Addio a Pietro Citati: ci ha insegnato con gentilezza a leggere e pensare

Pietro Citati se ne è andato. E’ morto nella sua amatissima casa di  Roccamare, sul litorale di Castiglione della Pescaia. Aveva 92 anni (era nato a Firenze il 20 febbraio 1930). Pareva davvero, al di là dell’età, un uomo d’altri tempi, se si pensa alla volgarità, alla superficialità, alla vacuità dei nostri o, meglio, di tanti atteggiamenti e comportamenti che si scoprono anche tra chi, nel mondo della cultura, dovrebbe dar corpo alle più nobili virtù. Scrisse una volta un articolo per criticare quanti, giovani di talento o intellettuali affermati, buttavano al vento doti preziose inseguendo la chimera della notorietà e dei vantaggi, rifiutando la “concentrazione” sullo studio e negandosi la necessaria “dedizione”.

Demòni, non dèmoni…

Per quanto il successo non gli sia mai mancato, per quanto le giurie lo abbiano molto premiato, per quanto i suoi numerosi libri siano stati spesso e a lungo in cima alle classifiche delle vendite, per quanto abbia facilmente potuto esprimersi sulle pagine dei più venduti quotidiani italiani, Pietro Citati era una persona non solo coltissima di letture introiettate dalla più giovane età, ma anche modesta, elegante (nei modi e negli abiti), riservata e soprattutto d’animo gentile. Ricordo come una volta spiegasse a me, giovane giornalista, con pedagogica pazienza come andasse accentato il titolo (nella traduzione italiana) di uno dei più grandi romanzi dell’Ottocento e perché, “I demòni” di Dostoevskij (e non “I dèmoni”, come di solito si sentiva dire anche a scuola), senza far pesare la mia ignoranza.

Citati è figlio di una nobile famiglia siciliana, che da Firenze si trasferisce poi a Torino, dove l’adolescente Pietro frequenta il liceo Massimo D’Azeglio. Durante la guerra la famiglia ripara per qualche mese in Liguria. Pietro dodicenne comincia a manifestare il temperamento del “lettore forte”, confusamente, da autodidatta: romanzi, poesia, saggi. E’ davvero l’epoca della sua formazione, come un tempo poteva accadere, senza distrazioni televisive o informatiche, se a disposizione c’è una ricca biblioteca.

Passata la tempesta, Citati torna in Toscana, frequenta la Normale a Pisa e si laurea, nel 1951, in lettere moderne, un titolo che gli consente di iniziare la sua carriera di critico collaborando a riviste prestigiose come Il Punto (e qui conosce Pasolini), L’Approdo e Paragone. Negli anni cinquanta insegna italiano in alcuni istituti professionali di Frascati e di Roma. Dall’inizio dei Sessanta si moltiplicano i suoi contributi critici sui giornali: prima il Giorno, poi il Corriere, quindi Repubblica, dopo ancora il Corriere, infine di nuovo Repubblica…

Sono giorni e mesi e anni di intenso lavoro: lo studio, gli articoli e quindi i libri, dedicato a Goethe il primo (e subito premio Viareggio) e via via gli altri in una sequenza lunga e variegata, nella scrittura e nei temi, nell’indirizzo e nei titoli. Citati scrive del grande romanzo ottocentesco, dei poeti, dei miti dell’antichità, dei propri percorsi tra i classici della letteratura: Manzoni, Tolstoj (premio Strega), Leopardi, Katherine Mansfield, Kafka, Proust, ma anche Zelda Sayre e Scott Fitzgerald, Nabokov, ma anche Omero e i Vangeli e l’Islam. Oppure qualcosa che sa di sé, di cronaca famigliare quando in “Storia prima felice, poi dolentissima e funesta” (Prix Médicis), attraverso lettere, testimonianze, documenti, ritrovati nella propria casa, riesce a ricostruire e a “narrare” le vicende di un bisnonno e di una bisnonna, di un siciliano e di una parmigiana, Gaetano Citati e Clementina Sanvitale, del loro amore romanzesco e della loro tragica morte, un ritratto fedele dell’Ottocento romantico…

Raffinato ma semplice

Citati è stato soprattutto un “narratore”:  alle virtù del critico e dello storico è sempre riuscito ad affiancare la qualità di una scrittura raffinata, ma semplice, capace di rendere accessibili anche la più impervia concettualità, anche le più specialistiche argomentazioni. Nelle sue biografie sapeva essere l’attentissimo e profondissimo interprete, tra accadimenti della vita e oscurità psicologiche degli autori indagati, ma anche un perfetto divulgatore, come raramente capita di incontrare in un paese come il nostro molto condizionato dall’accademia. In questo senso Citati ha percorso una via originale e coraggiosa: non è stato il critico militante di remote stagioni, ma è stato comunque un lettore scrupolosissimo pronto a “trasmettere” i risultati delle proprie indagini a chiunque, istruito o meno istruito, avesse voglia di imparare: “Nei miei libri – spiegò – c’è sempre una fusione fra vita e interpretazione dell’opera. Racconto la vita, ma non tutta la vita: la seguo fino al momento in cui una persona ordinaria cambia e diventa scrittore, il momento in cui scatta qualcosa in lui. Cerco di capire il segreto di questa metamorfosi di un uomo qualunque…”.

Non mi pare abbia mai manifestato clamorosamente opinioni politiche. Leggo che non aveva in simpatia Togliatti, ma neppure Aldo Moro. Uno degli ultimi articoli lo dedicò a Don Milani (quando Mondadori pubblicò un Meridiano che conteneva tutti gli scritti del priore di Barbiana, a cura di Alberto Melloni). Il titolo, una citazione che vale sempre la pena di leggere e rileggere: “Credere, disobbedire, lottare”.