Addio immensa Lollo, diva popolaresca che colorò il cinema neorealista

Per capire chi sia stata davvero Gina Lollobrigida, che ruolo abbia avuto nel cinema e nell’Immaginario di un paese, ci vorrebbe la macchina del tempo. Dovremmo tornare a quel 1953 in cui il ruolo della Bersagliera in Pane amore e fantasia la rende un’icona del dopoguerra, e fa di lei – chiamiamo le cose con il loro nome – l’oggetto del desiderio erotico di 99 maschi italiani su 100 (e sicuramente anche di molte femmine, ma all’epoca non si diceva). Quando esce quel film Gina ha 26 anni e oggi qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un’esplosione arrivata dal nulla, come la nascita di una Supernova.

Arriva al successo con “Pane amore e fantasia”

Gina Lollobrigida (Foto di Ivo Bulanda - Ivo Bulanda, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=112493188
Gina Lollobrigida (Foto di Ivo Bulanda da Wikipedia)

Se invece torniamo in quel 1953, forti della conoscenza di ciò che è avvenuto negli anni immediatamente precedenti, l’effetto-Supernova sparisce. La Bersagliera non è una rivelazione, è una conferma. A 26 anni Gina è già una diva. Ce n’erano state anche prima, altrettanto dirompenti: la Silvana Mangano di Riso amaro, la Lucia Bosè di Non c’è pace tra gli ulivi, la Silvana Pampanini di Bellezze in bicicletta, la Isa Barzizza di Totò al Giro d’Italia. Ma le differenze sono due. La prima, se vogliamo marginale, ai limiti del gossip, ma linguisticamente fondamentale: lei ha battezzato il vocabolo “maggiorata”, inventato da Alessandro Blasetti e magnificamente declamato da Vittorio De Sica nel memorabile episodio Il processo di Frine del film Altri tempi (e siamo un anno prima, nel 1952). L’altra è di enorme sostanza: Gina è l’unica diva INTERNAZIONALE, e tale rimarrà fino alla carriera hollywoodiana di Sophia Loren che segnerà la seconda metà degli anni ’50. Sempre in quel fatidico 1952, che è il vero anno di svolta della sua carriera, la Lollo va in Francia (dove il suo cognome abbreviato e accentato, “Lollò”, diventerà un modo vezzoso di chiamare i seni femminili) e interpreta due film di grande successo, Fanfan la tulipe e Le belle della notte, accanto al divo d’Oltralpe più amato e più bello, Gérard Philipe. È come prendere la Legion d’Onore. Per cui, quando indossa i panni un po’ sdruciti – per la serie “vedo e non vedo” – della Bersagliera e monta in groppa all’asino Barrò, Gina Lollobrigida è tutto fuorché un’esordiente. Grazie alla sua bellezza al tempo stesso raffinata e popolaresca (un mix quasi irripetibile, perché la Bosè e la Mangano erano forse più belle, ma erano “aristocratiche” pur essendo entrambe di origini umili) Pane amore e fantasia incassa un miliardo e mezzo di lire, che per l’Italia del ’53 corrisponde più o meno al box-office di Avatar.

Terza a Miss Italia nel 1952

La carriera della Lollo, del resto, viene da lontano: anche in quel fatidico 1952 era già una veterana. Nata a Subiaco il 4 luglio del 1927, figlia di un ricco industriale del mobile che viene rovinato dai bombardamenti durante la guerra, si trasferisce a Roma nel ’44 con la famiglia, si mantiene con i fotoromanzi e nel ’47 partecipa a quel leggendario concorso di Miss Italia che vede vincitrice Lucia Bosè, seconda Gianna Maria Canale e terza lei, con Eleonora Rossi Drago squalificata perché già sposata (cosa non consentita dal regolamento). Diventano tutte star nel giro di pochi mesi. Gina interpreta diversi film-opera, allora molto popolari: esperienza che le sarà utile quando nel ’55 reciterà a Hollywood nel ruolo della cantante lirica Lina Cavalieri, nel film La donna più bella del mondo. Pochi sanno che nei numeri musicali previsti dalla trama (canzoni, ma anche arie d’opera) Gina canta con la propria voce, invece di essere doppiata da una cantante “vera”: era un soprano di buon livello, e aveva una bellissima voce.

La cercano tutti i registi più bravi

Contemporaneamente ottiene i primi ruoli importanti in Campane a martello di Luigi Zampa, in Vita da cani di Steno & Monicelli (film sul mondo del varietà che è un piccolo capolavoro da recuperare), in Achtung! Banditi! di Carlo Lizzani dove interpreta una valorosa staffetta partigiana accanto a un giovanissimo Giuliano Montaldo, ancora solo attore. Montaldo ha raccontato più volte che le riprese di quel film, uno dei pochissimi titoli del neorealismo che ricostruiscono la Resistenza in città, si svolgono a Pontedecimo, nella periferia operaia di Genova: da quelle parti c’è una salita leggendaria, la Bocchetta, dove spesso si allenano i grandi ciclisti dell’epoca; sul set, quindi, appare spesso Fausto Coppi in persona, che saluta amichevolmente Lizzani e gli altri attori e si apparta volentieri a far due chiacchiere con Gina. “Occhio lungo, il campionissimo”, chiosa Montaldo quando racconta l’episodio.

Gina Lollobrigida in Le avventure di Pinocchio
Gina Lollobrigida in Le avventure di Pinocchio

La Resistenza, Fausto Coppi e la (futura) Bersagliera: se ci pensate un attimo, in queste immagini c’è l’Italia del dopoguerra, un paese che ha voglia di ripartire, di tornare a godersi la vita. Pane amore e fantasia è il film che (pur essendo ancora rigorosamente in bianco e nero) dà un colore al neorealismo, e infatti si parlerà di “neorealismo rosa”. La critica marxista più severa avrà parole dure sia per il regista – un ancora giovane Luigi Comencini – sia per il protagonista maschile, il grande Vittorio De Sica, accusato di essersi “venduto” (in un ruolo di carabiniere, poi! Lui che aveva fatto Ladri di biciclette…). Fossimo stati meno miopi, noi comunisti (quelli che c’erano allora, si capisce) avremmo forse realizzato che Pane amore e fantasia era ciò che anche il grande popolo comunista voleva vedere al cinema: una visione del mondo non obbligatoriamente tragica, un pizzico di ottimismo, un po’ di fantasia da mettere in un panino (è la famosa battuta che dà il titolo al film) e, perché no, una bella ragazza nel cast.

Chiude la carriera nel 1971 con il Pinocchio di Comencini

Gina Lollobrigida, ormai, è superiore ai dibattiti filosofici. La aspetta Hollywood. Gira Il tesoro dell’Africa (John Huston) con Humphrey Bogart, Trapezio (Carol Reed) con Burt Lancaster e Tony Curtis, Notre-Dame de Paris (Jean Delannoy) con Anthony Quinn, Salomone e la regina di Saba (King Vidor) con Yul Brynner, Sacro e profano (John Sturges) con Frank Sinatra, Torna a settembre (Robert Mulligan) con Rock Hudson, La donna di paglia (Basil Dearden) con Sean Connery, La guerra privata del sergente O’Farrell (Frank Tashlin) con Bob Hope. Occhio: per un’attrice non di madre lingua inglese è un curriculum pazzesco, eguagliato solo – come si diceva – dalla Loren. È indiscutibile che fra gli anni ’50 e ’60 loro due siano le attrici italiane più famose nel mondo, creando di fatto un modello divistico irripetibile. A sentir lei – che è sempre stata un’abile press-agent di se stessa, e senza avere alle spalle un produttore potente come Carlo Ponti – tutti i divi citati cascano ai suoi piedi, ma lei niente, integerrima: ha sposato nel ’49 Milko Skofic, un medico sloveno che lavora con i profughi sfollati a Cinecittà, e gli rimane fedele almeno fino al divorzio avvenuto nel ’71. Quel che è certo, è che per lei perde la testa Orson Welles, non uno qualsiasi, che nel ’58 le dedica un famoso ritratto, Portrait of Gina, che è qualcosa a cavallo fra un documentario, una comica finale e una lettera d’amore. Anche con Orson, Gina rimane tutta d’un pezzo, e anni dopo parlerà di lui come un americano invadente e un po’ bifolco.

A parte alcuni film bizzarri e qualche dimenticabile fiction tv, la carriera della Lollo finisce nei primi anni ’70, e il suo ultimo grande ruolo è quello della Fata Turchina nel meraviglioso sceneggiato Rai Le avventure di Pinocchio di quel Luigi Comencini che l’aveva portata alla fama planetaria. Gli anni successivi la vedono nei panni di fotografa, scultrice, viaggiatrice (famoso il colpo di fulmine, chissà se anche politico, per Fidel Castro) e custode a volte incauta del proprio passato. Su fatti di cronaca recenti, dal matrimonio annullato dalla Sacra Rota a certe incomprensibili esternazioni politiche, volutamente sorvoliamo. È morta una stella, e per certi versi – come accade alle stelle vere – era morta da tempo e la sua luce arrivava da un passato molto lontano.