Addio, Maria Grazia, alla tua genialità
e all’allegra amicizia che ci regalavi

Maria Grazia Gregori era nata l’1 gennaio del 1940. Questa bella data, così tonda, è rimasta impressa a tutti coloro che l’hanno conosciuta, perché lei la rivendicava con orgoglio. Capitava che
l’1 gennaio – che nei quotidiani era, forse è ancora, giorno lavorativo – venisse in redazione portando da brindare. La redazione di cui si parla era quella, leggendaria per chiunque vi abbia
lavorato, dell’”Unità” di Milano: viale Fulvio Testi 75. Certi numeri non si dimenticano. Viale Fulvio Testi è uno stradone della periferia Nord di Milano, che collega due cuori antichi della città: il
quartiere dell’Isola – dove in realtà, cominciando, si chiama viale Zara – un tempo zona di ladri e ora milieu fighetto sovrastato dal Bosco Verticale di Boeri, e la Bicocca già periferia industriale e
oggi zona universitaria e hi-tech. Il moderno palazzo dove aveva sede “l’Unità” stava a metà fra queste due realtà, ed era un microcosmo affascinante che affacciava su un pezzo di quartiere
ancora pieno di “trani” (la parola con cui a Milano si definivano i bar popolari) e di osterie. C’era sia la redazione, sia la tipografia, con tanto di rotativa e di piazzale dove i camion caricavano i
giornali appena stampati. Per Maria Grazia era una specie di seconda casa.

La scuola del Piccolo Teatro

Maria Grazia Gregori, come primo mestiere, insegnava alla Scuola del Piccolo Teatro. In via Rovello, a metà strada – stavolta – fra altri due “cuori” di Milano, il Duomo e il Castello Sforzesco.
Eppure, quando poteva, passava in viale Fulvio Testi interi pomeriggi. Era la critica teatrale. Scriveva sia per gli spettacoli nazionali sia per la cronaca milanese. Per qualche anno era stata la
vice di Sauro Borelli, che era critico sia teatrale sia cinematografico dell’edizione di Milano, mentre Aggeo Savioli era critico sia teatrale sia cinematografico dell’edizione di Roma (sì, era un giornale di pazzi! Nel senso buono…). Poi Savioli divenne critico teatrale nazionale, e Borelli critico cinematografico. Maria Grazia era la “spalla” di Savioli, molto più di una vice: si distribuivano gli spettacoli da recensire sia geograficamente (Aggeo a Roma, lei a Milano) sia in base ai gusti. E qui è lecito rievocare, molto rapidamente, cosa era la critica teatrale in quegli anni. “L’Unità” era un giornale politico, e anche il dibattito sulla cultura e sugli spettacoli faceva parte della lotta politica e civile. Si sostenevano gli artisti più innovativi, si combatteva per un ruolo sociale del teatro, esattamente come in campo musicale si scriveva con entusiasmo dell’apertura dei teatri tradizionali, come la Scala, a un pubblico di operai, di studenti, di giovani. L’arte era la prosecuzione della politica con altri mezzi: è un concetto che oggi può suonare riduttivo, ma aveva anche molti pregi. Sul giornale si conduceva una “battaglia delle idee” autentica, e senza esclusioni di colpi.
In questo ambito, fra Maria Grazia e Aggeo c’era una dialettica fertile. Lui, di 13 anni più grande, amava un’idea di teatro più classico; a Roma, era cresciuto con la Compagnia dei Giovani, con l’Eliseo, con Visconti, con Eduardo. Maria Grazia, che al Piccolo insegnava, aveva in Giorgio Strehler un punto di riferimento non scalfibile; ma essendo entrato in redazione nel 1980, posso testimoniare come l’astro nascente di Luca Ronconi l’avesse fatta letteralmente innamorare (amore che Aggeo, invece, non condivideva). La fascinazione di Maria Grazia per le sperimentazioni ronconiane la rendeva aperta ad altri esperimenti, alle compagnie d’avanguardia, ai teatranti più giovani. Questo teatro nuovo, emergente, aveva in lei un punto di riferimento. E si può dire che “l’Unità”, assieme alla “Repubblica” dove scriveva Franco Quadri, sia stato un giornale di vero e proprio fiancheggiamento di un teatro innovativo, al passo con i tempi.

Milanese purosangue

Da vecchio collega, da redattore che la accoglieva e spesso “passava” i suoi pezzi, posso dire che Maria Grazia era una brava giornalista (non faceva certo solo recensioni: era una bravissima
“intervistatrice”) e una donna di eccezionale simpatia. Quando veniva in redazione a portare un articolo – sì, gli articoli “si portavano”, battuti a macchina: già il fax, a inizio anni ’80, sembrò una rivoluzione! – si fermava volentieri, chiacchierava con noi e non andava più via. Io, Michele Serra, Renato Garavaglia (la formazione degli spettacoli) e i compagni della cultura, Andrea Aloi, Oreste Pivetta e Bruno Cavagnola eravamo i suoi ragazzi, i suoi “micioni”; e Maria Novella Oppo, che aveva preso il posto come caposervizio di Felice Laudadio, una cara amica. Laudadio, poi direttore di Venezia, di Cinecittà, presidente del Centro Sperimentale, inventore di festival in tutta Italia era stato caposervizio degli spettacoli fino alla fine degli anni ’70, ed era stato lui a portare Maria Grazia (come tanti altri, incluso chi scrive) al giornale prima di essere chiamato alla sede centrale di Roma.

Da milanese purosangue, Maria Grazia non visse benissimo l’accentramento della cultura e degli spettacoli a Roma, ma continuò a scrivere con continuità e con sapienza, collaborando in maniera decisiva a due grandi av venture: l’invenzione del CS (le prime pagine di cultura e spettacoli accorpate, nate nei primissimi anni ’80, una cosa che moltissimi altri giornali hanno copiato) e, negli anni ’90 (direttore Walter Veltroni), la famosa “Unità 2” di cui era una firma decisiva.

È doveroso ricordare la sua cultura, la sua preparazione, la sua bravura giornalistica. Ma non si può non ricordare le fragorose risate che ci facevamo, in quel palazzone di viale Fulvio Testi dove si andava al lavoro con lo stesso spirito con il quale si andava al cinema. Con il suo capello nero alla Louise Brooks, che portava con sacrosanta civetteria, Maria Grazia – di quel cinema che si chiamava “Unità” – era una primadonna. A lei un bacio, dovunque ora sia.