Ergastolo ostativo:
che cambia dopo l’alt
della Corte costituzionale

Qualche tempo fa entrai nella sezione di massima sicurezza di un carcere (non posso dare dettagli). Ero stato invitato, con due colleghe e un collega, a parlare di giornalismo con un gruppo di 11 detenuti, dieci dei quali condannati all’ergastolo ostativo e tutti passati dal 41bis perché dichiarati colpevoli di reati associativi (e le inflessioni delle parole – in siciliano, calabrese, campano, pugliese – rivelavano di quali associazioni si trattasse). Storie criminali importanti, personaggi importanti, tanto sangue versato, tanti omicidi. Venti, trent’anni fa gli undici furono quella cosa per la quale ci invitarono a parlare: la notizia.

L’intervento della Corte costituzionale

Mi è tornata in mente quell’esperienza dopo che l’ergastolo ostativo è stato dichiarato incostituzionale perché la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e, dunque, contrasta con gli articoli 3 e 27 della Costituzione.
Entro un anno il parlamento dovrà trovare una soluzione, ha stabilito la Corte costituzionale. Se le Camere non provvederanno, le norme che permettono l’ergastolo ostativo verranno abolite.
I detenuti che conobbi erano duri e puri. Dieci erano col “fine pena mai” perché mai avevano collaborato con la giustizia (requisito indispensabile perché l’ergastolo non sia ostativo).
La prima domanda che uno di loro ci fece fu spiazzante: “Perché ‘la Repubblica’ ha la ‘L’ minuscola? Secondo me è sbagliato”. Ci fece capire che gli piacevano i dettagli. Un modo per rompere il ghiaccio e prenderla alla larga per arrivare ad altri “sbagli” dei giornali e dei giornalisti, ad errori che riteneva di avere subito quando la sua storia criminale divenne notizia.
Fu un esperimento inimmaginabile nello sviluppo e negli esiti

Quando la pena è senza sconti

L’ergastolo “ostativo” non fa sconti. Nella stessa sezione il “nonno” dei detenuti aveva più di 80 anni, alcuni erano cardiopatici e altri avevano l’Alzheimer. C’è chi è morto dietro le sbarre a oltre 90 anni. Riina morì in carcere dopo una lunga malattia a 87 anni, ed effettivamente nessuno ha mai pensato che sarebbe stato giusto attribuire dei benefici al capo di Cosa Nostra. Dunque non è vero (almeno non lo è sempre) che dalla prigione in qualche modo si esce per il lassismo delle leggi e dei magistrati o per motivi di salute.
Poi è vero che sono liberi da anni Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, i terroristi neri condannati a complessivi 17 ergastoli, otto lui e nove lei: non avevano l’”ostativo” nonostante il fardello degli 85 morti della bomba alla stazione di Bologna più altri otto omicidi e, ancora giovani, presentano libri e esprimono opinioni in televisione. Situazioni strane, paradossi determinati dalle leggi, dal “potere” esercitato dai differenti gruppi di detenuti. A volte dipende anche dal caso fortunato o sfortunato. Ci sarebbe poi da allargare il discorso ai colletti bianchi, evocati dai detenuti con non velate allusioni: sono loro che nella filiera mafiosa fanno più utili di tutti. “Sapete di qualche colletto bianco in carcere? Sì, qualche politico ai tempi di tangentopoli, qualche manager di Stato…”. Ma niente che possa mai avere minato alle basi “il sistema” criminale che inizia con un picciotto a Corleone o un guappo a Scampia e termina con un colletto bianco a Milano, a Francoforte, nei paradisi fiscali.

“Sono diventato criminale guardando i polizieschi”

Torniamo alla “L” minuscola di “la Repubblica” e al tentativo irrisolto di svelare l’arcano e da lì si passa rapidamente a Roberto Saviano ma senza invettiva: “Guardiamo molta televisione, per ovvi motivi. Gomorra, la serie di Gomorra… Vorrei vedere sul computer la Paranza dei bambini. Sono convinto che con questi film si rischia di mitizzare il crimine, di spettacolarizzare il ruolo della camorra e quindi, in definitiva, di spingere tanti ragazzi ad imitare quei comportamenti che sono stati, tanti anni fa, i nostri comportamenti”. “Sono diventato criminale accompagnato dai film polizieschi degli anni Settanta-Ottanta, poliziotti contro banditi e io facevo il tifo per i banditi”. Crederci, non crederci? Di certo non sono osservazioni banali.
Noi abbiamo sbagliato, siamo responsabili dei nostri errori. Io, per rimuovere il mio ‘ostativo’ e forse – forse! – avere qualche beneficio dovrei parlare di quel che ho fatto nei primi anni Ottanta, raccontare una stagione lontanissima con protagonisti che spesso non ci sono più. Ha senso? Pago i miei errori e in carcere cerco di diventare migliore. Tra noi ci sono tre laureati, un universitario, c’è chi studia per prendere il diploma…”.
“Ma parliamo dei vostri sbagli di giornalisti. Vi abbiamo conosciuto, non voi ovviamente ma altri vostri colleghi, quando scrivevate delle indagini su di noi, delle nostre storie, dei nostri processi. Sulle indagini sentite sempre una sola campana, quella che ci accusa. Siete consapevoli del potere che esercitate?”. Arrivare a processo in un clima mediatico sfavorevole pesa, condiziona i giudici e quindi le vite degli imputati: “È giusto? E quando sbagliate voi, pagate? Vediamo, adesso, che ci sono giornalisti con lo stipendio pignorato e costretti a pagare tanti soldi a chi li ha denunciati… Spiegateci cos’è successo”. E allora tu, giornalista, ti avventuri nei meccanismi delle fonti, passi a raccontare le querele temerarie di chi ha più potere della stampa, le cause intimidatorie, l’articolo 595 del Codice penale e soprattutto la legge sulla stampa del 1948 che obbliga in solido editore, direttore e giornalista a pagare i risarcimenti dei processi persi e se l’editore, come capita sempre più spesso, sparisce il cerino acceso passa nelle mani dei giornalisti. È materia per i detenuti laureati in giurisprudenza che interloquiscono, obiettano, consigliano perfino. Siamo ben oltre la regola base delle 5W spiegata nei manuali giornalistici, oltre l’esempio che la notizia è quella dell’uomo che morde il cane e non viceversa. L’istruzione e l’intelligenza degli undici ha solide basi e l’interesse per la materia alto.

Al Parlamento un compito quasi impossibile

L’esperienza fu emotivamente forte e molto formativa: la certezza della pena – quella che Salvini chiamerebbe “marcire in carcere” – per questi casi esiste, eccome se esiste. Resta da capire se morire dietro le sbarre a più di novant’anni renda lo Stato più forte. Io, sinceramente, non lo so. Di certo c’è che la decisione della Corte costituzionale è pesante, anche per gli effetti pratici perché la legislazione d’emergenza varata dopo gli omicidi Falcone e Borsellino ha costruito attorno ai boss in carcere una cintura di sicurezza quasi impenetrabile. La Corte costituzionale ha stabilito che non possono esserci deroghe al fatto che ogni cittadino è uguale davanti alla legge (articolo 3) e che la pena deve essere umana e tendere alla rieducazione del condannato (articolo 27). Ma pare quasi impossibile che ora questo Parlamento intervenga su una materia così spinosa.