A Palermo prove di un altro centrodestra, per bloccare Meloni

Vediamoci tra di noi. Cosa c’è di meglio che radunare un bel po’ di amici, nel caso di un partito politico, qualche migliaio, accorsati a spese dell’organizzazione di bandiere e gadget di tutti i tipi, per parlarsi addosso e non essere contestati. Anzi festeggiati come a Natale anche se il cugino di Napoli non te lo ricordavi proprio e la zia di Grosseto era molto più gradevole dieci anni fa.

I leader dei partiti di centrodestra, divisi anche quando sembrano uniti, non ce la fanno proprio a fingere una volontà comune e non sono riusciti finora a far rimarginare la ferita della rielezione non concordata di Sergio Mattarella che sancì, tra altri mille episodi, la spaccatura tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con Berlusconi alla finestra un po’ per le malattie, un po’ per l’età, un po’ perché lui o conta e dirige o preferisce restare rintanato nelle sue faraoniche dimore. In tanti mesi una sola uscita rituale.

Non si parlano i tre. Non si vedono, non si affidano a messaggi. L’unico contatto concreto in questi giorni c’è stato a Palermo per decidere il candidato sindaco di quella città che alla fine ha fatto prevalere Roberto Lagalla, ex assessore, supportato dall’Udc e via via da tutti gli altri protagonisti di un gioco delle parti per riuscire poi a confermare, tra qualche mese, alla guida della Regione Sicilia il destro uscente Nello Musumeci. Sembrava fatta. Poi ci si è messo a rompere tutto da par suo Gianfranco Miccichè, coordinatore di Forza Italia e presidente dell’ Assemblea regionale, che si è lasciato sfuggire che “un fascista catanese” non si può proprio sostenere. “è troppo nobile per meritarsi un fascista”. Panico per la sparata. Marcia indietro, scuse. Ma il giudizio sull’uscente resta lì, a futuro litigio.

Tutti a far convention

In questa situazione cosa c’è meglio di una convention, di una conferenza programmatica, da cui lanciare messaggi alla coalizione ma non doversi troppo preoccupare se si esagera un po’. Un’ospitata non si nega a nessuno. Ma meglio invitare le seconde file. Un leader c’è il rischio che tolga visibilità al padrone di casa. Questo il ragionamento. E se i colonnelli scelgono di starsene a casa, meglio così.

Il raduno di Giorgia Meloni ha aperto i giochi. In trasferta, a Milano, nel cuore della Lega con Salvini tenuto fuori della porta, non gradito. Il messaggio è stato chiaro ai due colleghi di coalizione, se c’è ancora. “Io sono pronta a governare anche da sola”, ad essere l’autentica rappresentante di un centrodestra che deve cancellare l’ipotesi di governare con la sinistra di cui “siamo alternativi”. Un’esibizione lunga tre giorni sfoderando un repertorio macchiettistico di silenzi, occhi sgranati, finta sorpresa e tricolore sbandierato. Poche proposte, poco programma condensato in quattro M (mamma, merito, marchio e mare), una lettera scelta anche per evocarne una che nel Dna di Fratelli d’Italia c’è, eccome.

Se Giorgia Meloni ha osato andare a sfidare Salvini in casa, lui si prepara ad una personale marcia su Roma. Il 14 maggio sotto la cupola avveniristica di Fuksas posta sul palazzo dei congressi della Lanterna risuoneranno le proposte a tutto tondo irrealizzabili come esaltanti del leader della Lega in sofferenza. L’autore di una delle più incredibili marce indietro nel numero dei voti, stando a tutti i sondaggi, che la storia politica ricordi. E non si ferma.

Berlusconi ha scelto Napoli. Il 21 sarà nel capoluogo campano. Assieme a Guido Bertolaso, recuperato per l’ennesima volta, per affrontare, tra gli altri uno degli argomenti più controversi di questi tempi, i termovalorizzatori. Il recordman delle promesse non mancherà di snocciolarne una quantità. Se le realizzerà in compagnia è tutto da vedere.

Il debutto di “Prima l’Italia”

Questo è il punto. Ignorarsi, non incontrarsi, farsi i dispetti, pensare agli interessi di bottega è atteggiamento più da asilo Mariuccia che da leader politici, comunque la si pensi, che pare rappresentino, sondaggi alla mano, metà del Paese. Esaurita la pratica delle comunali il 12 giugno assieme ai cinque referendum sulla giustizia, esaurita quella in autunno delle regionali in Sicilia, si dovrà votare per le politiche all’inizio del 2023. Con quale legge? Con il proporzionale ognuno va per conto suo e poi si cercano accordi in Parlamento.

Ma se restasse l’attuale legge per forza di cose i tre separati in casa dovrebbero rimettersi insieme, ricompattarsi. Per pura convenienza. Ma aleggia l’ipotesi dello sgarbo massimo a Giorgia Meloni. I due perdenti della coalizione, stando ai sondaggi, potrebbero mettersi insieme e creare un partito di centrodestra alternativo alla ragazza della Garbatella, con l’idea di diventare il primo dello schieramento e togliere alla leader di Fratelli d’Italia la possibilità di arrivare prima e rivendicare la poltrona più alta di Palazzo Chigi. A Palermo partecipa Prima l’Italia, il marchio depositato da Salvini a Bergamo, che potrebbe essere la base su cui lavorare.

Tutto questo possibile nella situazione data? Ma se non riescono a vedersi neanche per un caffè.