Addio a Demetrio Volcic, il giornalista che ci ha raccontato la guerra fredda

“Chi ne sa di più: tu che la guerra fredda l’hai raccontata o lui che l’ha fatta?” Fra i tanti cari ricordi che ho di Demetrio Volcic il più vivo è una serata d’inverno in un ristorante italiano di Berlino, poco tempo dopo la caduta del Muro. Il proprietario aveva invitato con un gruppetto di corrispondenti italiani Markus Wolf, l’imprendibile Mischa che era stato la leggenda dello spionaggio orientale e ora, caduto tra gli sconfitti della Storia e inseguito da un paio di procedimenti penali, si consolava con il buon cibo e l’ottimo vino “del paese che ho sempre amato più degli altri” (a volergli credere). Demetrio era seduto di fronte a lui e alla sua bella moglie Andrea, la terza o la quarta per chi ne teneva il conto, e dopo pochi minuti il resto della tavolata si ammutolì. La chiacchierata tra i due diventò un’intervista, un pezzo di giornalismo da manuale.

Wolf negli ultimi tempi della DDR aveva aderito a quell’ala del regime che cercava il dialogo e all’incarico che per favorire la svolta democratica “si era dato da solo” (“Im eigenen Auftrag”: così recitava il titolo dell’autobiografia assolutoria che aveva scritto) si sforzava di dare credibilità anche quella sera. Volcic lo incalzava, gli faceva notare la debolezza dei disegni di riforma dell’est, i ritardi con cui i capi di Mosca erano arrivati a capire la necessità di cambiare radicalmente strada, diceva di pensare che Gorbaciov non ce l’avrebbe fatta e che la DDR non sarebbe sopravvissuta come stato al contatto con l’ovest. L’altro obiettava: il socialismo non era morto, i cittadini della Germania orientale avrebbero resistito alle sirene occidentali. Poi Volcic andò sul personale, evocando le contraddizioni di una conversione che, quanto meno, era stata un po’ troppo repentina, cercò (invano) di portarlo sul terreno delle confidenze sul suo passato di spione. Era amichevole, sorridente, alzava spesso verso l’interlocutore il calice del buon vino rosso: gentile ma implacabile.

A un certo punto l’incanto finì. Chissà per quale ragione i due passarono dal tedesco al russo e noi, gli altri, fummo tagliati fuori. Uscendo dal ristorante chiesi a Demetrio che cosa si fossero detti in russo. “Ah, niente d’importante: chiacchiere. Wolf è uno che sa chiacchierare, peccato che non sappia scrivere altrettanto bene. Se scrivesse la verità su quello che ha fatto quando era il capo del controspionaggio allora sì che ci sarebbe da leggere”.

Gli anni di Mosca

Una decina d’anni dopo rievocammo quella cena a Strasburgo uscendo da un altro ristorante (pasti abbondanti e bevute conviviali accompagnano costantemente i ricordi che ho di lui). Camminavamo verso l’albergo e a un certo punto si unì a noi Gianni Vattimo. Erano tutti e due eurodeputati del gruppo socialista, esponenti di una componente italiana che i Democratici di Sinistra alle elezioni del 1999 avevano riempito di eccellenze: tra gli altri Napolitano, Veltroni, Trentin, Ruffolo…

Il filosofo era contento del suo lavoro di eurodeputato, il giornalista un po’ meno. I suoi anni più belli erano stati quelli a Mosca, dov’era stato il più grande e il più autorevole (“autorevole mettilo tra virgolette” penso che mi direbbe) corrispondente italiano in due tornate, tra il 1974 e l’80, gli anni del grande sonno brezneviano e dello scontro est-ovest sui missili, e poi dall’88 al ’93, nel pieno della tumultuosa stagione di Gorbaciov e poi della caduta dell’impero. Non ricordava volentieri i due anni successivi al suo rientro in Italia quando fu direttore del TG1 prontamente fatto fuori dopo l’avvento di Berlusconi.

Se fosse rimasto alla Rai, magari sarebbe riuscito a portare avanti il suo progetto di rendere la corrazzata dell’informazione televisiva un po’ più vivace, meno paludata e, soprattutto, più attenta alle questioni internazionali. Ma forse un giornalista nato come lui non aveva le doti adatte a navigare in quelle acque. Come non dovette essere molto convinto dell’esperienza parlamentare che il PDS gli offrì facendolo eleggere in Senato nel 1997.

Ricordava invece come un piacevole intervallo da “giovane pensionato” anzitempo gli anni in cui aveva fatto il corrispondente a Bonn. Dopo Praga e i difficili anni del dopo-Primavera e il primo soggiorno a Mosca, la politica allora un po’ sonnacchiosa della Repubblica federale, prima con Schmidt e poi con Kohl, quella che a me novellino sembrava tanto interessante, lo annoiava visibilmente. Anche se non mancavano diversivi per niente tranquilli. Un pomeriggio di primavera dell’84 mi aveva invitato, per fare conoscenza, a prendere un tè nella sua bella casa sul Reno, poco fuori Bonn. Eravamo nel giardino che degradava dolcemente verso la riva e lui cominciò a raccontare che pochi giorni prima, durante una violenta tempesta, il fiume era straripato proprio mentre sua moglie si trovava nel giardino e lei s’era salvata a stento. Il racconto era drammatico ma il suo tono non lo era affatto, tanto che io pensai che stesse scherzando. Invece era tutto vero, mi dissero i colleghi.

Straordinaria bravura

E pensavo che scherzasse anche la sera successiva quando, mentre andavamo a cena (!) e il discorso cadde, non ricordo perché, sui canguri, lui chiese alla moglie come si chiamavano in italiano quegli animali australiani, i kangaroos… Mi resi conto che l’italiano, che parlava in modo assolutamente perfetto e anche un po’ snobisticamente forbito, non era in realtà la sua lingua di sloveno nato come Dimitrij Volčič a Lubiana da madre goriziana e padre triestino. Che lo strumento della sua straordinaria bravura di giornalista televisivo aveva dovuto conquistarselo e che forse continuava a conquistarselo ogni volta che compariva in tv, con i suoi mitici foglietti di appunti e ci spiegava la Russia, l’Oriente, l’America, il mondo.

Dopo gli anni di Strasburgo non ebbi più occasione di vederlo fino a una sera a Vienna, quando trascinò me e un gruppetto di inviati italiani in un caffè di cui ricordo solo che nel nome aveva la parola con cui in dialetto austriaco si chiamano gli spazzacamini. Quando è a Vienna vuole sempre andarci almeno una sera, mi disse un collega. Il posto non è particolarmente bello e non si mangia niente di speciale, ma c’è una pianista bravissima. Che vuoi farci: è un sentimentale.