Addio immensa Monica Vitti, l’attrice libera che ha raccontato la società

Se l’aspettavano tutti, ormai da anni. Da più di vent’anni, verrebbe da dire dalla fine del secolo scorso, Monica Vitti era andata via. Una malattia maledetta l’aveva isolata dal mondo. Suo marito, Roberto Russo, ha difeso in questi anni la sua privacy con un amore e una costanza encomiabili. Ora che la notizia è arrivata, si affacciano i rimpianti: cosa avrebbe combinato, Monica Vitti, negli ultimi trent’anni di carriera? Come si sarebbe trovata, in un cinema – in un mondo – così diverso da quello in cui si era affermata? Domande che non avranno mai risposte.

Quando “Le Monde” la diede per morta nel 1988

In Francia, Monica Vitti era morta addirittura il 3 maggio del 1988: quel giorno “Le Monde” pubblicò la notizia del suo suicidio con una bella dose di “barbiturici”, come si diceva allora. Il giorno dopo, mentre Monica si sbellicava dalle risate, il prestigioso quotidiano parigino le spedì a casa mezza tonnellata di rose rosse, implorando il perdono. L’aneddoto, ripetuto oggi, fa ridere; mentre fa molto meno ridere la terrificante gaffe di un sito italiano che oggi, 2 febbraio 2022, l’ha definita l’interprete di “Travolti da un insolito destino…” mettendo anche la foto di Mariangela Melato. Diciamo che la stampa, ogni tanto, con Monica Vitti prendeva e prende sfondoni. Questo non ha impedito, lo scorso 3 novembre, di celebrare in modo dovuto i suoi 90 anni. Ma la triste notizia di oggi, purtroppo, era nell’aria.

È curioso constatare, alla scomparsa di un’artista novantenne, che la sua carriera è tutta racchiusa in tre decenni magici: anni ’60, ’70, ’80. Già gli anni ’90, nei quali ancora lavora, sembrano un amaro anticipo del silenzio che verrà. E prima del 1960, quanto interpreta “L’avventura” diretta per la prima volta da Michelangelo Antonioni, i film si contano sulle dita di una mano. Monica Vitti, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli (fu Sergio Tofano, suo maestro all’Accademia, a cambiarle il nome), arriva al cinema relativamente tardi, attraverso il doppiaggio. Ancora oggi è emozionante sentire la sua voce in film famosi come “I soliti ignoti” (doppia Rossana Rory, è lei a rispondere brusca a un tizio che le chiede “balli?”: “no, ho fatto un fioretto”) e “Accattone” (doppia Paola Guidi, ovvero Ascenza, la moglie perennemente incazzata – con ottimi motivi – del protagonista). Proprio durante il doppiaggio di “Il grido”, dove le affidano la protagonista Dorian Gray, conosce Antonioni: è il primo incontro decisivo della carriera, che dà vita alla cosiddetta trilogia dell’incomunicabilità (“L’avventura”, “La notte”, “L’eclisse”) e poi al clamoroso “Deserto rosso”, film iper-sperimentale dove deve pronunciare la leggendaria battuta “mi fanno male i capelli”; battuta che per altro, nel mondo di Antonioni e nella mente di una protagonista depressa e dissociata che vede il mondo a colori assurdi, ha un suo perché.

Gli incontri decisivi con Antonioni e Monicelli

L’altro incontro decisivo è quello con Mario Monicelli, che frequenta la coppia Vitti-Antonioni nella vita e le dice, senza peli sulla lingua: “Ma sei così spiritosa, perché devi fare solo questi ruoli deprimenti?”. Antonioni, che nella vita vera è tutt’altro che triste, dà il suo viatico e Monicelli fa di lei la protagonista di “La ragazza con la pistola”, film epocale: perché è una delle primissime commedie all’italiana con una protagonista femminile, e al tempo stesso è un film femminista, pop e dallo spirito internazionale, felicemente immerso nello spirito del ‘68. Nei panni di una siciliana nera come un tizzo, sedotta e abbandonata, che inseguendo il fedifrago in Inghilterra diventa una bionda emancipata nella Swinging London, Monica è strepitosa. L’anno dopo interpreta “Amore mio aiutami”, dove nasce la coppia con Alberto Sordi che verrà replicata molte volte. È un film oggi quasi perturbante: la lunga scena in cui lui la riempie di schiaffoni sulla spiaggia, e dove lei, in campo lungo, è “doppiata” dalla stunt Fiorella Mannoia, sarebbe oggi (giustamente?) inconcepibile. La coppia però funziona, e sfonda definitivamente con “Polvere di stelle”, dove i due cantano in modo spudorato la celebre, volgarissima canzoncina “ma ‘ndo hawaii se la banana non ce l’hai?”.

La dimensione internazionale

Ormai Monica Vitti è un’attrice sul cui nome si montano produttivamente i film. E intanto si è conquistata una dimensione internazionale. “Modesty Blaise” (1966), girato a Londra e tratto da un celebre fumetto, non è eccezionale e Monica lo ricorderà soprattutto per la “sconfinata tristezza” del regista Joseph Losey, americano esule in Gran Bretagna dai tempi del maccartismo. Di tutt’altro spessore è la pur breve parte in “Il fantasma della libertà” di Luis Buñuel, dove lei e Jean-Claude Brialy interpretano due ricchi borghesi che si arrapano di fronte alle foto oscene portata a casa dall’ignara figliola (quando anche noi spettatori vediamo finalmente le foto incriminate, scopriamo che sono cartoline illustrate di celebri monumenti). In questi film, andrà sottolineata una cosa di cui Monica era molto orgogliosa: sia in inglese sia in francese, recita sempre con la propria voce, senza bisogno di essere doppiata. Per un’attrice nata doppiatrice, una bella rivincita.

Tra gli altri, numerosi film è giusto ricordare “Qui comincia l’avventura”, per due ragioni: perché segna il terzo incontro fondamentale della sua vita, quello con Carlo Di Palma che diventa suo compagno oltre che, talvolta, suo regista (è il direttore della fotografia storico di Antonioni); e perché è il film che Ridley Scott ha impunemente copiato in “Thelma e Louise”. Monica Vitti è una biker selvaggia e ricoperta di cuoio che si trascina appresso una timida stiratrice, Claudia Cardinale, in un’avventura “on the road” che parte dai canyon delle Murge ma potrebbe benissimo svolgersi in Arizona. Film non riuscitissimo ma curioso, che conferma in Monica Vitti un’attrice coraggiosa, capace di abbracciare scommesse anche le più bizzarre. Il quarto incontro è ovviamente quello con Roberto Russo, fotografo di scena nonché giovane e promettente regista che negli anni ’80 la dirige in “Flirt” e in “Francesca è mia”, la sposa e poi, quando lei si ammala, abbandona la carriera per dedicarsi completamente alla sua assistenza. Un giorno bisognerà anche scrivere dello spessore umano di questo compagno di vita. Oggi, ahinoi, piangiamo Monica, come la piangiamo ormai da tempo.