Addio a De Scalzi, l’innovatore che coi New Trolls anticipò i Rolling Stones

Man mano che ce ne andiamo, uno per uno (l’ultimo è Vittorio De Scalzi, caro), i media ricordano che abbiamo suonato prima dei Rolling Stones, nella tournée del 1967. Quanta gente! Anche se gli articoli parlano di uno solo alla volta, presumo per dare importanza (caspita! Come quelli là dell’Eurovisione, qualche mese fa…), o per puro presentismo (“Il passato è una terra straniera”, L.P. Hartley, The Go-Between, 1953). Solo che le tournée degli anni Sessanta erano diverse: le star suonavano per una mezz’ora, e prima bisognava dare un antipasto ricco. Il modello era quello del packaged tour all’americana, e ci si metteva dentro un po’ di tutto. Anche se il giornalista frettoloso va a vedere la voce di Wikipedia, e ne trae la conclusione che quella persona lì, e solo quella (col suo gruppo) aveva fatto da spalla agli Stones, la realtà era diversa. Ecco chi aveva fatto da spalla agli Stones nel 1967, per quegli otto concerti, quattro pomeridiani e quattro serali (colleghi, prendete nota, se servisse un’altra volta): Fiammetta e i Gringos, Al Bano (sì, lui) e gli Strani, Ferry, Franco, René con Danny & Gaby (gli ex-New Dada), gli Sleepings, i Messaggeri (eccellente gruppo rock, morire se gli “esperti” se ne ricordano), i New Trolls, e il complessino milanese nel quale suonavo anch’io. Una folla, quasi una generazione.

Vittorio De Scalzi

A meno di 18 anni aveva fondato i Trolls

Vedo ora – a qualcosa Wikipedia serve – che Vittorio De Scalzi era quasi mio coetaneo: gli ero maggiore di un paio di mesi. Dunque, a meno di diciott’anni aveva già fondato i Trolls, aveva fatto dei dischi in gruppo e da solo, aveva poi formato un nuovo gruppo (appunto, i “New” Trolls). I soliti imprecisi ci ricordano che nel 1967 De Scalzi aveva fondato il gruppo di progressive rock con quel nome, senza riflettere sul fatto che sarebbe come dire che qualcuno avesse fondato un gruppo beat nel 1957: perché l’espressione “progressive rock” nel 1967 non esisteva, sarebbe entrata in circolazione in Inghilterra tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, a proposito del primo album dei King Crimson.

I New Trolls delle origini erano un gruppo pop (così nel 1967 si autodefinivano anche i Pink Floyd, oltre che i Beatles). In Italia, poi, l’espressione fece fatica ad affermarsi, nonostante il gradimento del pubblico per i gruppi che arrivavano da Oltremanica: ancora nel 1972-73 le nostre riviste specializzate (controllate, colleghi) parlavano della “nuova scuola inglese dei King Crimson, Genesis e Gentle Giant, marcatamente impressionistica e decadente”, di “rock d’avanguardia raffinato e solido”, di “una tradizione ancora giovane di un autentico pop italiano”. È interessante rimarcarlo ancora una volta qui, proprio a proposito di Vittorio De Scalzi: se è vero che attribuire un nome a un genere contribuisce a solidificarlo, “progressive rock” in Italia rimase nel limbo, proprio nell’epoca di maggiore successo, e cominciò a stabilizzarsi nel linguaggio critico (anche tra il pubblico) proprio alla fine della sua parabola: non c’è epoca in cui l’etichetta “progressive rock” diventi più ricorrente che quella del punk e della new wave.

E, proprio negli stessi anni, e sempre a proposito di De Scalzi, un’altra espressione emerse lentamente, quella di “canzone d’autore”: concepita nel 1969 (guarda che coincidenza), si affermò nel lessico nel 1974, con la prima Rassegna del Club Tenco. Ancora oggi non è facile far digerire a due comunità spesso contrapposte di critici che il progressive e la canzone d’autore erano, in Italia, due facce della stessa medaglia, fatte vivere dalle aspettative di un pubblico di giovani istruiti, per lo più piccolo borghesi, che si opponevano alle porcherie propinate dal Festival di Sanremo e da gran parte degli ambienti musicali professionali. C’è una tendenza consolidata a leggere le interazioni fra quei due mondi o le loro preistorie, negli anni Sessanta-Settanta, come delle eccezioni, ma si dovrebbe anche considerare il contrario, e cioè che episodi come Senza orario senza bandiera, Non al denaro non all’amore né al cielo e la tournée di Fabrizio De André con la PFM rappresentino la spina dorsale dello sviluppo della canzone italiana in quel periodo. Vittorio ne fu tra i protagonisti.

Quella memorabile tournée con gli Stones

De Scalzi l’ho incontrato molte volte, a cominciare da quella tournée con gli Stones (raccontava di aver rubato i pantaloni a Mick Jagger, ma doveva essere Diabolik per averlo fatto, tanto eravamo separati da loro); e poi in altri concerti, festival, dibattiti (soprattutto dopo la morte di De André). Avrei voluto conoscerlo, ma forse qualcuno pensava – a torto – che non ci saremmo stati simpatici. Lo ammiravo, e lo ammiro, come una di quelle figure che nascono e vivono dentro un gruppo rock, e comunque hanno le risorse per brillare da soli, ma si capisce che la dimensione collettiva è quella in cui si trovano meglio. Penso a Robbie Robertson, a Steve Winwood, a David Byrne, tutti nati in una manciata di anni intorno al nostro compleanno. Non ditemi che esagero.