Attenti, l’astensionismo può uccidere le democrazie

Nonostante gli sconcertanti scenari che talvola si presentano, come quello degli ultimi giorni in Italia, la superiorità etica dei sistemi democratici rispetto a quelli autoritari e repressivi è fuori discussione, checchè ne dicano Putin e il suo complice Kirill. Ma dobbiamo convincerci che la democrazia ha una malattia molto grave e va incontro a rischi letali. Nell’indifferenza pressoché generale.

L’ultimo articolo di Nadia Urbinati su Strisciarossa (qui il link) ha messo a fuoco, sia pure en passant, il più preoccupante tra i sintomi di crisi del sistema democratico: il non voto. Gli astensionisti, scrive, non credono più che il loro voto possa servire a migliorare le loro condizioni di vita. Verissimo. E gravissimo, perché hanno ragione e rappresentano una massa elettorale che ha raggiunto o superato il cinquanta per cento.

L’astensionismo interpella direttamente tutte le forze politiche, le quali sembrano invece sottovalutare o ignorare il problema. Neanche gli intellettuali hanno finora prodotto un’analisi realistica del fenomeno che, si badi bene, non è soltanto italiano. Molti preferiscono, come denuncia Urbinati, considerare i non votanti come sprovveduti e ignoranti, forse neppure degni di conservare il diritto di voto. Una visione riduttiva, che peraltro non viene neppure accompagnata da una doverosa critica dell’infima qualità dell’informazione politica.

Potere economico-finanziario contro sovranità nazionale

Eppure non mancano spunti sui quali ragionare più in profondità. In un mondo iper-globalizzato, con un innegabile “travaso” di potere decisionale, ovvero di sovranità, dalle strutture statali nazionali verso i grandi agglomerati globali del potere economico-finanziario, la politica, anche quando si tratta di “buona politica”, vive ormai un’impotenza intrinseca di fronte ai problemi sociali da risolvere. Questa impotenza viene percepita (magari inconsciamente, sotto forma di sfiducia e rabbia qualunquista) da quella metà degli elettori che diserta le urne. “Che voto a fare, sono tutti ladri”. E nessuno spiega loro l’amara verità: sì, ci sono pure tanti politici disonesti, incompetenti e carrieristi, ma il vero problema non è questo, perché anche quelli onesti e affidabili (che per fortuna non mancano) poco possono fare per rispondere ai bisogni dei cittadini, perché il loro potere si è eroso: nessun governo nazionale ormai può adottare scelte davvero incisive. Tutti i più gravi problemi nazionali discendono da squilibri globali. Penso al mercato del lavoro e alle “nuove schiavitù”, alla questione energetica, agli indirizzi della ricerca scientifica, alla proletarizzazione della classe media, alla disperazione di intere generazioni che non possono progettare il proprio futuro, alla progressione inarrestabile della concentrazione della ricchezza in poche mani. Ha ragione il filosofo Umberto Galimberti quando dice che oggi una rivoluzione sarebbe impossibile, perché il vero “nemico” è inafferrabile, si trova “sopra” i governi, “sopra” la classe imprenditoriale, è ubiquo ma è sempre altrove.

Il populismo prospera sulla crisi

E così l’elezione di un nuovo Parlamento viene percepita come ininfluente. Su questa crisi prospera il populismo e quel cinquanta per cento di astensionisti può diventare una bomba ad orologeria, qualora entrasse in scena un nuovo imbonitore dotato di grande intuito e capacità comunicative. Un serbatoio di voti pericoloso.

Vorrei offrire umilmente il mio esempio. Dopo decenni di militanza appassionata nella sinistra, nonostante le delusioni ho sempre votato e continuerò a farlo. Ma, sinceramente, non mi sento più rappresentato da alcun politico, perché nessuno sembra capace di allungare lo sguardo oltre il “cortile di casa” per occuparsi dei grandi squilibri mondiali. Nessuno sembra capace di tracciare perlomeno le coordinate di una visione politica globale, mentre proprio i problemi globali ci travolgono. Qualche movimento in passato ci ha provato (dagli “antichi” no-global a Occupy Wall Street, per fare solo due esempi) ma tutti i movimenti sono parabole, se la politica non raccoglie il testimone.

Soltanto un uomo oggi sa parlare degli argomenti giusti con le parole giuste: Josè Bergoglio, il Papa gesuita che viene dalle favelas. Ma non è un politico, quindi le sue denunce non fanno paura a nessuno, fino a quando non nascerà una forza politica capace di svilupparle per costruire un nuova piattaforma globale. Perché no: un partito transnazionale.

Se non usciamo dal “cortile di casa” le democrazie lentamente moriranno. La profezia di Karl Marx compare all’orizzonte, e non sembra un miraggio.