Agorà Pd, partecipare
ma anche decidere
con un congresso vero

Il segretario del Pd Enrico Letta, in varie occasioni, ha annunciato con molta enfasi, e alimentando grandi aspettative, il progetto delle cosiddette “Agorà democratiche”. Un progetto che dovrebbe realizzarsi nel secondo semestre di quest’anno. Non sono noti ancora molti dettagli: sul sito ufficiale del PD non se ne fa cenno. Come oramai è prassi, si è affidato ad un giornale, nel nostro caso “Repubblica”, il compito di “lanciare” il messaggio (“Ecco le agorà digitali di Letta per rifondare ‘dal basso’ il PD”, la Repubblica, 16 giugno 2021, p.15).

Nelle parole virgolettate attribuite a Letta, si tratterà del “più grande esercizio di democrazia partecipativa mai sperimentato dalla politica italiana”. Affermazione “impegnativa”, che non può non sollecitare la mia attenzione, – mi si perdoni la nota personale – visto che di “democrazia partecipativa”, e di “democrazia deliberativa”, mi occupo oramai da molti anni, sin dal 2007, quando – insieme al compianto Luigi Bobbio – lavorammo in Toscana alla stesura e all’approvazione della prima legge regionale in Italia che si proponeva (e si propone, perché tuttora in vigore) di promuovere la sperimentazione di nuovi modelli di partecipazione civica (ma è doveroso ricordare anche i “padri” politici di quella legge, l’allora presidente della Regione Claudio Martini e l’assessore Agostino Fragai).

Cosa si può dire, al momento, di questo progetto di “democrazia partecipativa” che il PD intende sperimentare? Ma, soprattutto, – per quello che se ne sa – è credibile attribuire ad esso, addirittura, l’obiettivo di “rifondare dal basso” la struttura e la natura del partito?

In sostanza, dovrebbe trattarsi di un percorso di discussione pubblica – orientato su due grandi assi tematici: “la democrazia che vogliamo”, “l’Italia che vogliamo” – a cui possono partecipare iscritti e non iscritti al partito (anzi, si esigerebbe che vi sia una quota obbligata di non iscritti) e che dovrebbe costruire la base politica e programmatica di una rinnovata identità del PD.

Cominciamo con lo sgombrare il campo da alcuni equivoci, che la pigrizia intellettuale del giornalismo politico italiano rischia di alimentare. Tutto sembra essere riconducibile alla somiglianza, o alla distanza, dal modello grillino della piattaforma Rousseau. Ma siamo fuori strada. Negli intenti finora dichiarati, vi è certamente una piattaforma “digitale”, (si sa solo che sarebbe la “stessa selezionata dalla Commissione Ue per la conferenza sul futuro dell’Europa”), ma il percorso partecipativo si dovrebbe svolgere anche “off line”, in presenza, attraverso tradizionali incontri, forum, convegni, ecc. Ogni “agorà” dovrebbe produrre idee e proposte sui vari temi e sui vari filoni. E da qui, alla fine, dovrebbe emergere il profilo politico e programmatico del “ nuovo” PD. “E’ il sogno di Letta”, si legge nell’articolo di Repubblica”: “mixare intelligenza digitale e intelligenza umana per arrivare infine ad un ‘partito dell’intelligenza collettiva’, come terza via fra i partiti leaderistici e la piattaforma Rousseau”. E si precisa che il richiamo all’idea di una “democrazia partecipativa” non è affatto giocato in contrapposizione ai principi della democrazia rappresentativa.

Molto resterà da chiarire, ma – per quello che finora si è capito – si tratta di un progetto che potrebbe rivelarsi proficuo, e foriero di qualche positiva novità per il futuro del PD. Tuttavia, le incognite sono molte e molte insidie si profilano. La prima è quella che possiamo definire come la vacua “retorica dell’ascolto”: eh no, un partito vive non perché “ascolta” o “recepisce” quel che “vuole la gente”, ma perché propone una propria idea di società, una propria idea dello sviluppo sociale. E un partito di sinistra, in particolare, vive come tale se assume un punto di vista critico sulla società, e sui principi che possono e debbono ispirare un processo di cambiamento sociale. Le “agorà” del Pd potranno funzionare se non saranno un luogo asettico di collazione e raccolta di “proposte”, ma un primo spazio pubblico di confronto politico e ideale su quello che è il vero nodo, la sfida cruciale e esistenziale cui si trova oggi di fronte il PD: quale è l’identità, il profilo politico e culturale, di questo partito? Si pensa ancora che sia valido il disegno originario di un partito “post-ideologico”, ossia un partito che si tiene insieme sui “programmi” e non su una comune cornice ideale? In che modo far convivere la salvaguardia del pluralismo culturale e la necessità di definire un più preciso e rigoroso profilo ideale e politico?

Insomma, si potrebbe dire: vanno benissimo tutte le occasioni in cui si discute, e in cui anche i non iscritti al partito possano dire la propria; ma un partito è degno di questo nome, è tale, e “vive”, solo se i suoi gruppi dirigenti si assumono anche la responsabilità di orientare la discussione. Le “agorà” potranno avere un senso se divengono il primo momento di quello che è mancato finora e tuttora manca veramente al PD: un vero “congresso”, ossia un confronto politico acceso e dirimente su diverse piattaforme ideali e programmatiche. E’ singolare che si pensi di organizzare questo percorso di partecipazione democratica, ma un totale silenzio circondi quella che pure, almeno potenzialmente, potrebbe rivelarsi come un’importante novità della vita del partito, una modifica dello statuto approvata nell’autunno del 2019: per la prima volta, la parola stessa “congresso” rientra nella carta fondamentale che regola la vita del partito, sia pure in modo ambiguo e contraddittorio, convivendo con la previsione che il segretario del partito continui ad essere eletto dalle primarie aperte. Il nuovo art. 12 (“Scelta dell’indirizzo politico mediante congresso ed elezione diretta del segretario e dell’Assemblea Nazionale”: nella versione originaria dello Statuto del 2007, la “scelta dell’indirizzo politico” era affidata solo all’elezione diretta del leader) prevede una prima fase “congressuale” che si svolga sulla base della presentazione e della votazione di diversi “documenti politici” e diversi “contributi tematici”. A questa possibilità, aperta dal nuovo statuto, sembra che nel Pd, almeno per ora, nessuno voglia appellarsi. Eppure, è evidente come il PD non possa restare ancora a lungo in questa sua condizione di radicale indeterminatezza del proprio stesso profilo politico-culturale.

I nodi da sciogliere non sono di poco conto. Semplificando ci si potrebbe chiedere: si vuole un partito dal profilo light, liberal-democratico, o vagamente di “centrosinistra”, o un partito che si richiami apertamente alla tradizione della sinistra italiana e del socialismo democratico? Qualcuno obietterà che le due cose non sono in alternativa, e che possono benissimo convivere nello stesso partito-tenda diverse ispirazioni politiche e ideali. E’ vero, ma qui entra in gioco l’altro fondamentale corno del dilemma: il modello di democrazia interna del PD. Così com’è, con la struttura correntizia che lo caratterizza, il PD non regge: anzi, come molti episodi dimostrano, è destinato ad implodere. Un conto è il pluralismo culturale, altro conto la balcanizzazione: è cosa ben diversa avere un partito in cui vi siano molte sedi e occasioni per un vero confronto politico e culturale tra “punti di vista” diversi, e un partito invece in cui il “pluralismo” è solo la cristallizzazione delle diverse cordate >di potere, spartizione delle zone di influenza.

E allora, la “scommessa” delle “agorà democratiche” non può essere colta in una vuota retorica partecipazionista: il vero nodo è quello del nesso tra discussione pubblica, partecipazione e decisione democratica. Il paradosso, – non da poco per un partito in cui molti si sono esercitati con supponenza a sbeffeggiare le propensioni “direttistiche” del M5S – è che il Pd, fino ad oggi, è stato un modello di partito fondamentalmente ibrido: da una parte, l’idea plebiscitaria dell’investitura diretta del segretario, tramite le primarie “aperte” (massima incongruenza, far eleggere il segretario anche da chi si trova per caso a passare da un gazebo), dall’altro un regime di tipo feudale, con una gerarchia di capi, vassalli e valvassori che controllano rigidamente il partito “sul territorio”.

E allora, non si può che sospendere il giudizio: vedremo alla prova dei fatti se le “agorà” democratiche si riveleranno comunque utili. Ciò che è certo è che il Pd avrebbe bisogno, e avrà bisogno di ben altro: un vero “congresso”, un momento di radicale ripensamento, di “ri-costituzione”, del partito, del suo modello organizzativo e democratico e del suo profilo identitario. Un momento a cui si sentano incoraggiati a partecipare anche molte forze che, da questo PD, in tutti questi anni, si sono allontanati radicalmente e che, senza un diverso modello di discussione, decisione e organizzazione, non saranno certo invogliati a farsi nuovamente coinvolgere. Sarà possibile, o il Pd resterà prigioniero e avviluppato nelle sue (insanabili?) contraddizioni?