Addio a Raffaele Capitani. A l’Unità raccontò il mondo cattolico

“Su questo, però, sentiamo prima cosa ne pensa Capitani…”. Redazione de l’Unità di Bologna, anni Ottanta: quando nella mansarda di Palazzo Marescotti, in via Barberia 4, risuonava questa frase (e risuonava spesso) voleva dire che c’era una notizia “curiale” da valutare e interpretare con molta attenzione. E Raffaele Capitani era il giornalista di politica che più di tutti ci capiva di Curia in una città dove i vescovi – da quel monumento alla pace e al dialogo che fu il cardinale Giacomo Lercaro per arrivare all’attuale Matteo Zuppi – hanno sempre contato moltissimo non solo nella cura delle anime ma anche nel “suggerire” la direzione da prendere alla città di Dozza, poi di Fanti, di Zangheri, di Imbeni… Insomma, a quei tempi, non era facile “prendere le misure” alla pur breve distanza che separa la curia arcivescovile di via Altabella nella cattedrale di San Pietro a Palazzo d’Accursio in piazza Maggiore.

Raffaele Capitani con la moglie Meris

Raffaele Capitani è morto martedì a 74 anni nella sua casa di Modena. Era uscito da l’Unità con la chiusura del 2000 e giornalisti come lui hanno rappresentato la punta di diamante di un modo di scrivere sempre attento ai dettagli, capace di leggere tra le righe di mondi che richiedevano di essere frequentati con passo felpato e atteggiamento diligente. Raffaele aveva una predisposizione innata per ricevere fiducia. Che in soldoni voleva dire stare sempre sulla notizia.

Fu giovanissimo capo cronista a Modena

Raffaele Capitani

Arrivò a Bologna all’inizio degli anni Ottanta, dopo essere stato giovane capo de l’Unità di Modena a partire dal 1972. Venne assegnato alla politica con l’avvertenza di tenere sempre gli occhi aperti sulla Curia che in quegli anni viveva momenti complicati: l’arcivescovo Antonio Poma si era dimesso, per motivi di salute, sostituito da Enrico Manfredini che una morte improvvisa si portò via alla fine del 1983 dopo pochi mesi dalla nomina. E qui comincia il bello per i cronisti “curiali” perché a succedere a Manfredini Papa Wojtyla invia un pezzo da novanta del conservatorismo cattolico, il cardinale Giacomo Biffi, quello che senza troppi giri di parole definì Bologna “sazia e disperata” e s’infilò più volte in aspre polemiche con il Pci e con l’Amministrazione comunale. Capitani prendeva nota di tutto e rivendicava spazio per notizie che alcuni in redazione (me compreso) giudicavamo eccessive. Sbagliavano (e sbagliavo) perché fu poi Capitani ad ottenere una bella intervista dal cardinal Biffi che segnò la prima volta del vescovo che argomentava “sul giornale dei comunisti”.

Ovviamente Capitani aveva un’agenda corposa e rapporti con mondi vari. Fu di fatto “anello di collegamento” tra Il Pci e il mondo cattolico, “investì” su Prodi ben prima che diventasse capo della coalizione di centrosinistra e lo seguì in moltissime occasioni. Coprì spesso i turni a Botteghe Oscure per resocontare i Comitati centrali del Pci, fece parte delle “squadre” dei redattori che seguivano i congressi e le feste nazionali de l’Unità. Come inviato ha seguito innumerevoli avvenimenti. Insomma, incarichi tra i più delicati per quei tempi che Raffaele ha sempre svolto senza sbavature, senza mai scrivere una parola fuori posto, sempre disponibile quando risuonava la frase “su questo, però, sentiamo prima cosa ne pensa Capitani…”

I funerali di Raffaele Capitani, che lascia un figlio e una figlia (la moglie era morta cinque anni fa), si terranno giovedì 30 giugno alle 15 con una cerimonia laica davanti alla sua casa di Modena in via del Risorgimento 33. Dal mattino e fino alle 14 si potrà portargli l’ultimo saluto nella camera ardente del Policlinico.