Addio a Gianni Celati, il narratore
della nebbia e della pianura

Addio a Gianni Celati, narratore della pianura, custode della nebbia. Rubo queste parole a Benedetta Centovalli, critica letteraria, docente, editor e amica. Sono le prime che mi è capitato di leggere, inizio mattina, a proposito della morte di Gianni Celati, e mi sono sembrate da subito esemplari nella loro sintesi pittorica, soprattutto nel secondo “verso” (permettetemi la libertà per una “non poesia” che è “poesia”): “custode della nebbia”. Nebbia e pianura ci sospingono alle fotografie di Luigi Ghirri, altro cantore di quelle basse padane, grande amico di Celati (che ricambiò l’amicizia con un documentario: “Il mondo di Luigi Ghirri”). Basse padane animate da viottoli, da filari di gelsi e da cascine quasi stese a terra, nel freddo pungente o sotto il sole che brucia e appanna per l’umidità che solleva, sotto cieli offuscati.

Gianni Celati (archivio Amici di Piero Chiara)

Nato a Sondrio ma emiliano “dentro”

Gianni Celati era nato nel 1937 a Sondrio, dove il padre, che lavorava in banca, era stato trasferito. Padre ferrarese e madre cresciuta in un paese del delta padano. La morte lo ha raggiunto lontano, a Brighton, dove si era trasferito da tempo. Morto per malattia e c’è poco da interrogarsi sulla sua malattia, perché come si fa a capirla e soprattutto come si fa a capire i malati: «La malattia – ci insegnava – fa spesso venire una gran voglia di essere capiti. I malati all’ospedale non fanno che chiedere ai dottori di capirli. Vogliono essere capiti dalla scienza e rimessi a posto come macchine. Tutti noi malati coltiviamo questo ideale meccanico di comprensione, che ci dà qualche speranza. E gli altri naturalmente mostrano di capire la “cosa” che ci rende malati. C’è sempre un gran traffico di dicerie tra parenti e dottori, per capire la “cosa” che rende malato un malato. E i dottori la spiegano con le loro parole meccaniche, ma nessun parente e nessun malato sa di preciso di cosa parlino i dottori. Tuttavia ci scambiamo tutti occhiate e discorsi per dirci: “Hanno capito”».

Brighton, città sul mare a un’ora di treno da Londra, dice molto delle esperienze di vita e di cultura di Celati, che aveva scelto di vivere là, lasciando la sua terra, già nel 1989. Con il paese di Shakespeare Celati aveva costruito nel tempo, dalla giovinezza, un rapporto forte, d’amore per il paese e soprattutto per la sua lingua. Dopo l’infanzia e l’adolescenza trascorse in provincia di Ravenna, dopo il liceo, si era laureato in letteratura inglese all’Università di Bologna con una tesi su James Joyce. Aveva cominciato a scrivere per varie riviste, tra le quali Marcatrè, Quindici, Il Verri, Il Caffè e subito a tradurre, prima William Gerhardie, drammaturgo inglese, e poi Céline. Il primo romanzo, “Comiche”, nel 1971 per Einaudi, con una nota di Italo Calvino, che del giovane intellettuale cominciò presto a nutrire grande stima: “un vulcano di idee”. Un vulcano non solo di idee, ma anche di lavoro: traduzioni (“Favola della botte”di Jonathan Swift o Bartleby lo scrivano di Herman Melville), il progetto di una rivista (con lo stesso Italo Calvino e con Carlo Ginzburg); gli altri romanzi, sempre da Einaudi: “Le avventure di Guizzardi” (1972), “La banda dei sospiri” (1976) e “Lunario del paradiso” (1978). Scrittura che rompe con gli schemi, sperimenta una lingua originale, che spiazza il lettore e lo seduce, stravolge i canoni, commuove e prepotentemente diverte, ti lascia rimbalzare da un lato all’altro dei tuoi umori.

La cattedra al Dams di Bologna

Dopo un periodo di insegnamento alla Cornell University di Ithaca (New York), era tornato in Italia. Gli era stata assegnata la cattedra di letteratura angloamericana al Dams di Bologna, dove aveva incontrato allievi come Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Enrico Palandri, Andrea Pazienza… Aveva ripreso a tradurre: James Joyce, Mark Twain, Joseph Conrad, Roland Barthes, Céline… Ed era tornato alla narrativa con una raccolta di racconti, apparsi per Feltrinelli sotto il titolo di “Narratori delle pianure”, il lavoro maturo di uno scrittore che aveva cercato di affinare la propria prosa, divenuta meno esuberante, più contenuta, misurata, attenta alla precisione, prosa asciutta e sorvegliata, prosa di uno scrittore che aveva scelto la cronaca semplice di un viaggio dal nord e dall’hinterland milanese al mare, inseguendo i fatti della vita e i narratori che sapessero presentarli, in uno stile che mimava l’oralità, che accoglieva l’iterazione e l’accumulo. «Noi crediamo che sia possibile ricucire le apparenze disperse negli spazi vuoti attraverso un racconto che organizzi l’esperienza –scriverà in un saggio di “Finzioni in cui credere” (1984) – e che dia perciò sollievo. Crediamo che tutto ciò che la gente fa dalla mattina alla sera sia uno sforzo per trovare un possibile racconto dell’esterno, che si almeno un po’ vivibile. Pensiamo anche che questa sia una finzione, ma una finzione cui è necessario credere».

Lo slancio di un tempo si placa, diventa attenzione e partecipazione, secondo uno sguardo guidato da altre consapevolezze. “Narratori delle pianure” è del 1985, ben oltre la fine di un ventennio che aveva riassunto, nel bene e nel male, tensioni di ogni genere, assieme il terrore e le spinte a cambiare, le fantasie liberate, il coraggio e la sfrontatezza giovanili, illusioni. Per un intellettuale è il momento della riflessione: come considerare gli anni passati, come prepararsi al futuro, che sarà difficile e piatto, spesso ingannevole e altrettanto arido, aspro per quei “narratori” senza voce e senza ascolto.

L’attività di Celati sarà ancora intensa: le “Quattro novelle sulle apparenze” (1987), che svelano il disincanto della società contemporanea, e “Verso la foce” (1989), viaggio lungo il Po della sua infanzia; le traduzioni (London, Stendhal, Perec, Holderlin, ancora Joyce con una nuova versione di “Ulisse”); le riviste; il teatro; i documentari (quello, ricordato, dedicato a Ghirri, un altro a proposito di un viaggio in Senegal, altri ancora, in uno lui stesso protagonista e narratore nei luoghi della sua infanzia).

Il riassunto di un’esistenza così ricca non può che ricondurre alle pagine di quei libri, prova di una stagione tumultuosa, di speranze e di promesse e forte di una cultura di cui Celati fu generoso e rigoroso interprete e custode, una cultura di cui c’è il rischio che poco resti. Se non è già finito tutto.