Addio Sassoli, un grande europeista che ha fatto politica con tenerezza

Era una persona soave. Di quelle che sarebbero piaciute a Salvatore Quasimodo quando in “Vento a Tindari” ringraziava l’amico che lo destava perché non cadesse dalla rupe mentre guardava il cielo. Può essere soave, pieno di tenerezza, un uomo politico? David Sassoli lo era. Potevi pensare, talvolta, che fosse un sognatore e che camminasse, sprovveduto e ingenuo, con gli occhi in alto e non si accorgesse degli inciampi e dei pericoli. Invece bastava aver creduto, sino in fondo, alle sue parole al momento dell’insediamento come presidente del Parlamento europeo il 3 luglio del 2019, per comprendere quanto in lui convivessero molto bene i sentimenti umani più profondi e la materialità della politica.

Quel discorso di insediamento

Proprio a quel giorno bisogna tornare, all’inizio di una nuova legislatura, nelle congerie di eventi complessi e che sarebbero presto divenuti, con la pandemia, anche drammatici, per cogliere il tratto distintivo di un uomo amabilissimo, di una bella persona innamorata della politica e dell’Europa. Di un giornalista attento ai fatti ed anche a cosa c’è dentro il pensiero ed il cuore degli individui. Era emozionato, diciamo che piangeva. Perché nel luogo più significativo, nella città di Strasburgo, simbolo delle tragedie centenarie che hanno colpito il Continente, David Sassoli ricordava a se stesso e a tutti i 700 deputati che aveva davanti nell’emiciclo, che la “nostra storia è scritta nel dolore”, perché siamo tutti discendenti di padri e madri che si sono scontrati l’un l’altro (“Sono figlio di un padre che ha combattuto contro altri europei”). E, dunque, viva l’Europa che, disse, “non è un incidente della storia”. Ma un bene da preservare, da difendere ad ogni costo e da migliorare.

Penso si possa dire che Sassoli ci lascia, così presto, troppo presto davvero, ricoprendo una carica istituzionale forse la più bella. Perlomeno quella in cui lui ci stava benissimo. Proprio in ragione della sua empatica umanità, della sua naturalissima propensione ad incarnare lo spirito che sta alla base del processo di integrazione dei popoli. C’era un po’ di Mitterrand quando confessava la paura dei “guasti del nazionalismo”. Il presidente francese, sempre a Strasburgo, in uno dei suoi ultimi discorsi, ammonì che “il nazionalismo porta alla guerra”. A Sassoli, probabilmente, fischiava nella mente quell’ammonimento così imperativo, così allarmato. Infatti diceva, a 73 anni dalla fine della catastrofe mondiale, che adesso in Europa “nessuno può uccidere, nessuno può tappare la bocca agli oppositori”. Lo dichiarava consapevole anche dei rischi attuali, delle derive preoccupanti che solcano alcuni Paesi dell’Ue dal punto di vista dei diritti fondamentali della persona umana. Perché i “guasti del nazionalismo” si vedono. Siamo certamente “europei innamorati dei nostri Paesi” ma anche pronti a respingere il virus nazionalista che minaccia le conquiste già fatte.

Nel cuore lo “spirito di Ventotene”

David Sassoli si portava dappresso, ovviamente, la passione del suo mestiere di giornalista. Di carta stampata e di televisione. Era un volto noto che suscitava fiducia. Rassicurava. Quando parlava, specie nei momenti più emotivamente importanti, si sentiva una sorta di sussurro, uno soffio trattenuto. Era un tratto distintivo che svelava la sincerità dell’uomo, la ricerca strenua del concetto più corretto, delle parole più appropriate, della frase meno scontata. Perché sapeva avvertire il peso della responsabilità, il limite della comunicazione, il bisogno della comprensione reciproca, sempre difficile da raggiungere.

In quel suo primo discorso da presidente le prime parole sono state “Cittadine e cittadini dell’Unione europea”. Ci credeva David nello “spirito di Ventotene”. Sapeva che l’Ue fosse in tanto affanno, anch’essa minata dal virus pandemico e anche dal rischio di uno sfaldamento. Eppure combatteva la sua battaglia. Personale e pubblica. Tra una settimana gli sarebbe toccato, a Strasburgo, di passare le consegne, di trasferire il martelletto di presidente. Aveva deciso, con senso di responsabilità, di non ricandidarsi per la seconda parte del mandato perché aveva avvertito il rischio di “spaccare il fronte europeista”.

Se ne va con un pensiero alla tragedia dei migranti, a chi soffre per le disuguaglianze e per i diritti negati. A tutti amava dire: “Vienimi a trovare”. Anche lui, in quel discorso-testamento, fece rimbalzare la domanda accorata “dov’è l’Europa, cosa fa”? Quando lo diceva, gli tremava la voce. Poi, qualche giorno fa, arrivò quel suo “bravissimi” ai ragazzi che, da volontari, hanno aiutato in Sicilia a ripulire lo sfregio ambientale alla Scala dei Turchi. Era l’Europa che gli piaceva, come fosse, come declamava Quasimodo, la “brigata che lieve m’accompagna e s’allontana nell’aria”.