Il nostro amico Zavoli,
giornalista coraggioso
dalla parte degli ultimi

Per chi ha un certa età, Sergio Zavoli era di casa, un volto amico, una voce gentile, il ragionare pacato di chi vuole indurre nel suo ascoltatore qualche momento di riflessione, nelle occasioni più alte e difficili quando ricostruiva le vicende belle o brutte del nostro paese, in quelle apparentemente più frivole (il memorabile e irripetibile “Processo alla tappa”, al Giro d’Italia, ad esempio). Sapeva che ogni passo del suo raccontare, ai microfoni della radio o davanti alle telecamere della Rai, poteva costituire la tessera di un grande mosaico politico e sociale. Ci restituiva l’Italia, scrivendo puntata dopo puntata il suo romanzo nazional popolare, cogliendo i tratti, anche minimi, di una cultura e di una identità, proponendoli alla intelligenza e alla sensibilità di un pubblico non ancora contagiato (altro che coronavirus) dai consumi, dalle mode, dalla pubblicità, dalla chimera del benessere.

La vita sta nei particolari

zavoli in raiSi potrebbe dire, parafrasando una celebre frase di Heinrich Böll, “l’orrore sta nei particolari, che “la vita sta nei particolari”: quando ad esempio intervistò al Processo (trasmissione che iniziò nel 1962, cioè nell’Italia del boom e del primo centrosinistra) un ciclista tra i più famosi d’allora, che gli confessò  con semplicità d’essersi presentato al via senza un pigiama, perché era povero e nel suo poverissimo paese i poveri non potevano permettersi un pigiama, riuscendo così, con un “particolare”, insignificante per i più, a dar corpo alle contraddizioni di un paese, che cresceva lasciando però troppi ai margini, nelle retrovie della povertà… il delitto, l’orrore di Böll, che non siamo mai riusciti a cancellare.

Uomo e giornalista d’altri tempi

Uomo e giornalista d’altri tempi. Resterà l’esempio di un giornalismo coraggioso, di una scrittura televisiva come una prosa forte senza bisogno di strilli, soprattutto di una vocazione pedagogica dettata dalla responsabilità e di una ormai rara capacità d’ascolto. Quanti lo compiangono oggi sono per lo più lontanissimi, su altri mondi, per altri traguardi che relegano in secondo piano il dovere di informare, cioè di “formare”, di indicare strumenti di conoscenza, per assecondare invece il peggio che può giovare all’audience. La televisione è spesso il teatrino dell’incompetenza e dell’urlo, della faziosità e dell’insulto, della propaganda e della diseducazione.

Pochi eredi, l’eccezione Iannacone

Con rare eccezioni, con buoni esempi: mi permetto di citare Domenico Iannacone, che credo abbia un debito con Zavoli e che sceglie il silenzio per accogliere la parola altrui, capace per questa via della più dura e rigorosa denuncia. Zavoli era ben consapevole del degrado: diceva di una Italia involgarita, senza quelle risorse umane capaci di fermarne la discesa. Lo sapeva anche per la sua televisione, per un servizio pubblico che aveva rinunciato al suo ruolo inseguendo la competizione popolareggiante e lo share, nelle sfide meno impegnative.

Sergio Zavoli è morto a Roma, avrebbe compiuto novantasette anni fra poco più di un mese, il 21 settembre. Era nato a Ravenna, si sentiva riminese, era amicissimo di Federico Fellini  e accanto al grande regista avrebbe voluto essere sepolto. Così sarà.

Settantasei anni di professione

Aveva esordito ventenne scrivendo sul giornale dei gruppi universitari fascisti della città romagnola, giornale che venne soppresso alla caduta del regime. Zavoli non rinunciò però alla professione che intraprese nel dopoguerra. Giornalista professionista entrò in Rai nel 1947 e cominciò a lavorare accanto a Vittorio Veltroni, il padre di Walter. Divenne autore e conduttore di programmi televisivi che sono entrati nella storia della Rai: il “Processo alla tappa”, appunto, giorno per giorno l’incontro con i protagonisti, i vincenti ma soprattutto i perdenti, del Giro d’Italia, campioni e gregari, “Nascita di una dittatura” e poi, dopo un intervallo di quasi sei anni quando tra 1980 e 1986 assunse la presidenza della Rai, “Viaggio intorno all’uomo”, il celeberrimo “La notte della Repubblica”, ritratto italiano negli anni di piombo, “Viaggio nel Sud”. Scrisse libri. Il primo fu ”Socialista di Dio”, testimonianza della sua vicinanza al partito socialista ma anche della sua intima religiosità. Vinse il premio Bancarella nel 1981. Ne scrisse molti altri di libri, spesso riproponendo i contenuti dei suoi reportage televisivi. L’ultimo fu “Il ragazzo che io fui”, pubblicato nel 2011, biografia di se stesso e di una nazione. Ma uno scritto tra gli ultimi fu nel 2012 la prefazione al saggio di un giornalista dell’Unità, Claudio Visani, “Gli intrighi di una Repubblica”, una repubblica che era poi San Marino, quando l’amministrazione di sinistra (con i suoi progetti) cadde bersagliata e colpita dalle trame della Dc. Un vero golpe, come si documenta, dentro i nostri confini, un caso di pessima, ignorata, irricevibile politica, ma pur sempre italiana.

La presenza nella politica

Zavoli non rinunciò ad una presenza diretta nella politica. Venne eletto al Senato nelle liste dei Democratici di Sinistra nel 2001, nelle liste dell’Ulivo nel 2006 e nel Partito Democratico nel 2008 e nel 2013.

Zavoli è morto, lasciandoci prove di un giornalismo alla ricerca della verità, senza mai il timore di scegliere, dichiarandolo, una parte. Dalla parte degli ultimi, si potrebbe osservare. Come in una dei suoi reportage (lo si può rivedere facilmente) più belli, per Tv7, breve ma tra i più forti (anche se lo si considera dal punto di vista dell’accusa), tra i più intensi, “I giardini di Abele”. Era il 1968 quando Zavoli e le telecamere della Rai entrarono per la prima volta in un manicomio, a Gorizia, un manicomio ormai privo di cancelli, di sbarre alle finestre, di letti di contenzione, grazie al lavoro di quel riformatore che fu Franco Basaglia, un’impresa che continuerà prima a Colorno e poi soprattutto a Trieste, fino alla approvazione della legge 180 e alla progressiva chiusura degli ospedali psichiatrici.

L’ascolto del dolore e dei malati

Zavoli, con delicatezza, con rara poesia, con un senso etico impensabile oggi quando la televisione insegue tenacemente la spettacolarizzazione del dolore, documenta, registra, si pone ancora una volta “in ascolto”, cerca prima di tutto di rispettare i malati, restituisce con l’attenzione identità e diritti, abbandona qualsiasi morbosità. Da “grande cinema” alcune sequenze, come la passeggiata degli ospiti lungo un rialzo dove prima si ergevano le inferriate. Indimenticabili nella loro semplicità e nella loro efficacia  (per il giornalismo e per… la psichiatria) il colloquio finale con Basaglia e l’ultima domanda:

“Le interessa di più il malato o la malattia?”

“Oh, decisamente il malato”.