Addio a Patrizia Cavalli, i suoi versi hanno incantato anche i social

In poche settimane, dopo Ivano Ferrari e Biancamaria Frabotta, ci lascia un’ulteriore protagonista della nostra recente poesia, Patrizia Cavalli. Probabilmente l’autrice più popolare, iconica. Così da ieri pomeriggio quei testi letti migliaia di volte sui social network campeggiano sulle pagine dei più, mentre già verso sera alcuni protagonisti delle nostre patrie lettere si affrettano a minimizzarne la tenuta letteraria in un subdolo meccanismo che pare tendere alla distruzione ogni volta che un possibile consenso, un’empatia, sembra intravedersi all’orizzonte traballante della poesia. Parafrasando l’opera d’esordio edita da Einaudi nel 1974, resta evidente però che le poesie “non cambieranno il mondo” hanno certamente impattato su lunghe schiere di lettori trasformando la funzione stessa della sua opera.

Non è certo ideologica la presa di Patrizia Cavalli, che non si concentra sull’idea di collettivo, che negli anni Settanta definisce buona parte della letteratura, ma si rivolge piuttosto a una lunga schiera di singoli individui che possono da un’ottica così personale ritrovarsi nelle proprie vicende quotidiane, andando a compiere un percorso che negli anni è diventato sempre più evidente con la crisi della visione ideologica e la crescita della dimensione e dell’interesse autoreferenziale.

Poco di me ricordo / io che a me sempre ho pensato. / Mi scompaio come l’oggetto / troppo a lungo guardato. / Ritornerò a dire / la mia luminosa scomparsa.

Accostata spesso a Sandro Penna (lui di Perugia, lei della vicina Todi) dell’autore mantiene però principalmente la vivace malinconia, il senso di un amore difficile da raggiungere, una sorta di impossibilità archetipo anche di Dario Bellezza. Eppure è forse con Giovanni Giudici che si trova la maggiore affinità, nel raccontare una vita propria e nel contempo simile a quella di chiunque altro. Patrizia Cavalli, fedele alla propria identità, ha proposto un percorso amoroso a volte tenero e a volte struggente, spesso impreziosito da dosi di ironia che non nascondono però completamente crepe profonde e insidiose. Ed è su quelle che bisognerebbe concentrarsi: spaccature, imperfezioni e possibilità di colmarle, almeno parzialmente, per esempio proprio con la poesia.

Adesso che il tempo sembra tutto mio / e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena, / adesso che posso rimanere a guardare / come si scioglie una nuvola e come si scolora, / come cammina un gatto per il tetto / nel lusso immenso di una esplorazione, adesso / che ogni giorno mi aspetta / la sconfinata lunghezza di una notte / dove non c’è richiamo e non c’è più ragione / di spogliarsi in fretta per riposare dentro / l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta, / adesso che il mattino non ha mai principio / e silenzioso mi lascia ai miei progetti / a tutte le cadenze della voce, adesso / vorrei improvvisamente la prigione.

La precisione chirurgica del dettato, l’ampio utilizzo delle assonanze e la potenza dirompente delle immagini, spesso vicine alla scena cinematografica, oltre che imporre una cifra stilistica l’ha resa prossima a molti; è a Patrizia Cavalli che dobbiamo, ad esempio, l’ampia introduzione nei testi degli oggetti comuni, quelli che abitano le nostre case e le nostre vite e che diventeranno architettura consolidata degli autori nati negli anni Cinquanta, su tutti Maurizio Cucchi.

Ma gli oggetti, gli amori interrotti, il desiderio di consolazione, le vite piene di solitudini (si veda ancora Giudici) sono vicine a molti e Patrizia Cavalli ha saputo essere lo specchio di questa fragilità, cantore di una vita apparentemente meravigliosa, riprendendo la sua ultima opera, ma in realtà più simile a un lungo oblio, una palude nella quale i più sembrano rimanere invischiati senza l’opportunità, o ancora meglio la forza, per riemergere. Perché la strenua possibilità individuale, la disaffezione a tutto quello che è comune, collettivo, nel momento della necessità, porta a ritrovare intorno a sé un deserto che assume i contorni di uno scenario naturale. Ed è da questo scenario che Cavalli è riuscita a far emergere la propria poesia, tragica e delicata, “condannata ad essere umana”.

Sarebbe sopportabile ogni male / se non ci fosse l’interpretazione, / sarebbe quel che è, non quel pugnale / che uccide e vuole pure aver ragione.