A Siena emerge dal passato la città
che fu abbandonata per la peste

Se dall’alto della loggia trecentesca del Palazzo Comunale di Siena il visitatore guarda in lontananza apparirà, nelle giornate più nitide, l’imponente Rocca di Radicofani oltre la val d’Orcia e, sullo sfondo, la solitaria sagoma del Monte Amiata. Se poi volge lo sguardo verso il basso, oltre la piazza del Mercato, gli si apre alla vista una grande valle verde che s’inoltra fin dentro la città murata. Sappia però che non è stato sempre così. Un tempo, tanto tempo fa, in quel verde pianoro, erano state edificate una novantina di case nuove, una chiesa e anche qualche mulino.

Un importante pezzo di città, insomma, che oggi dorme sepolta sotto la valle che è diventata fonte di vita e di attività sociali. E che sarebbe rimasta sepolta anche nei meandri segreti della storia se una studiosa non avesse, da anni, e con meticolosa perizia ricostruita la storia di un borgo che c’era e che non c’è. Gabriella Piccinni ricostruisce, nel volume da poco in libreria, la complessa storia della trasformazione di quell’area. (“Nascita e morte di un quartiere medievale. Siena e il Borgo nuovo di Santa Maria a cavallo della peste del 1348”, edizioni Pacini).

Centralità al Campo

Il progetto di quel quartiere era stato concepito dentro una riorganizzazione ed espansione dell’area urbana: il piano miravo a dare nuova centralità al Campo, a far diventare la splendida piazza da luogo isolato e “separato dal transito de le genti” a snodo centrale del nuovo assetto urbano. Quel quartiere – siamo negli anni Venti del Trecento – doveva accogliere nuovi cittadini e, per questo, il Comune aveva lottizzato un’area capace di contenere una novantina di nuove case, una chiesa, qualche mulino e alcuni tiratoi per la lavorazione della lana. Doveva accogliere nuovi flussi di cittadini, soprattutto notai e qualche giudice, originari di alcuni paesi del vasto territorio della Repubblica senese e principalmente, come dimostrano i tanti dati del volume, della Val di Chiana.

I governanti avevano ben presente quanto fosse, fin da allora, fondamentale, nella vita di una città, la gestione degli spazi urbani. Il progetto che avevano in mente gli amministratori del Comune (il governo dei Nove) non faceva, sulla carta, una grinza: il nuovo quartiere avrebbe dovuto dare nuova centralità al Campo, riequilibrando i pesi demografici della città. La Siena delle origini si era sviluppata sul colle più alto, cioè a ovest, attorno al Duomo e allo Spedale del Santa Maria della Scala, in quella zona che Cesare Brandi, molti secoli dopo, definirà come “l’acropoli della città”. In quello scenario, Piazza del Campo era laterale e quasi marginale: per questo serviva un nuovo “piano regolatore”, come diremmo oggi. Il progetto si completava anche con la creazione di nuovi collegamenti stradali, interni ed esterni alle mura, deviando l’antico percorso della via Francigena.

Una città popolosa

C’è da considerare, inoltre, che- come sostiene l’autrice del volume – erano quelli anni in cui “il bisogno di denaro si faceva più forte, anche per far fronte alla realizzazione del grande progetto delle nuove mura” e perché la città di Siena diventasse “la città più forte e più magnia”, come scrive un anonimo cronista del tempo. Siena era una dei centri più popolosi d’Europa, con una popolazione che superava le cinquantamila unità. Il governo cittadino pensò a nuovi modi per‘far cassa’. E lo fece nel modo che ci è arcinoto:  riscuotendo, cioè, i balzelli che erano previsti nella costruzione di nuove case. Le casse si sarebbero così riempite in conseguenza del fatto che uno degli obblighi per ottenere la cittadinanza era quello proprio di possedere una casa in città. Un piano ingegnoso e di governanti che sapevano bene cosa significasse amministrare una città già complessa ed evoluta sia nella stratificazione sociale sia nelle forme istituzionali. Per capirlo è sufficiente gettare lo sguardo sul ciclo degli affreschi del Buon governo del Lorenzetti, quasi coevi di questa illuminante vicenda urbana.

La grande peste del 1348

La storia, si sa, non segue una linea retta. Ci sono più strade che può prendere e quell’ardito progetto si spense per tante e diverse cause. L’area fu, infatti, abbandonata dopo pochi decenni, a cavallo delle epidemie del Trecento, in particolare dopo la grande peste del 1348. La città si restringe verso il suo centro, con il verde che prende il sopravvento negli spazi più vicini alle mura, cancellando i segni delle abitazioni. Quella che è ricostruita in questo libro  è, dunque, una storia esemplare: la valle si trasformò da sede di un progetto generale di riorganizzazione e espansione urbana a luogo “separato dal transito de le genti”.