando una spaccatura tra gli ex cosiddetti “frugali” (Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Austria) e la pattuglia dei paesi del gruppo di Višegrad. Rutte, in questo caso unendo ai propositi risparmiosi un sano pregiudizio democratico, ha chiesto che polacchi e ungheresi prima di ottenere i soldi diano testimonianze di ravvedimento a proposito delle ultime, gravi, scivolate in materia di rispetto dei princìpi democratici sulle quali si allunga l’ombra dei procedimenti punitivi in base all’articolo 7 del Trattato. Gli intergovernativisti (bisognerà trovare presto un termine meno arzigogolato per definirli) annunciano battaglia, più che sull’ammontare delle dotazioni del Fondo sul rapporto tra prestiti (loans) e contribuzioni a fondo perduto (grants) che vorrebbero molto più favorevole ai primi. Il fronte opposto ha l’arma di una possibile ritorsione, evocata soprattutto dagli italiani: l’eliminazione dei cosiddetti “rebates”, ovvero gli sconti sui contributi al bilancio comunitario per i paesi meno favoriti nell’erogazione di fondi agricoli che vennero decretati a suo tempo dopo i famosi “I want my money back” di Margaret Thatcher. Si tratta di sconti per 5 o 6 miliardi ai Paesi Bassi, alla Svezia, alla Danimarca e a qualche altro paese che ormai non hanno più ragione di esistere visto che le sovvenzioni agricole in generale non hanno più il peso che ebbero in passato.

Evidenti debolezze

È possibile che il negoziato, che se si appaleserà qualche prospettiva di successo potrebbe essere prolungato fino a domenica sera, si concluda con qualche modesto aggiustamento delle cifre e del rapporto loans-grants che sono circolate finora prima nel piano Macron-Merkel e poi nelle proposte della Commissione. È un rischio che il governo italiano ha denunciato apertamente sostenendo che non sarebbe pronto ad accettare ridimensionamenti.

Una posizione forte, che lo sarebbe molto di più se non fosse inficiata da certe evidenti debolezze con cui l’Italia è arrivata a questo importante appuntamento brussellese. La prima, e più grave, è la confusione politica in cui si è sviluppato il dibattito sulla adesione al MES. Il rifiuto preconcetto dei 36 o 37 miliardi che l’Italia potrebbe ottenere e impiegare subito per spese sanitarie è difficile da spiegare ai partner nel momento in cui si fa fuoco e fiamme per ottenere il più presto possibile le prime tranche del Recovery Fund. L’argomento secondo il quale l’adesione al MES potrebbe essere giudicato un segnale di debolezza e scatenare speculazioni sui mercati viene giudicato per quello che è: una sciocchezza basata sulla bizzarra idea che gli operatori sui mercati non conoscano il livello del debito italiano e non sappiano che quei soldi, comunque, l’Italia li dovrà reperire, e a tassi ben più elevati. La seconda debolezza sono le turbolenze politiche e le divisioni nella maggioranza che hanno bloccato nelle commissioni in parlamento la prima bozza del piano nazionale di investimenti che gli altri paesi, invece, hanno fatto già arrivare alla Commissione Ue.