Addio a Maroni, cercò di tenere la Lega su posizioni moderate

Negli ultimi tempi, nell’era di Matteo Salvini, non lo si era più sentito. Era malato, sofferente e l’altra notte è morto. Roberto Maroni, a sessantasette anni, ha chiuso così la sua vicenda umana, dopo aver chiuso quella politica, assai ricca, assai vivace, da qualunque parte la si voglia giudicare, stanco per via della malattia, lontano da una vicenda che probabilmente non sentiva più come sua. Ministro più volte, vicepresidente del consiglio. Soprattutto tra i fondatori della Lega, uno dei due fondatori, l’altro era naturalmente Umberto Bossi, forse un po’ più fondatore, per il suo carattere esuberante, da capopopolo, da combattente. Roberto Maroni, Bobo per tutti, appariva, quasi sempre, più cauto, mediatore, interlocutore possibile per molti della sinistra d’allora.

Anche lui, con Bossi, aveva attaccato manifesti su muri, persino sugli alberi lungo la circonvallazione a Milano (lì, per la prima volta, avevamo letto con sorpresa “Lumbard tas/ lombardo taci”, “Roma ladrona”), aveva distribuito volantini, aveva discusso al bar o in pizzeria, fino all’alba, a caccia di sostenitori. Per noi dell’Unità e in particolare per il caro compagno, uno dei rinomati “legologhi” della prima ora, Carlo Brambilla (con Bobo ha pure scritto un romanzo, “Il Viminale esploderà”, quasi una rivisitazione per l’ex ministro degli Interni) Roberto Maroni era l’approdo prediletto di ogni nostra interpretazione del movimento leghista, perché Bobo era “padano”, ma con una visione meno provinciale, meno “nordista”, più attento alla storia, agli equilibri, alla misura delle strategie. Maroni non si negava mai, parlava, spiegava, con pacatezza, soprattutto cercava – adesso mi pare – di imporre il segno della moderazione e della razionalità alle mirabolanti imprese del “senatur”, di Umberto Bossi, alla luce di un “progetto”, che si distingueva per le sue folcloristiche esibizioni (dalla marcia lungo il Po, ai riti dell’ampolla dell’acqua pescata alla sorgente e versata in laguna, dalla convocazione del parlamento padano ai raduni sul sacro suolo di Pontida ai fucilieri delle valli bergamasche), ma che conteneva pure elementi, esigenze lecite, di una modernizzatrice riforma dello stato (era stato un politologo e accademico come Gianfranco Miglio a suggerire le prime voci di una strategia federalista). La Lega di Bossi e di Maroni era comunque una “visione”, non era la populistica altalena d’oggi.

Roberto Maroni era nato a Varese, aveva frequentato il liceo classico, s’era avvicinato a gruppi dell’estrema sinistra e poi a Democrazia proletaria. Fino al 1979, quando ebbe la ventura di incontrare Umberto Bossi. Una scintilla: passo dopo passo (grazie anche agli stimoli e ai consigli di un esponente dell’Union Valdotaine, Bruno Salvadori, conosciuto da Bossi a Pavia, morto poco dopo) per giungere, nel 1982, alla fondazione della Lega Lombarda, segretario Umberto Bossi, Maroni capo dell’organizzazione. La strada era aperta. Così cominciò la carriera di Bobo, prima carica pubblica consigliere comunale nella sua Varese. Diventerà avvocato, laurea alla Statale di Milano, e nel 1989 parteciperà alla fondazione della Lega Nord. Passeranno tre anni e nel 1992 gli si apriranno le porte del Parlamento. Ancora due anni e sarà ministro degli Interni e vicepresidente del Consiglio nel primo governo Berlusconi. Gli capitò di controfirmare il celeberrimo decreto Biondi, da Alfredo Biondi, berlusconiano di ferro e ministro della Giustizia, il “decreto salva ladri” sull’abolizione della custodia cautelare, libera uscita per molti dei corrotti di Tangentopoli. Bossi non approvò, si andò alla crisi di governo. Lui non avrebbe voluto. Ma crisi fu.

Al governo sarebbe ritornato nel 2001 ministro del Welfare e delle Politiche sociali e poi di nuovo ministro degli Interni dal 2008 al 2011. Rientro al Nord nel 2013, quando venne eletto presidente della Lombardia, erede di Roberto Formigoni.

Da ministro degli Interni si trovo ad affrontare la questione dell’immigrazione, cercò pure lui di fermare gli sbarchi, propose le impronte digitali per gli stranieri che non fossero in grado di provare la loro identità. Combinò, con risultati alterni, molte altre cose, tra queste la “tessera del tifoso”, una forma per identificare e magari responsabilizzare i più accaniti fans del calcio. Da ministro del Welfare si misurò con l’eterna “commedia” delle pensioni.

In mezzo si alternarono i propositi di secessione, le indagini della Magistratura per reati legati al vilipendio dell’unità nazionale, le accuse di attentato alla Costituzione e contro l’integrità dello Stato (vedi la creazione della “Guardia nazionale padana”), la condanna per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, cioè un agente di polizia incaricato di perquisire la sede del partito in via Bellerio a Milano, avvisi di garanzia, assoluzioni varie, ultimo il rinvio a giudizio per aver favorito una collaboratrice quando era presidente della regione, processo rinviato per motivi di salute… Aveva già, per motivi di salute, ritirato la sua candidatura a sindaco di Varese.
Breve vita, in fondo, ma assai intensa. Maroni amava la vela e fece la traversata atlantica in catamarano. Amava la musica e allestì il suo gruppo, il Distretto 51. Lui era tastierista, all’organo Hammond. Con gli amici riproponeva brani pop, rock e soul. Scopro adesso che Distretto 51, assieme al Greensleeves Gospel Choir , aveva pubblicato nel 2005 un album, Live @ Molina, album che contiene cover di artisti quali Bob Dylan, Bruce Springsteen, Marvin Gaye, Sam Cooke, Paul Simon, Traffic e Carole King, della cui qualità non so dire nulla.