Consiglio europeo:
è scontro aperto
sui vaccini

Sulla questione vaccini è scontro tra i governi europei. Il vertice in teleconferenza che secondo il calendario ufficiale avrebbe dovuto proseguire anche oggi si è chiuso ieri sera in un clima piuttosto teso e reso anche alquanto confuso dalle incertezze che circondano quei misteriosissimi 29 milioni di fiale di AstraZeneca scoperte ad Anagni, che in queste ore – hanno fatto sapere fonti della Commissione – sarebbero in viaggio verso il Belgio.

L’attesa per l’intervento di Joe Biden, che era programmato per ieri sera a tarda ora, si è invece alquanto affievolita perché il presidente americano aveva tenuto poche ore prima la sua prima conferenza stampa ufficiale alla Casa Bianca, offrendo ai media di tutto il mondo qualche buona ragione di dubitare sulla sensatezza della gestione delle comunicazioni tanto a Washington quanto a Bruxelles. I leader si sono occupati anche dei rapporti con la Turchia, con un atteggiamento che ha sorpreso spiacevolmente molti osservatori. Il comunicato finale, infatti, secondo le indiscrezioni conterrebbe una vera e propria apertura di credito, in senso figurato e in senso molto concreto (soldi), verso Ankara, nonostante tutti i dubbi verso la politica aggressiva dei mesi e delle settimane scorse e all’indomani dell’ennesimo schiaffo di Erdoğan allo stato di diritto assestato con il ritiro dalla convenzione internazionale sulla violenza contro le donne.

Il comunicato affermerebbe anche la volontà di rafforzare la cooperazione, “in particolare nella protezione delle frontiere e nella lotta alle migrazioni illegali”. Detto in parole chiare, i governi europei vogliono continuare a pagare la Turchia perché continui a tenersi i profughi che altrimenti cercherebbero di raggiungere l’Europa attraverso la Grecia e la rotta balcanica. Con tanti saluti alle ragioni dei diritti umani e della democrazia.

Ma veniamo alla questione centrale, i vaccini. I capi di stato e di governo avrebbero dovuto cercare di risolvere i problemi di approvvigionamento, con i contrasti crescenti con le aziende fornitrici, soprattutto AstraZeneca, e quelli relativi alla distribuzione di quello che è già disponibile.

Pessimo inizio

Si è cominciato malissimo con il capo del governo austriaco Sebastian Kurz che, dicendo di parlare a nome dei paesi dell’Europa centrale (in realtà il suo e quelli del gruppo Visegrád), ha contestato il criterio della distribuzione basata sulla consistenza della popolazione dei vari paesi che è stato adottato dalla Commissione. Secondo austriaci, ungheresi, cechi e polacchi (dalla geografia dell’Europa centrale di Kurz è scomparsa la Germania) bisognerebbe adottare invece il criterio delle difficoltà in cui si trovano i paesi sul fronte delle ospedalizzazioni e della diffusione del virus.

La pretesa del blocco Visegrád più Austria è stata respinta da tutti gli altri. Ma subito dopo si è accesa un’altra disputa sull’operato della Commissione. Come si sa, l’esecutivo comunitario ha adottato da qualche giorno la decisione, fortemente caldeggiata dal governo italiano, di impedire l’esportazione (e la ri-esportazione) dei vaccini presenti dentro l’Unione. Eccetto quelli destinati ai paesi poveri che fanno parte del programma Covax dell’OMS, si dovrebbe sempre aggiungere, ma ieri non pare che sia stato aggiunto. La questione è delicata e nei giorni scorsi è stata oggetto di pesanti polemiche tra Bruxelles e Londra, alle quali si era cercato di mettere la sordina proprio nell’imminenza del Consiglio europeo.

Il veto all’esportazione, però, suscita molte perplessità di cui si sono fatti interpreti nel vertice soprattutto i leader dei Paesi Bassi, del Belgio e della Svezia. L’embargo alle esportazioni, secondo loro, sarebbe in clamorosa contraddizione con gli ideali e con le concrete politiche dell’Unione europea, che è sempre stata la paladina della libertà di commercio e sempre pronta a condannare ogni forma di protezionismo. E, oltre a quelle ideali, ci sarebbero anche ragioni pratiche che sconsiglierebbero il blocco all’export: per produrre i vaccini sono necessari prodotti e materie che vengono da diversi paesi extra UE, i quali, per ritorsione, potrebbero bloccare le forniture.

L’affaire di Anagni

Su questo scenario di contrasti tra i governi si è inserito il pasticcio dell’affaire AstraZeneca-Anagni. Draghi, dopo aver spiegato che cosa hanno trovato i carabinieri nel magazzino della Catalent nella cittadina ciociara, ha chiesto a Ursula von der Leyen di dichiarare immediatamente che anche su quei 29 milioni di dosi del siero anglo-svedese vale l’embargo all’esportazione. La presidente della Commissione lo ha fatto prendendo la parola subito dopo e proprio mentre da Anagni arrivava la notizia della partenza dei camion con destinazione i centri di distribuzione in Belgio.

C’è un ulteriore dubbio da chiarire però: i dirigenti di AstraZeneca che in tutte le vicende, anche clamorose, che hanno accompagnato il loro prodotto hanno mantenuto un colpevole e sospetto silenzio, avevano fatto sapere che 13 di quei 29 milioni sarebbero in realtà destinati al Covax. Il seguito sottinteso è che se l’Europa bloccasse anche quelli metterebbe in difficoltà il programma dell’OMS.

Giusta perplessità, se non fosse che esistono molti sospetti sulle manovre con cui le aziende produttrici utilizzano lo schermo del Covax per accumulare scorte da sottrarre ai paesi con cui hanno stipulato contratti da gestire poi su mercati paralleli (e molto lucrosi) di paesi per niente poveri, oppure di per niente povere élites dei paesi poveri. È questo ciò che sta succedendo tra Anagni e i depositi in Belgio di AstraZeneca? Anche se all’azienda anglo-svedese va attribuito un credito di correttezza per quanto riguarda la politica dei prezzi (i suoi sono molto inferiori a quelli della concorrenza), appare più che mai necessario che vengano effettuati tutti i più severi controlli.