A scuola più a lungo per battere le disuguaglianze, la proposta Letta

È un buon segno che la proposta avanzata da Enrico Letta di estendere l’obbligo scolastico a partire dai 3 anni e fino ai 18 abbia suscitato un dibattito. Lo è per diverse ragioni, anzitutto perché si tratta di un argomento che finalmente fa entrare la realtà e i suoi tempi nella campagna elettorale, a scapito della propaganda, ormai insopportabile, scandita soltanto dall’emergenza, quindi dall’immediato, e volta esclusivamente alla mera manipolazione emotiva della cittadinanza.

Ogni deputato e ministro o aspirante tale – compreso dunque chi ha giudicato la proposta di Letta “fuori dalla realtà” – dovrebbe sapere, infatti, che l’azione politica non può limitarsi all’esistente, ma impone sguardi lungimiranti – riformisti o rivoluzionari che siano – capaci di spronare a costruire un futuro migliore del presente, come insegnano da secoli i classici del pensiero. In più ogni volta che la realtà e il suo cambiamento entrano nel gioco politico si rivelano più chiaramente le parti e si possono aprire spazi per conflitti sani, fatto particolarmente importante se si considera che la politica scolastica, insieme a quella sanitaria, è un indice della situazione sociale italiana, che il prossimo governo dovrebbe affrontare con competenza e attenzione adeguate. Una situazione preoccupante, aggravata per di più dalla crisi energetica, che rende i tagli costanti a sanità e scuola ancora più incisivi in senso negativo sulla quotidianità della popolazione.

I tagli mascherati

Per quanto riguarda nello specifico la scuola sono stati tagli mascherati, nel corso degli anni, dalla veste sbrindellata di riforme incomplete, come quella prevista dall’ultimo decreto legge del governo Draghi, che se da un lato ha fissato regole chiare per il reclutamento dei docenti, dall’altro lato ha sfruttato il tema certamente importante dell’aggiornamento degli insegnanti soltanto come stratagemma per non rinnovare il loro contratto scaduto da tempo. L’ennesima dimostrazione della confusa e incerta gestione di Patrizio Bianchi – uno dei peggiori ministri della pubblica istruzione degli ultimi decenni – e soprattutto del fatto che la scuola è da sempre oggetto privilegiato delle campagne elettorali, ma quasi mai di politiche governative che la pongano al centro di un’azione politica pensata.

Non c’è da stupirsene se si pensa che l’ambito dell’istruzione costituisce un bacino importate di voti e che l’agire politico non sfugge da troppo tempo al dominio del momento – una degenerazione ulteriore rispetto al fenomeno che Vittorio Foa chiamava presentismo, cioè il progressivo appiattimento sul presente e l’incapacità di guardare al futuro – mostrandosi incapace di comprendere e governare le trasformazioni della società italiana.

Sguardo sul futuro

Ben venga dunque una proposta sulla scuola che obbliga a prendere in considerazione il lungo periodo, pur con tutte le difficoltà e l’impegno che impone la sua concreta realizzazione, quindi a interrogarsi sul modo di affrontare praticamente le disuguaglianze che si presentano fin dall’accesso al nido e all’istruzione primaria.

I dati più recenti dell’Istat, infatti, mostrano che in Italia la frequenza del nido d’infanzia ha uno scarto di 9 punti in percentuale dalla media europea, per non parlare poi della dispersione scolastica negli anni successivi alla scuola primaria, fino ad arrivare al numero di laureati, sempre troppo basso rispetto ai paesi avanzati.

Va da sé che l’estensione dell’obbligo scolastico, con l’incremento del fondo nazionale per garantire la progressiva gratuità dei servizi educativi della prima infanzia per le famiglie a basso reddito, comporta la scelta di investimenti cospicui su un vero e proprio progetto che ripensi dalla radice il sistema dell’istruzione, con la consapevolezza che è davvero nella scuola il domani di tutti.

Non basta, infatti, stanziare risorse più o meno a caso come è stato fatto anche di recente, senza cioè che ci sia un chiaro e concreto quadro di insieme della situazione e di come possa essere radicalmente riformata. Se si continua ad intervenire in questo modo, in assenza cioè un orizzonte definito cui tendere, non sarà possibile evitare che la scuola continui ad essere oggetto di slogan, di vuota retorica e, da ultimo, di proposte dettate dalla pura propaganda elettorale che mischia pericolosamente patriottismo e nazionalismo proponendo il cosiddetto liceo made in Italy.

In un momento storico difficile come quello che stiamo vivendo sarebbe quanto mai necessaria quella saggia volontà, propria di una classe dirigente che sia all’altezza del suo ruolo, che consente di sottrarre all’emergenza e all’urgenza gli ambiti sociali, come quello dell’istruzione, decisivi per un paese che almeno tenti di avere un futuro civile.