Addio Gorbaciov, l’innovatore. Fermato da famelici oligarchi

Era l’inizio d’ottobre 1989 e Mikhail Sergheevich Gorbaciov pronunciò una delle sue più famose frasi, un monito politico che è rimasto scolpito nella Storia. Arrivò in visita a Berlino Est per i festeggiamenti del 40° della fondazione della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca. S’avviò verso il monumento ai soldati di tutte le guerre, sull’Unter den Linden, avendo accanto Eric Honecker, il capo dei comunisti della Sed. C’era aria di smottamento. Soprattutto i giovani in grande fermento perché la Germania Est si stava sgretolando. Gorbaciov lo sapeva bene. Fu avvicinato dai giornalisti e, senza neppure guardare Honecker, disse: “Chi arriva in ritardo, la Storia lo punisce”. Così fu. Cadde il Muro dopo un mese mentre risuonavano ancora le grida di “Gorby, Gorby”.

Potrebbe finire qui il ricordo di Misha, così lo chiamava in privato la moglie Raissa. Perché in quella frase si racchiude tutta la sua grande e anche tragica figura. Se si guarda a quanto accade oggi nel mondo, in Europa e nel nostro stesso Paese, ti può prendere anche un senso di angoscia, di sgomento. Quest’uomo se ne va a 91 anni da personaggio che ha fatto la Storia. La nostra Storia. E noi qui, invece, assistiamo a vicende miserabili, a uno scontro tra uomini mediocri, mentre ci sarebbe bisogno di elevarsi sopra le meschinità, i giochi di potere, le fandonie, la pochezza dei più.

Da wikimedia.org

Prendiamo la guerra in Ucraina. Ce l’abbiamo a due passi, ne soffriamo anche noi le conseguenze, siamo alla vigilia di prove difficili eppure tutto questo è cominciato da quelle parti, proprio un giorno di 31 anni fa quando i nemici interni di Gorbaciov, che poi si sbranarono l’economia sovietica in un sol boccone, si riunirono in una dacia nella foresta bielorussa e decretarono, di fatto, la fine dell’Urss. Gorbaciov aveva provato, sino all’ultimo, di impedire la dissoluzione dell’immenso paese che aveva avviato, tra errori e contraddizioni, verso un cammino riformatore con la perestrojka e la glasnost. E adesso siamo qui sospesi sulle sorti del mondo, da sei mesi a guardare quasi distrattamente le drammatiche immagini della guerra di Putin che siede al Cremlino, l’erede di quel Boris Eltsin che infierì su un Gorbaciov sconfitto portando la Russia degli anni 90 in braccio agli oligarchi più famelici.

Bandiera rossa ammainata la sera di Natale 1991

La sera di Natale del 1991 dalla torre del Cremlino, in una Piazza Rossa sferzata dal nevischio e pressoché deserta, venne ammainata la bandiera dell’Urss. Scese lentamente ma inesorabilmente. Gorbaciov aveva da poco finito il suo discorso in tv. L’ultimo da presidente. Un commiato denso di grande dignità e segnato dal rammarico che i sovietici stavano perdendo l’unità del loro paese e dalla preoccupazione per i destini del mondo. Disse: “Ha vinto la disintegrazione dello Stato. Io non sono d’accordo. Vi parlo per l’ultima volta come presidente”. Poi, con amarezza: “I cittadini hanno perduto il loro Paese”. Uscirà per sempre dalla Torre Spaskaja a soli 60 anni dopo aver sorpreso tutti nel 1985 con la sua elezione a segretario generale del Pcus che metteva fine alla stagnazione brezneviana e apriva un grande spiraglio per le sorti del più grande paese del mondo e dell’umanità intera.

Gobarciov con la moglie Raissa – foto da Novosti archive

A quel tempo l’Unità pubblicò uno dei suoi libretti allegati al giornale. Lo dedicò proprio a Mikhai Sergheevich che compiva i primi passi della sua impresa difficilissima. Infatti il titolo fu “Se vince Gorbaciov”. È stata una battaglia dura, feroce. Contro i conservatori di destr,a e i nascenti “radicali democratici”, entrambi con l’obiettivo di sbarrargli la strada. Ma anche contro l’esterno, l’Occidente che guardava ammirato verso l’uomo nuovo del Cremlino che invocava la “casa comune europea” ma che, sotto sotto, e manco tanto, aiutava tutti quelli che potevano dare una spallata all’Urss. Fu plasticamente evidente l’ipocrisia delle classi dirigenti occidentali: blandivano Gorbaciov, se lo contendevano, ammiravano lui e Raissa, ma poi, alla resa dei conti, non erano disposti a dargli una mano nella sua straordinaria, purtroppo vana e forse velleitaria, battaglia per la democratizzazione socialista dell’Unione sovietica. Lo si capì per bene proprio alla fine dell’esperienza di Gorbaciov, nel crepuscolo del 1991. Da presidente dell’Urss andò al summit del G7 di Londra, a metà del mese di luglio. Baci, abbracci, sorrisi e pacche sulle spalle. Ma non gli concessero nemmeno un dollaro di crediti. Nulla di nulla. L’Intelligence sapeva in quali guai era immerso Gorbaciov e Margareth Thatcher e compagnia fecero due calcoli: non lo aiutiamo e l’Urss gli crollerà addosso. Troppo facile.

Lo statista che non vinse ma aveva capito tutto

La prima pagina de l'Unità del 25 agosto 1991: Gorbaciov liquida il Pcus
l’Unità, 25 agosto 1991: Gorbaciov liquida il Pcus

Se vince Gorbaciov. Non vinse. Ma lottò. Tra resistenze e compromessi. Ci fu un momento in cui sembrava potesse svoltare davvero. Era il 1988 quando si inventò la Conferenza di organizzazione del partito nel palazzo dei Congressi. Un evento straordinario che, per la prima volta, venne pure trasmesso dalla radio. A Mosca per strada, sui grandi viali, nei parchi, sugli autobus, la gente ascoltava con i piccoli transistor il dibattito infuocato. Si discuteva alla luce del sole, ci si scontrava, si applaudiva e si fischiava. Roba da pazzi. E sui giornali la stessa cosa. Una ventata di democratizzazione mai vista. Poteva vincere Gorbaciov? Resisteva nella cruenta battaglia dentro il Pcus, dentro il Politburo pieno di avversari. Cercava sponde in politica estera. Le ottenne pure. Il famoso vertice con Reagan a Reykiavik, gli accordi sul taglio dei missili, la mossa sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan, il vertice di Malta, l’incontro in Vaticano con Woityla. E, poi, l’abbraccio con la gente. Ricordate Roma e Milano? Un giorno, negli ultimi anni, rinchiuso sempre di più, specie dopo la scomparsa di Raissa Maximovna, nella sua Fondazione del Leningradsky Prospekt, disse: “Ci abbiamo provato”.

Ci sono due fermo immagine che dànno il senso della tragicità dell’uomo Gorbaciov. La prima: la discesa della scaletta dell’aereo a Mosca una volta liberato con la sua famiglia dalla prigionia nella dacia di Foros sul Mar Nero. I golpisti di destra avevano retto per tre giorni, tra messinscena, carri armati in mano a comandanti smarriti e all’alcol. Dall’altra parte i “liberatori” alla Eltsin erano i vincitori di una davvero strana vicenda. Gorbaciov era bianco in volto, quasi smarrito. Tornava libero ma conscio di essere stato definitivamente sconfitto.

Lo scontro con Boris Eltsin

Reagan e Gorbaciov firmano il trattato INF

L’Urss era ancora in piedi ma solo per qualche mese. La seconda immagine: nella grande sala del Soviet supremo della Russia Boris Eltsin, con il dito puntato, gli intima di firmare il decreto di scioglimento del Pcus. Davanti ad una folla di deputati (?) inferociti, Gorbaciov deve subire. Tentenna, cerca di opporsi, argomenta. Ma è un’arena e deve cedere. La sera stessa i funzionari del palazzo del Comitato centrale, dietro la Piazza Rossa, saranno cacciati dalla folla e nella notte, sul portone d’ingresso del segretario generale, cioè di Gorbaciov, sarebbe apparso il cartello “Edificio sequestrato per ordine del sindaco di Mosca”. Fine di un’epoca.

La morte di Gorbaciov sopraggiunge e ci sembra una enormità la guerra della Russia di Putin contro l’Ucraina. Aveva il Nobel per la pace. Aveva demolito la guerra fredda. Aveva difeso il suo mondo ma consapevole che andava cambiato perché potesse sopravvivere. Si sa che, pur malato, Gorbaciov fosse molto rammaricato per il corso degli eventi. Aveva parlato con franchezza, perché non poteva smentire se stesso. Si disse rammaricato del fatto che, nonostante le promesse che gli erano state fatte al momento della riunificazione tedesca, la Nato aveva proceduto ad una massiccia espansione ad est. Non erano quelle le intese. È stata una “slealtà” commentò. Era, soprattutto, seriamente preoccupato, nel letto di degenza dell’Ospedale Centrale di Mosca, per una potenziale e disgraziata deriva verso la guerra nucleare. Gorbaciov non ha vinto e tutti noi abbiamo perso.