Addio Lilli Bonucci, grande inviata all’Unità, anni Sessanta

Una grande inviata di nera, negli anni Sessanta, quando le donne giornaliste erano mosche bianche. La prima donna caposervizio in un grande giornale nazionale: era l’Unità, l’anno il 1971. Certo che Lilli incuteva rispetto. Bastava un suo sguardo perché alla “varia” la smettessero di fare battute brucianti, di vociare come una classe ribelle, di tirarsi penne e palle di carta: che poi erano giornalisti del calibro di Gambescia, Settimelli, Miserendino, Criscuoli, giornalisti costretti a tenere una pistola nel cassetto – quelli erano i tempi – e che con i loro articoli intimorivano fascisti e procure.

Lilli Bonucci è morta. Non c’è più. Fino a pochi mesi fa scriveva ancora recensioni di libri (come scriveva sempre bene, Lilli), su “Liberetà”, il giornale dei pensionati Cgil, perché scrivere è un vizio che non ti togli. Non era sui social. Non voleva neppure il telefono cellulare…

Lilli è stata una grande capa. Non solo perché teneva le redini di un servizio cruciale in anni di trame nere e servizi deviati, quando gli “allarmi bomba” ci costringevano a lasciare la macchina da scrivere e aspettare in strada che gli artificieri controllassero le stanze per farci rientrare. Non perché era dura. Lilli non era dura. Era autorevole.

Quando muore qualcuno – rubo a Pirandello – si piange quello che in quella persona si perde di sé stessi. Io a Lilli devo di avermi insegnato a sovvertire le regole del giornalismo, per avermi costretta a scrivere (e riscrivere!) pezzi di “io c’ero”, in cui testimoniare in prima persona (si trattava, allora, di un treno fermo nelle campagne per una bomba – inesplosa – a bordo). Devo a Lilli di avermi insegnato in modo brutale che non era una favola bella decidere di fare questo mestiere e avere un bambino: mi bloccò fuori dalla tipografia, io con quel pancione, per dirmi “Vedo che hai deciso di smettere di fare la giornalista”. Lei, che aveva due figli, un passato da inviata, un presente senza orari… Me lo ricordo ancora che mi vennero le gambe molli, il groppo in gola. Mi regalò il libro del dottor Spock quando mio figlio nacque: istruzioni per fare la mamma.

Ma Lilli, non è la prima volta che ci penso, era soprattutto una presenza importante in un giornale che dava spazio alle donne molto più di quanto non avvenisse in altre testate. Per carità, sempre una minoranza, non c’era una donna allo sport ma c’erano all’economia, e c’erano come corrispondenti nei luoghi cruciali del mondo, e contavano nelle discussioni del mattino. Una grande educazione, una esperienza di formazione vera per giovani appena uscite dall’università, tutte gonnelloni e zoccoli e “io sono mia”: si poteva di più.

Se poi ci siamo riuscite o no, è altro discorso. Guardarsi intorno oggi è deprimente: una donna sola alla direzione di un giornale (il manifesto), non più di tre nei tg, pubblici e privati.

Lilli è andata via presto dall’Unità, a metà degli anni Ottanta, per occuparsi insieme a Tullio De Mauro dei “Libri di base” della Editori Riuniti. Un’altra esperienza grandissima. Eppure, col suo telefono fisso, non ha mai mollato neppure l’idea forte di una professione che si fa insieme. La democrazia della professione. Così che non c’era elezione – e noi giornalisti ne facciamo tante – che non arrivasse la telefonata (telefono fisso!) con cui voleva sapere, informarsi, chiedere dei candidati.

Ciao Lilli. Ti vogliamo bene. Un abbraccio ai tuoi figli e ai tuoi cari da tutti noi di strisciarossa.