Addio a Yehoshua: ha finito il suo viaggio intorno al mistero della coppia

Signor Yehoshua, perché la coppia, intendo la coppia coniugale in senso classico, è un architrave nella sua produzione narrativa? “Non mi stanco di indagarne il mistero. Perché un uomo e una donna, senza avere un legame di parentela, senza essere per esempio fratello e sorella  o padre e figlia, decidono di trascorrere una vita insieme?” ci rispose lo scrittore israeliano. Era la fine degli anni Novanta e Abraham B. Yehoshua che da un decennio era tradotto da noi (da Einaudi, ma già prima dalla Giuntina), aveva conquistato in Italia – paese di lettori deboli – una popolarità unica per uno scrittore vivente della sua stazza. La sua influenza l’aveva dovuta anche al fatto che uno o più dei suoi romanzi  fossero stati allegati al settimanale più diffuso nel nostro Paese:  “Famiglia cristiana” aveva distribuito lo scrittore ebraico a settemila lire a volume in edicole e parrocchie. Abraham B. Yehoshua è morto in questo 14 giugno. Aveva 85 anni: era nato il 9 dicembre 1936 a Gerusalemme. Era malato di cancro e ha seguito, a distanza di sei anni, la moglie Rivka, psicanalista, dopo la cui fine  aveva abbandonato Haifa per trasferirsi vicino a figli e nipoti a Tel Aviv. Il suo “mistero” coniugale, con la Rivka che l’aveva lasciato in un lutto inconsolabile, Yehoshua   l’aveva vissuto per cinquantasei anni.

La coppia, questa Sfinge

E sulla pagina, di romanzo in romanzo, a questa Sfinge – la coppia – avrebbe regalato uno spessore metaforico enorme. Forse è proprio questa presenza enigmatica che ritroviamo, dall’”Amante” a “Un divorzio tardivo”, da “Cinque stagioni” a “Ritorno dall’India”, da “Viaggio alla fine del millennio” alla “Sposa liberata” giù giù fino al “Tunnel”, a renderci il mondo che lui racconta insieme portatore di una nostalgia e lontano – per noi novecentesco – in uno strano, impercettibile modo.  Perché quale mai famiglia impiegherebbe oggi, nel nostro mondo, 376 pagine per concedere al suo patriarca la libertà di compiere il suo divorzio tardivo e risposarsi e quale mai padre ne impiegherebbe 592, come il professore di storia orientale Yohanan Rivlin, per capire perché la sposa Galia si sia liberata di suo figlio Ofer? Per non parlare di quel marito che a fine guerra dello Yom Kippur cerca l’amante della moglie, l’unico in grado di ridarle un sorriso e che si è perso…

Ebrei e arabi

Ma dicevamo della potenza metaforica di questo archetipo, in un paese, Israele, dove la convivenza tra ebrei e arabi è d’obbligo.  Yehoshua con una ristretta minoranza di suoi romanzi si è affacciato all’estero:  per esempio in Asia con “Ritorno dall’India”, nell’Est Europa con “Il responsabile delle risorse umane”, in Spagna con “La scena perduta”, in Italia con l’ultimo “La figlia unica”. Per il resto ha esplorato in migliaia di pagine Israele e Palestina, regalando a quegli scarsi 30.000 km quadrati che la “coppia” si divide, agli ebrei e agli arabi che li abitano, totale profondità e ricchezza . Magari azionando all’indietro il pedale della storia, come nel “Signor Mani”, suo capolavoro, dove la storia di quella terra e di una famiglia è ripercorsa a più voci all’indietro, da un oggi dove il giovane Efraim Mani combatte la guerra del Libano al 1799 dove nasce Abraham, il patriarca, mercante di spezie.

 Nobel mancato

Domanda: perché Abraham B. Yehoshua, romanziere (con esiti meno eclatanti saggista e drammaturgo) non è stato insignito di un Nobel per la letteratura? Per quello che se ne sa, perché a Stoccolma era considerato troppo “soft” nella questione del conflitto israelo-palestinese. Della cosiddetta “triade” – lui, Amos Oz, David Grossman – per anni spesasi in favore della pace, era il volto più paterno e più moderato. Ma l’Accademia ha perso l’occasione di onorare, appunto, anche il più barricadero Oz.  Insieme quindi vanno in quel pantheon a sé stante, i Grandi Scrittori che il Nobel non ha voluto premiare, dove si fanno compagnia tra gli altri con Tolstoj e Roth.

Tolstoj e Faulkner

Si è detto e scritto spesso che Israele nell’ultima parte del Novecento ha visto una fioritura nel romanzo simile a quella della Russia della seconda metà dell’Ottocento. Abraham B. Yehoshua, da parte sua, ha fuso nella sua scrittura due giganti della modernità letteraria, proprio Tolstoj e Faulkner: sulla pagina è stato un tolstojano “narratore onnisciente”, ma a modo proprio, dando voce, per monologo faulkneriano, all’interiorità non di uno, ma di tutti i suoi personaggi…

Poterli seguire dal vivo, di anno in anno, di romanzo in romanzo, è stato un vero dono, per noi lettrici e lettori dagli anni Ottanta del Novecento a oggi. L’insegna ora resta nelle mani del più giovane dei tre, David Grossman. Mentre è tutt’altra storia quella che ci raccontano i loro “figli”. E’ successo una ventina d’anni fa che molti scrittori israeliani più giovani decidessero di voler essere “normali”, non abitanti di un paese in perpetua guerra. Alcuni svettano ora da noi in classifica. Sembrano raccoglierne il testimone, in senso tecnico sì, sono narratori abili,  ma l’anima dov’è?