Monticchiello dice addio ad Andrea Cresti, anima del Teatro Povero

Quel borgo sarà oggi muto. Il silenzio regnerà sulla parola, a Monticchiello, e le mura che l’hanno difeso nei secoli si faranno tristi quando Andrea Cresti, accompagnato dai suoi amici-fratelli del Teatro Povero, sarà sepolto nel piccolo cimitero di campagna dal quale si guarda all’immensa Val d’Orcia, ora che da verde sta diventando tutta gialla.  È deceduto proprio nel periodo nel quale solitamente il paese si fa teatro e gli abitanti attori, dopo mesi di prove, di discussioni, di mangiate di pici. Insegnava a Montepulciano, Andrea Cresti, ma viveva le notti di Monticchiello al quale aveva donato anima e corpo per tanti, tanti anni finché quella morte più volte evocata nei loro autodrammi, s’è fatta a sua volta attrice prepotente, e l’ha portato via. In barba ai suoi quadri, in barba al suo musicar testi, in barba alla sua capacità di evocare il passato intessendolo di presente.

Artista eclettico, aveva sfidato i padri fondatori

Viveva dipingendo, scrivendo, inventando messe in scena, fin da quando, giovanissimo, era stato cofondatore del Teatro Povero. Aveva avuto la forza, a metà degli anni Settanta, di sfidare i padri fondatori: il grande Aldo Nisi e il regista che, dopo i che i primi due testi erano stati scritti nel 67-68, da due preti (Don Marcello De Balio di Montepulciano, autore tra l’altro di molti Bruscelli e Don Vasco Neri) ne aveva preso la guida, Mario Guidotti accompagnando il Teatro nel rispetto della tradizione. Aveva una gran voglia di innovare quel teatro che era ormai diventato famosi che radunava, a fine luglio, tutti i critici delle maggiori testate. L’idea che un paese, tutto intero, si trasformasse in un palcoscenico vivente emozionava e faceva riflettere. Una via di mezzo tra una seduta collettiva di autocoscienza che però non scivolava mai nello psicodramma.

Andrea Cresti, e si suoi giovani amici, capì a metà degli anni Settanta che andava ingranata una marcia in più, intrecciare più strettamente la voglia di tessere i ricordi del passato col presente, con la vita di tutti i giorni, con i drammi che il luogo e il mondo stavano vivendo: emigrazione e spopolamento, turismo di massa, guerre e immigrazioni. Cesellando nella contemporaneità la variopinta lingua di questa parte meridionale della Toscana. “È la stessa lingua anzi che si fra drammaturgia, ovvero arte del racconto attraverso il teatro. A cercare di distinguerle e organizzarle nella memoria, le tante storie viste e ascoltate in questi anni a Monticchiello diventano una storia unica, coerente e unitaria, sempre nuova e affascinante lungo il binario solido costruito dal confronto tra il vecchio e il nuovo. Ecco perché i personaggi sembrano essere sempre se stessi: perché in realtà hanno creato qualcosa che equivale alle antiche maschere, ma senza trucchi e cartapesta”, scriveva Gianfranco Capitta nell’ormai celebre convegno del 1992 e i cui atti furono pubblicati dall’Editrice Le Balze.

Andrea Cresti non aveva bisogno di maschere nel dire quel che diceva nella piazza, davanti al pubblico pagante o nelle riservate stanze, sia fossero allegre frivolezze, o gustosi aneddoti o urticanti polemiche. Per questo il Teatro Povero, in una commovente nota, lo rimpiange con un pianto corale: “Avrebbe potuto investire in mille modi i suoi molteplici talenti; decise però di porli al servizio di un’impresa che allora sembrava impossibile, utopica, visionaria: costruire un luogo e un modo in cui, partendo da un paesino sperduto e periferico, persone di ogni estrazione e cultura potessero riconoscersi, confrontarsi, raccontarsi, attori di se stessi e delle proprie vite nell’originale formula dell’autodramma, in cui personaggi e interpreti si confondevano tra loro, creando e inventando continuamente uno spettacolo nuovo, cangiante, mai definitivamente ultimato e completato. In quella che allora sembrava solo una combriccola di compaesani in un’Italia in rapido mutamento, forse nessuno aveva intuito come Andrea le potenzialità espressive, che andavano ben oltre i limiti di un dopolavoro ricreativo o una sagra tradizionale a carattere storico“.

Il grande riconoscimento di Monticchiello

Il riconoscimento che viene da Monticchiello è grande non solo perché gli si riconosce il suo innato carisma (lo ricordo incantare Pietro Ingrao e Federico Fellini, intenti a mangiar pici in Taverna mentre discutevano di cinema e di tetro) ma soprattutto “il sostanziale aiuto da lui dato alla costituzione di una coscienza collettiva della nostra compagnia e comunità, una coscienza in grado di coinvolgere, incuriosire ed attrarre una compagine eterogenea di amici e simpatizzanti, senza per questo nascondersi difficoltà, errori e mancanze. Impossibile dar conto qui di una storia di oltre mezzo secolo, dei suoi momenti felici e delle battute di arresto, delle speranze e delle delusioni, delle trasformazioni continue e profonde nel potenziale umano coinvolto, nelle idealità espresse. Ma non vi è dubbio che Andrea Cresti ne sia stato l’interprete più convinto, lucido e prolifico”.