Addio a Godard, funanbolico regista della Nouvelle Vague che fu lepenista e maoista

È morto Jean-Luc Godard. Aveva quasi 92 anni, eppure è difficile credere alla notizia. Stiamo vivendo le stesse sensazioni di quando sentimmo, nel 1999, che era morto Stanley Kubrick. Paragone arduo: Kubrick aveva solo 70 anni. Ma sono quelle notizie alle quali non sei preparato. Fellini, ad esempio, morì dopo una lunga malattia: aveva solo 73 anni ma eravamo pronti. A Godard no, non eravamo pronti. Era, è, uno di quegli artisti che fanno parte del panorama culturale all’interno del quale si sono dipanate le nostre vite. Godard era, è, il cinema. Esiste un cinema prima di Godard e un cinema dopo Godard – cosa che si può dire di pochissimi cineasti: David Griffith, Charlie Chaplin, Walt Disney, George Lucas… anche Kubrick: esiste un cinema prima di “2001” e un cinema dopo “2001”.

Di Gary Stevens – da Wikimedia.org

Un’opera dalle mille sfaccettature

Godard era un pianeta. La sua opera, quantitativamente ricchissima, può essere analizzata da mille punti di vista. Se si parla strettamente di cinema, è facile dire che con “Fino all’ultimo respiro” (il suo debutto) mette la parola fine al cinema classico e dà il via al cinema moderno. Ma questa sede ci sembra la più giusta per abbozzare un altro approccio. Godard è stato forse il cineasta più “politico” di tutti i tempi. E le sue posizioni politiche, spesso bizzarre, sempre originali, vanno di pari passo con un altro aspetto: la sua programmatica antipatia, il suo gusto per la provocazione. Godard amava litigare. Il suo carteggio con l’amico-nemico François Truffaut, pieno di insulti reciproci, è memorabile. Si divertiva a insultare anche (forse soprattutto) chi lo amava. Ricordiamo benissimo quando diede a Quentin Tarantino del “faquin”, una desueta parola francese (pare derivi dall’italiano “facchino”) che significa più o meno “mascalzone”. E Tarantino è un devoto di Godard: il nome della sua società di produzione viene dal film “Bande à part”, uno dei più belli del maestro. Ma quando si decide di essere allievi e seguaci di Godard, bisogna aspettarsi anche le bacchettate.

Il sodalizio con l’amico-nemico Truffaut

Non bisognerebbe mai dimenticare due cose. La prima: Godard viene da una famiglia ricca, alto-borghese, protestante, di origini svizzere. La seconda: fin dagli anni ’50, prima ancora che uscissero i loro primi film, i giovanotti della Nouvelle Vague (Truffaut, Godard, Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jacques Rivette) si definivano spesso “di destra”. Truffaut, in particolare, lo faceva per contrapporsi politicamente ai critici francesi di ispirazione marxista, Georges Sadoul in primis, che sostenevano “il cinema di papà”, ovvero il cinema francese tradizionale. Poi Sadoul fu uno dei primi a elogiare “Fino all’ultimo respiro” e in quel caso, probabilmente, Godard se lo fece divenire simpatico. Ma è sempre interessante ricordare che la Nouvelle Vague, almeno nelle premesse, non è un movimento politicamente schierato come poteva essere il Free Cinema in Inghilterra, come era il neorealismo in Italia (dove molti cineasti erano militanti o compagni di strada del PCI) e come era dichiaratamente, e violentemente, il Cinema Novo in Brasile. Ai giovani cineasti francesi non interessava, inizialmente, parlare di politica. In questo senso è esemplare il secondo film di Godard, “Le petit soldat” (1960). La vulgata critica su questo film ricorda sempre che è un raro esempio di film francese sulla guerra d’Algeria, e che per questo motivo venne censurato dal governo gollista (uscì solo nel 1963). Godard dichiarò all’epoca di averlo fatto per smentire il luogo comune secondo il quale i film della Nouvelle Vague erano “disimpegnati”: «Si rimprovera alla Nouvelle Vague di mostrare solo gente a letto; voglio mostrare adesso gente che fa politica e che non ha tempo di andare a letto». Sarebbe però utile ricordare cosa racconta, “Le petit soldat”. Il protagonista è un francese, terrorista di estrema destra, che viene incaricato di uccidere un giornalista svizzero (guarda caso…) che sostiene la causa algerina. Il ragazzo viene catturato dall’FLN, il fronte di liberazione algerino, e torturato; contemporaneamente la ragazza di cui è innamorato (interpretata da Anna Karina, che qui compare nel mondo godardiano) viene catturata dall’OAS, la famigerata “Organisation de l’armée secrète”, un’organizzazione paramilitare e clandestina, e a sua volta torturata e uccisa. Nel pieno di un’emergenza nazionale, insomma, Godard mostra le torture di entrambi gli schieramenti in modo glaciale e oggettivo, senza mai prendere posizione.

Opération béton (1954): un fotogramma del film (Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4955606)

Quando venne censurato dal ministro gollista Terrenoire

È interessantissimo rileggere le motivazioni della censura scritte dal ministro dell’informazione gollista, Louis Terrenoire: «1) Il fatto che suddette torture vengano eseguite da membri del FLN non può modificare il giudizio che dev’essere espresso contro tali pratiche e le loro rappresentazioni sullo schermo. 2) In un momento in cui tutti i giovani francesi sono chiamati a servire e combattere in Algeria, non pare possibile che il comportamento opposto [la diserzione] sia menzionato, mostrato e addirittura giustificato. Il fatto che suddetto personaggio sia paradossalmente impegnato in un’azione antiterroristica non cambia il problema. 3) Le parole messe in bocca al protagonista di un film con le quali l’azione della Francia in Algeria viene descritta come priva di un ideale, mentre si difende ed esalta la causa della ribellione, costituiscono da sole, nelle circostanze attuali, motivo di divieto». Ancora più interessante ricordare che un deputato di estrema destra, tale Jean-Marie Le Pen, chiese in Parlamento l’espulsione di Godard dalla Francia (il regista, nel ’60, era ancora cittadino elvetico). Molti anni dopo, nel 2014, Godard si lanciò in un’altra delle sue provocazioni: dopo l’ennesimo successo elettorale di Marine Le Pen, dichiarò che Hollande avrebbe dovuto nominarla primo ministro: «Il y a longtemps, Jean-Marie Le Pen avait demandé que je sois viré de France. Mais j’ai juste envie que ça bouge un peu… Pour qu’on fasse semblant de bouger, si on ne bouge pas vraiment. Ce qui est mieux que de faire semblant de ne rien faire… Les grands vainqueurs, ce sont les abstentionnistes. J’en fais partie depuis longtemps» (“Tanto tempo fa Jean-Marie Le Pen aveva chiesto che fossi espulso dalla Francia. Ora ho solo voglia di vedere un po’ di movimento… o che almeno si faccia finta di muoversi, se è impossibile muoversi davvero. È sempre meglio che far finta di non far nulla… I grandi vincitori sono gli astensionisti, dei quali faccio parte da molto tempo”).

(Parentesi: sarà curioso ricordare che il primo film di Godard, il capolavoro “Fino all’ultimo respiro”, era montato da Cécile Decugis, la stessa montatrice che nel 1960 lavorò anche a “Tirate sul pianista”, opera seconda di Truffaut. Decugis era una sostenitrice del FLN e nel ’57 aveva montato e co-diretto il film militante “Les réfugiés”. Poco dopo aver lavorato ai film di Godard e Truffaut fu arrestata per aver affittato una casa ad esponenti del FLN, e passò due anni in carcere. In seguito divenne la montatrice di fiducia di Rohmer)

L’endorsement (finto?) a Marine Le Pen

Tra il 1960 di “Le petit soldat” e il 2014 del (finto?) “endorsement” a Marine Le Pen, ci sono tante altre giravolte godardiane. La più interessante è naturalmente quella a cavallo tra il ’67 e il ’68, un lasso di tempo nel quale Godard diventa un acrobata della politica. Nel ’67 gira “La cinese” e sembra diventato maoista. A uno sguardo più attento, il film è un ritratto partecipe ma anche sottilmente ironico dei giovani maoisti francesi e della loro infatuazione per il Libretto Rosso, girato proprio mentre in Cina è in corso (dal ’66) la tragedia della Rivoluzione Culturale. Ma ci siamo dimenticati quanti giovani, anche in Italia, cascarono in questa infatuazione? Sarà il caso di ricordare che uno dei giovani maoisti del film si chiama Kirilov, come lo straziante personaggio nichilista dei “Demoni” di Dostoevskij; e che un altro di loro viene espulso, e accusato di essere filo-sovietico, perché follemente innamorato del western “Johnny Guitar” di Nick Ray. Che diavolo c’entra un western barocco come “Johnny Guitar”, chiederete? C’entra eccome: è noto, a posteriori, che “Johnny Guitar” è una metafora del maccartismo, che i fuorilegge sono vestiti di nero come i fascisti e che la loro crudele capobanda Emma, nemica giurata della protagonista Vienna, è ironicamente interpretata da Mercedes McCambridge, attrice notoriamente di sinistra. Sono anni in cui Godard non fa nulla per caso, e anche la cinefilia diventa politica. Poco dopo “La cinese” Godard fonda assieme a Jean-Pierre Gorin il Gruppo Dziga Vertov, intitolato al grande sperimentatore del cinema muto sovietico. Direte: maoista e sovietico, contemporaneamente? Le cose non sono così semplici. Dagli anni ’30 in poi, lo stile iper-sperimentale e anti-narrativo di Vertov (il regista di “L’uomo con la macchina da presa”) è stato spazzato via dal realismo socialista e il cineasta è tabù in URSS. Per cui la scelta è, di fatto, ANTI-sovietica. Lo slogan del Gruppo Dziga Vertov è: “Non bisogna fare film politici, bisogna fare politicamente i film”. Come molti dei fulminanti aforismi di Godard non si capisce bene cosa voglia dire, ma di fatto i film del Gruppo sono firmati collettivamente. Mentre produce, assieme ai compagni, film abbastanza ermetici come “Weekend”, “Cinétracts” e “Vento dell’Est”, Godard vive a suo modo il ’68. A maggio contribuisce – con Truffaut e con altri – a bloccare il festival di Cannes, attirandosi l’odio di tutti i cineasti dell’Est europeo che vivono, a casa loro, momenti drammatici e vedono in Cannes un’occasione per mostrare i propri film e parlare dei propri problemi. Il ceco Jan Nemec, in concorso con “La festa e gli invitati”, scriverà anni dopo addirittura un libello intitolato “Volevo uccidere J.L. Godard”. I cechi avevano ottimi motivi per essere imbufaliti: la loro selezione – oltre a Nemec, Milos Forman con “Al fuoco pompieri!” Jiri Menzeel con “Un’estate capricciosa” – era da urlo, la Palma d’oro era un sogno più che lecito e inoltre, nel Maggio del ’68, la situazione a Praga era talmente drammatica che speravano di ottenere, nella Francia della contestazione, aiuto e solidarietà. Invece il “maoista” Godard li accusò di “revisionismo” e dopo la chiusura di Cannes, con l’ultimo aereo disponibile, volò a Londra dove lo aspettavano i Rolling Stones.

L’incontro con i Rolling Stones

L’incontro fra Godard e gli Stones, che stavano registrando l’album “Beggar’s Banquet”, è uno dei più inaspettati della storia del cinema. E chissà se Jagger & soci sapevano che inizialmente il regista avrebbe voluto filmare i Beatles! Sta di fatto che le riprese degli Stones in sala di registrazione, alle prese con le varie versioni (bellissime!) di “Sympathy for the Devil”, finiscono nel film “One Plus One” alternate a enigmatiche scene ricostruite sull’attività delle Black Panthers. Godard sembra sempre più un “compagno di strada”. In modo del tutto inopinato, nel ’70 la RAI gli commissiona un documentario intitolato “Lotte in Italia”. Dopo averlo visionato, la tv di stato lo rispedisce al mittente. Confessiamo di non averlo mai visto (andrà recuperato…). È la parabola di una militante della sinistra extraparlamentare, costruita da Gorin (il film è firmato, appunto, dal Gruppo Dziga Vertov) in base alle teorie del filosofo marxista Louis Althusser. È probabile che sia una delle cose più strane di un periodo in cui il cinema politico, a livello di stranezze, non si faceva mancare nulla. Due anni dopo, nel ’72, Gorin e Godard chiudono l’esperienza del Gruppo Dziga Vertov con l’ennesima giravolta: «Ci siamo detti che questo film ci faceva ritornare nel Sistema ma che dovevamo essere più forti di lui. Prendere il progetto di Rassam, ma essere meglio di Rassam: recuperare i suoi soldi, le sue vedettes, ma fare uno dei nostri film». Jean-Pierre Rassam, per la cronaca, era un produttore di origini siriane, che anni dopo avrebbe fatto il botto con “La grande abbuffata” di Marco Ferreri. Il film di cui si parla è “Crepa padrone, tutto va bene”, una sorta di apologo sindacale post-sessantottino che vede coinvolti, nei ruoli principali, due star come Jane Fonda (allora nota anche come “Hanoi Jane”, non dimentichiamolo) e Yves Montand. Per certi versi “Tout va bien” (è il titolo francese, lo slogan “crepa padrone” è stato aggiunto in Italia) è la messinscena della fine della politica. L’utopia si è dissolta, Dziga Vertov è morto e nessuno si sente troppo bene. Cosa rara nella sua carriera, dopo questo film Godard scompare per tre anni. Torna nel ’75 con “Numéro deux”, un film intimista e familiare scritto con la nuova compagna Anne-Marie Miéville: si può dire che con questo film, girato con mezzi televisivi, comincia la stagione del Godard filosofo e analista del linguaggio audiovisivo, che proseguirà – con toni sempre diversi – fino a oggi.

Anche da questo breve excursus si capisce che Godard era uno di quegli animali politici anguillacei che non trovi mai dove ti aspetteresti di trovarli. Capace di sostenere anche i dogmatismi ma senza mai essere dogmatico. Inafferrabile, multiforme, provocatorio. Per certi versi, un precursore della post-politica e della sua fluidità: cosa che un artista può permettersi, un politico forse no.