Acuto, colto, popolare: quando Enrico Vaime scriveva sull’Unità

“Secondo te radio e televisione abbassano il livello intellettuale degli spettatori?” chiese il ventiseienne Enrico Vaime a Ennio Flaiano che rispose così: “No, no. Penso che semmai abbassano il livello culturale degli spettatori.”. Questo dialogo è riportato in un lungo articolo che Enrico scrisse per l’Unità nel novembre del 1993.
Enrico fu uno dei nuovi collaboratori di punta del giornale, nei nostri anni. Per il nostro progetto, un giornale colto, aperto, popolare Enrico era la persona giusta. Era divertentissimo, sardonico, acuto e aveva un mondo dentro. Il mondo dei fortunati, di quelli che, faticando e ascoltando, si sono fatti stimare e apprezzare da persone strepitose. Lo racconta proprio Enrico in un lungo articolo dedicato a Marcello Marchesi. Il pezzo uscì il 14 agosto del 1994, come un invito a una lettura distesa, tranquilla. E uscì sull’Unità due, quella che avevamo deciso di dedicare a cultura, scienza, spettacoli, sport.

vaime enrico
Scrisse Enrico:” Ancora oggi penso che sono stato fortunato a lavorare con loro, con Marchesi, Flaiano, Zavattini, Bianciardi. Gente così non ce n’è più. Non ce n’è sotto il cavallo”.
Parlava, lo aveva fatto nell’incipit del pezzo, di quel cavallo di Messina, simbolo dolente della Rai,” collocato con la testa verso gli uffici per via della celebre battuta d’un cinico dirigente che disse di mettere l’animale spalle alla strada “coi coglioni verso l’esterno che all’interno ne abbiamo anche troppi”.

enricom Vaime
Enrico amava la Rai e la detestava. La detestava perché l’amava, non riusciva a fregarsene. Quando gli chiedemmo di commentare stabilmente i programmi televisivi – su Repubblica lo faceva quel genio di Beniamino Placido – lui accettò perché sapeva che il contenuto, non solo informativo, della televisione “faceva”, specie allora, lo spirito pubblico. E quindi andava indagato criticamente, non bevuto come una medicina.
La televisione non era un elettrodomestico e neanche un semplice contenitore di pubblicità interrotta da programmi. No, esisteva uno “specifico” televisivo che meritava uno sguardo semplice e colto. Il suo sguardo.
Qui non parlo di quello che Enrico Vaime ha fatto per la radio, la rivista, la televisione. E’ tanto ed è importante.
Parlo di quegli anni di lavoro insieme. Quando, ogni giorno con un colonnino o talvolta con ampi racconti di un passato che era fiero di aver vissuto, faceva sorridere e pensare la comunità, ampia, dei lettori de l’Unità.
Perché Enrico Vaime era colto, aperto, popolare.