Addio a Paul Ginsborg, lo storico
che ha raccontato l’Italia di oggi

Abbiamo conosciuto Paul Ginsborg, morto ieri a 76 anni, molti anni fa, quando ci capitò di leggere la sua Storia d’Italia, appena pubblicata da Einaudi. La leggemmo su consiglio di Grazia Cherchi. Non fu un caso che fosse proprio Grazia Cherchi, appassionata critica letteraria, scrittrice lei pure, attentissima, accurata, raffinata cultrice della scrittura propria e altrui, a segnalarci quel volume einaudiano, perché la storia di Ginsborg colpiva appunto, ad apertura di pagina, per la scrittura, che non era dotta, non era accademica, non era astratta, era piana, chiara, precisa, era la scrittura di un racconto affascinante, che sapeva riassumere eventi, personaggi, condizioni attraverso immagini, storie, colori, un racconto che sapeva illuminare le situazioni più varie, attraverso fonti che i nostri libri scolastici avevano quasi sempre ignorato. I rapporti familiari, l’evoluzione della mentalità degli italiani, i cambiamenti dei costumi erano materia per le analisi del professore inglese.

Da Manin a Berlusconi

Una lezione: scrivere la storia. La seconda lezione stava appunto nella varietà delle fonti: capire come una canzonetta del festival di Sanremo o qualche pagina di un giornaletto o un film di serie B o una testimonianza viva potessero indicarci la strada per comprendere un momento storico. La terza lezione la si poteva intuire nella diversità dei punti di vista, dall’alto dei poteri e dal basso delle povertà, dell’esclusione, della sconfitta. Sicuramente Paul Ginsborg non era stato il primo a immaginare così la ricerca e la stesura della storia. Sicuramente era stato un interprete tra i più bravi di una tradizione che risale ad Erodoto, alle sue Storie, alla sua rappresentazione del cammino mai lineare dell’umanità, una rappresentazione di presunte realtà, che si possono verificare in tante facce. Verrebbe da aggiungere, polemicamente, contro il “pensiero unico” che affligge le ricorrenti interpretazioni della guerra che stiamo tutti vivendo.

Paul Ginsborg era nato a Londra il 18 luglio 1945. Si era laureato a Cambridge, dove aveva iniziato la pratica dell’insegnamento. Poi il “viaggio” in Italia, paese che amava e che sarebbe diventato il campo prediletto delle sue ricerche. In Italia aveva ricoperto incarichi, all’inizio, nelle università di Torino e di Siena.  Dal 1992 aveva insegnato storia dell’Europa contemporanea alla Facoltà di Lettere dell’Università degli studi di Firenze. Parlava naturalmente italiano, però tradendo sempre un inconfondibile accento inglese. A Daniele Manin, il patriota presidente della breve Repubblica di Venezia, e alla rivoluzione del 1848-49, aveva dedicato il suo primo studio. Un decennio dopo sarebbe arrivata la sua fondamentale Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi.

Nella storia italiana si ritrovò in un certo senso immerso, quando dovette e dovemmo noi tutti sperimentare l’ascesa politica di Silvio Berlusconi. Ginsborg fu, all’inizio del Duemila, tra i primi animatori dei Girotondi, cioè di quel movimento, che si diffuse rapidamente in tante città d’Italia, movimento di contestazione nei confronti di Berlusconi, ma assai perplesso nei confronti di una sinistra giudicata troppo timida, rinunciataria. I Girotondi raccolsero una infinità di adesioni, da parte di artisti, scrittori, cantanti, persone impegnate nel sociale (come Gino Strada). Ginsborg fu tra i più intervistati. Ingaggiò lunghi dibattiti con Massimo D’Alema (con il quale era stato co-autore, anni prima, di un “dialogo” su Enrico Berlinguer). Il movimento, considerato a un certo punto dai giornali come nuovo possibile polo della politica italiana, si spense rapidamente.

Leaderismo e neoliberismo senza alternative

Paul Ginsborg continuò il suo lavoro. Continuò ad occuparsi dei mutamenti avvenuti nella nostra società, indagò vicende locali, scrisse nuovi importanti saggi (ad esempio: L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996, pubblicato ancora da Einaudi),  si dedicò ancora alla figura di Silvio Berlusconi, con un testo che dice molto fin dal titolo: Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica (Einaudi). Non rinunciò a misurarsi con il “lancio”, proprio a Firenze, del nuovo astro della politica, Matteo Renzi, denunciando quanto la parabola del sindaco che sarebbe diventato segretario nazionale del Pd rivelasse la caduta di una cultura politica diffusa, quanto rivelasse l’accondiscendenza, interessata, ai poteri affermati, quanto confermasse le conseguenze nefaste dell’esaltazione del cosiddetto leaderismo. “Lo spirito critico difetta”, sintetizzò, richiamando non solo gli effetti del neoliberismo (dedotto con entusiasmo da molti, al centro e a sinistra, da esempi d’Oltreoceano e d’Oltremanica, da Reagan e dalla Thatcher), effetti che mortificavano qualsiasi ambizione di giustizia sociale, fondamento di ogni vera democrazia, ma anche il perfido pervasivo intreccio nostrano tra poteri politici e interessi economici, grandi o piccoli, poteri politici forti in rapporto alle risorse pubbliche da elargire, in un sistema che vedeva schierati da una parte quei poteri e dall’altra ogni forma di consorteria, di gruppo, di “mafie” (riprese con forza il concetto di “familismo amorale”).

In un rapido pamphlet, scritto insieme con uno studioso di filosofia teoretica, Sergio Labate, Passioni e politica (Einaudi), Ginsborg accusava come nel neoliberismo si materializzasse il governo non solo dell’economia ma anche delle passioni, dei consumi, degli interessi di ogni individuo (sulla scia di quel fondamentale testo di Christopher Lasch, a proposito di consumismo e di affermazione globale del consumismo, La cultura del narcisismo). Una sorta di resa: dalle speranze dell’Italia del dopoguerra, che il professore inglese aveva in modo magistrale narrato, alla rassegnazione dei tempi presenti, “senza alternative”, per citare il nostro presidente del Consiglio.