Addio vecchia Lega
è nazionalpopulismo

Cosa resta della vecchia Lega Nord, erede della Lega Lombarda inventata nel 1984 da Umberto Bossi, nella Lega (senza Nord) nazionalpopulista, capitanata da Matteo Salvini? Che cosa rimane, a parte Bossi (cui – nonostante il brontolio inoffensivo – è stato regalato un seggio senatoriale per salvarlo da debiti e condanne) e allo stemmino del partito con Alberto da Giussano, che il ministro dell’Interno e vicepremier ostenta tuttora? Il fatto è che oggi il partito salviniano sembra preferire il fez di benitesca memoria al più “antico” elmo con le corna, che un tempo non lontano veniva esibito dai fan della Padania indipendente a Pontida. Insomma, la domanda sulle vecchie radici superstiti appare legittima.

Di certo, un primo aspetto rimasto in comune è lo “stile oratorio”, oggi traslocato soprattutto sul web: della vecchia Lega è conservata la vocazione all’insulto e al linguaggio prepotente e minaccioso. Un secondo aspetto è senz’altro un atteggiamento che, in attesa di neologismi graditi al regime pentaleghista, viene spontaneo chiamare “razzista”: prima era esercitato ai danni dei meridionali italiani, colpevoli di ogni guaio e confrontati con la purezza della stirpe padana; oggi è trasferito sui migranti, accusati di essere la causa di qualsiasi guaio italiano e confrontati con la purezza dell’etnia nostrana (inclusi mafiosi, evasori fiscali, eccetera, purché italiani doc). Poi, sopravvive qualche simbolo padano: come Pontida, Alberto da Giussano e il sinonimo di Lega, “il Carroccio” (sebbene nella loro sfrenata fantasia i media stiano cominciando a scrivere “ex Carroccio”). Su quest’ultimo fronte – quello celtico-padano-pseudomedievale – il legame è tenuto artificialmente in vita da Salvini: forse per non intristire i leghisti della prima ora; è meno probabile che abbia davvero qualche legame affettivo con quelle radici.

Eppure ancora nel 2008 alla vigilia delle elezioni politiche, per la Lega Nord di Bossi (e per i suoi dirigenti come Salvini) gli imperatori svevi come Federico I Barbarossa e suo nipote Federico II – insieme all’ancora più fantastorica rivendicazione di radici celtiche leghiste risalenti al IV-III secolo a.C. – erano al centro delle certezze. Lo scopo: propagandare la necessità dell’indipendenza della cosiddetta Padania. Certezze che identificano negli Svevi il nemico storico, spesso paragonato agli avversari politici di allora e “al centralismo romano”. Tanto che solo dieci anni fa, in un uno spot leghista, si vedeva un cavaliere della Lega lombarda al galoppo in un bosco: giunto sulle sponde del Po, sfoderava lo spadone e giurava la sua indomabile vocazione alla difesa della libertà padana.

Il legame con le presunte radici medievali era ancora un elemento importantissimo per sottolineare una “identità”. Bossi organizzò il primo raduno di Pontida nell’aprile del 1990. Un evento per la cittadina bergamasca che, secondo un’ampia tradizione risorgimentale, ospitò il giuramento che avrebbe suggellato l’alleanza, nota come Lega lombarda, tra i Comuni ribelli al Barbarossa. La data comunemente indicata è il 7 aprile 1167 ma non è un evento storicamente accertato. Comunque proprio nel 1990, dopo la prima “pontidata”, Salvini smise di frequentare il Centro sociale Leoncavallo di Milano e si iscrisse alla Lega, per poi divenire, tra l’altro, un leader dei Giovani Padani e, non è una battuta…, dei “comunisti padani”.

La Lega lombarda di Bossi adottò come simbolo di partito l’immagine di un cavaliere medievale che brandisce una spada. Lo stesso che ora esibisce il capo della Lega. Questo logo si basa su una statua inaugurata il 29 giugno 1900 a Legnano per commemorare la vittoria della Lega, formata da gran parte dei Comuni medievali, sull’esercito dell’imperatore germanico Barbarossa, nel 1176. La statua rappresenta il condottiero Alberto da Giussano, che non è mai esistito (il suo nome non emerge da nessuna cronaca contemporanea alla battaglia di Legnano, ma viene inventato un secolo dopo in uno scritto di Galvano Fiamma, frate domenicano, cappellano dei Visconti di Milano). Tra 2007 e 2008 la Lega Nord, al governo, impose alla Rai la realizzazione di una fiction sul Barbarossa, diretta dal regista Renzo Martinelli; fu girato in Romania, spacciata per Valle del Po, usando comparse rom (definite dal regista “zingarume rumeno” a basso costo). Il film aveva un cast internazionale: da Rutger Hauer (l’imperatore) a Raz Degan (Alberto da Giussano), da Kasia Smutniak a Cecile Cassel, da Angela Molina a Murray Abraham. La prima si tenne il 2 ottobre 2009 nel Castello Sforzesco di Milano, alla presenza di numerosi ospiti, tra cui Bossi, Silvio Berlusconi, Letizia Moratti, Roberto Formigoni, Ignazio La Russa, Roberto Maroni e il Salvini 34enne, allora parlamentare europeo e consigliere comunale milanese della Lega. La distribuzione cominciò il 9 ottobre e il film, proiettato in 283 sale e costato 12 milioni di euro, incassò al botteghino 835.469 euro (quindi la produzione ci rimise più di 11 milioni). In compenso Bossi compare nel film, tra i protagonisti del giuramento di Pontida.

Di quel periodo a Matteo Salvini sono rimasti di certo in eredità il vecchio Umberto, qualcuno della vecchia guardia (messa a tacere) e i resti del mitico Alberto da Giussano. Di Padania, Nord, federalismo e celti non si sente più parlare. Semmai il nuovo leader attacca l’euro, l’Unione europea e l’economia di mercato, mentre celebra “la Nazione”. Dimenticato lo slogan bossiano “Roma ladrona, la Lega non perdona”, chiude i comizi nella Capitale gridando “Grazie, Roma!”. E, soprattutto, ha trovato la sua vocazione trasformando un movimento in declino in un partito di estrema destra sovrappeso, che raccoglie molti consensi tra un elettorato deluso.

Così la Lega, che un tempo si definiva a modo suo antifascista (Bossi nel 1999 invitava maldestramente i suoi ad “andare a scovare i fascisti casa per casa”, dopo essere andato temporaneamente in crisi con Berlusconi e Fini), ora ospita nelle piazze anche manifestanti che sfoggiano il saluto romano e le foto del Duce e trova sostegno da parte di Forza Nuova; intanto il segretario cita slogan cari a Mussolini, evoca rastrellamenti di rom e migranti, promette di fare cancellare le leggi che puniscono l’esibizione di simboli e idee fasciste e tratta in modo razzista i profughi.

Persino Alberto da Giussano, sebbene non sia mai esistito, sta cominciando a preoccuparsi. Quale simbolo prenderà il suo posto? Visto l’andazzo neoleghista, qualche idea ansiogena potrebbe venire. Ma non mettiamo l’ex Carroccio (mi scuso per il luogo comune) davanti a buoi.