Addio a Piergiorgio Bellocchio: “intellettuale critico”, marxista a modo suo

Novantenne, ci ha lasciato Piergiorgio Bellocchio, intellettuale di rara cultura e di rara passione politica, tuttavia schivo, appartato, eppure capace di lasciare un segno forte, originale, nella vicenda italiana grazie ai suoi scritti (rari) e alle sue apparizioni pubbliche (altrettanto rare e non certo televisive) in convegni di varia natura, sempre destinati a cogliere mutamenti, ritardi, speranze e tutti i conformismi della società italiana. Era, come si può forse banalmente definire, un “intellettuale critico”, marxista a suo modo, attento alle divergenze interpretative e alle connessioni con i cambiamenti di un’epoca.

Piergiorgio Bellocchio
Piergiorgio Bellocchio

Intellettuale critico lo era stato fin dalla gioventù e dalla prima età matura, quando aveva dato vita nella sua, forse sonnolenta, società piacentina a un circolo culturale, “Incontri di cultura”, che rappresentò la premessa alla nascita della rivista che fondò nel 1962 insieme con l’amica di Piacenza, Grazia Cherchi, indimenticabile critica letteraria, scomparsa nell’ormai lontano 1995, rivista che si intitolò semplicemente, “Quaderni piacentini” (sottotitolo: “a cura dei giovani della sinistra”), quasi a racchiudere provocatoriamente nella modestia della testata l’ambizione di uscire dalla cerchia della città di provincia. Il risultato fu raggiunto, perché sulle pagine dei “Quaderni” si ritrovarono e si confrontarono per un ventennio molte tra le voci più significative della sinistra “poco ortodossa” e “poco istituzionale”, da Goffredo Fofi a Francesco Ciafaloni, da Carlo Donolo a Giovanni Raboni, da Giovanni Giudici a Michele Salvati, a Bianca Beccalli, a Giovanni Jervis, a Luca Baranelli. Altri ancora: Federico Stame, Edoarda Masi, Mario Isnenghi, Giancarlo Majorino, Roberto Roversi, Cesare Cases, Sebastiano Timpanaro, Renato Solmi, Guido Viale…
Tra i primi a collaborare con i “Quaderni piacentini” fu, ad esempio, Franco Fortini. Bastò una timidissima e timorosa lettera di Grazia Cherchi, perché Fortini si convincesse a non negare il proprio contributo.

Quaderni piacentini Piergiorgio BellocchioPiergiorgio Bellocchio era fratello del regista Marco e del sindacalista e poeta Alberto. Tutti insieme, con le sorelle Letizia e Maria Luisa, con altri parenti, rivissero la tragedia del suicidio del fratello Camillo, in un film di un anno fa, “Marx può aspettare”, diretto da Marco, storia di una famiglia ma anche ripensamento del cinema da parte dell’autore di celeberrime opere come “I pugni in tasca”, “La Cina è vicina”, “Vincere”, “Buongiorno notte”.

Chiusa l’esperienza dei “Quaderni piacentini”, Piergiorgio Bellocchio inaugurò con Alfonso Berardinelli la serie di “Diario”, che definì “rivista personale”, senza fissa scadenza (la si può rileggere in una edizione reprint, pubblicata da Quodlibet).

I libri non sono stati molti, raccolte di saggi o di più brevi articoli d’occasione, un volume di racconti, “I piacevoli servi” (Mondadori), cui fu assegnato il premio Pozzale. Anche i titoli si presterebbero alla comprensione della figura di Piergiorgio Bellocchio: “Dalla parte del torto” (Einaudi, 1989), “Eventualmente” (Rizzoli, 1993), “L’astuzia delle passioni” (Rizzoli, 1995), “Oggetti smarriti” (Baldini Castoldi Dalai, 1996), “Al di sotto della mischia. Satire e saggi” (Scheiwiller, 2007). Da Brecht alla rivendicazione di una responsabilità di fronte all’unanimismo delle maggioranze consumistiche e consumatrici di beni materiali e di intrattenimenti, alla rivendicazione di una libertà di dissenso delle minoranze di fronte al ripiegare dei più nell’imperio delle mode.

Piergiorgio Bellocchio è stato anche il primo direttore responsabile di “Lotta Continua”, il giornale dell’omonima formazione extraparlamentare. Prestò il suo nome, non seguì granché il lavoro di quei “compagni”, finì anche in carcere per qualche “delitto” a mezzo stampa, ci rimase per tre mesi, alla sua scarcerazione un editoriale non firmato sul giornale spiegò (non molto in verità) che le accuse contro Bellocchio erano dovute al fatto che avrebbe tradito la “corporazione degli iscritti all’Albo dei giornalisti non avendo controllato chi voleva scrivere sul giornale e nell’essersi, lui intellettuale, immischiato con nell’azione politica rivoluzionaria di un giornale che finiva nelle mani di operai e proletari”. Era il 1969. La “disattenzione” di Piergiorgio era nel carattere.

Bellocchio diresse tra il 1977 e il 1980 la casa editrice Gulliver, scrisse prefazioni per Garzanti a romanzi di Stendhal e Dickens, scrisse per Feltrinelli l’introduzione alla raccolta di Grazia Cherchi “Scompartimento per lettori e taciturni”(1997), collaborò a numerose riviste e giornali, “Rendiconti”, “Linea d’ombra” (mensile fondato e diretto da Goffredo Fofi), “Panorama”, “Illustrazione italiana”, “Tempo illustrato”…

Piergiorgio Bellocchio collaborò a lungo anche all’Unità. Gli piaceva sperimentare la libertà di esprimere le proprie idee nel vecchio giornale di Antonio Gramsci, forse una volta osservato con diffidenza. Ritrovò tanti amici, dai tempi dei “Quaderni piacentini” in avanti, Grazia Cherchi, straordinaria animatrice, Goffredo Fofi, Alfonso Berardinelli, Giovanni Jervis, Giovanni Giudici… Collaboratore prezioso e, forse, pigro nella scrittura, ma generoso di suggerimenti e di consigli, in una maniera che sapeva sempre di ironia, di eleganza, con quel cenno di perplessità che univa sempre le sue parole.