A Kiev i leader di Visegrád, per l’Ucraina o contro l’UE?

Quando le agenzie internazionali hanno diffuso le foto della delegazione di capi dei governi di Polonia, Cechia e Slovenia a Kiev qualcuno a Bruxelles deve aver fatto un salto sulla sedia. Che ci faceva Jarosław Kazcyński insieme con i primi ministri di Varsavia, Mateusz Morawiecki, di Praga, Petr Fiala, e di Lubiana, Janez Janša? Kazcynski, a capo del partito di governo PiS (Diritto e Giustizia), è l’ispiratore della ribellione polacca all’ Unione europea in nome degli interessi e dei “valori” nazionali e la figura forse più nota e più dura e pura del sovranismo anti Ue. Che senso aveva la sua presenza nella missione? Non è passata neppure un’ora dalla diffusione della foto che da Bruxelles è arrivata a Morawiecki l’ingiunzione a precisare che i tre capi di governo “non rappresentano ufficialmente” le istituzioni europee. Ma la frittata era già fatta. Ieri mattina tanto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen quanto il presidente del Consiglio Charles Michel avevano preso atto della missione senza nulla obiettare.

Il senso dell’iniziativa

Ma qual è stato, davvero, il senso dell’iniziativa? L’impressione è che con il loro gesto, anche coraggioso, di recarsi nella capitale ucraina sotto bombardamento, gesto che nessun altro leader europeo ha pensato di compiere, i tre leader del gruppo di Visegrád (mancava nella comitiva l’ungherese et pour cause come vedremo) abbiano in realtà voluto compiere una forzatura con una clamorosa manifestazione di appoggio alle richieste di Volodymyr Zelenski per un ben più forte coinvolgimento dell’Unione europea e della NATO nella guerra contro l’invasione di Putin. Non a caso il presidente ucraino, parlando nel primo pomeriggio (in collegamento) a una riunione della Joint Expeditionary Force, organismo che raggruppa i paesi nordici della NATO più Svezia e Finlandia, dopo aver per l’ennesima volta chiesto la no fly zone, aveva pronunciato il più duro atto d’accusa contro l’inerzia dell’alleanza – “non reagiscono neppure quando i missili russi cadono a 25 chilometri dal loro territorio”– e dell’Unione europea, la cui unica mossa di risposta alla criminale aggressione russa  è stata l’adozione di sanzioni “che non bastano assolutamente” e sono, nella loro pochezza, una prova di insensibilità nei confronti “dei bambini uccisi dalle bombe russe”.

Adesione immediata

È probabile che i leader dei tre paesi, nel prossimo futuro, uniscano le loro voci al coro di quanti chiedono che l’Unione compia un “gesto politico” ammettendo l’Ucraina immediatamente, saltando cioè a pie’ pari le lunghe e complesse procedure previste per l’adesione dal Trattato europeo. Una richiesta che aprirebbe un delicato dibattito sulla natura delle istituzioni di Bruxelles e il loro rapporto con gli stati e la loro sovranità. Proprio quello cui mirano le forze che sostengono i tre capi di governo che ieri erano a Kiev. Mancava – s’è detto – l’ungherese Orbán, il quale dall’inizio della guerra si è tenuto piuttosto defilato, probabilmente per non dispiacere troppo all’uomo del Cremlino che considera un po’ il suo mentore in fatto di “democrazia illiberale” e forse anche per certi dissapori con l’Ucraina in merito alle minoranze magiare nella Transcarpazia.

Non pare quindi che, a dispetto del giudizio frettoloso di qualche commentatore, il viaggio dei tre di Visegrád a Kiev possa essere annoverato tra i tentativi di mediazione del conflitto. I quali esistono, invece, rafforzati anche dalla sensazione che il nodo che all’inizio pareva il più complicato, la collocazione internazionale dell’Ucraina e il suo rapporto con la NATO, si sia andato, negli ultimi giorni, allentando. Ieri Zelenski è andato ancora più in là rispetto ai giorni passati nella disponibilità a discuterne affermando di “sapere” che l’Ucraina non è nell’alleanza né ci sarà in futuro.

Il problema è che, ormai, non c’è più solo questo sul piatto. La strategia militare di Putin lascia intendere chiaramente che l’obiettivo finale non è solo quello di costringere l’Ucraina a restare fuori dalla NATO e anche dall’Unione europea. L’annunciato proposito di voler indire un referendum nella città conquistata di Kherson, a maggioranza russofona, lascia intendere che il padre padrone della Russia sarebbe proprio intenzionato a mettere in pratica nell’Ucraina occupata in tutto o in parte quello che va predicando da tempo: il proposito di riunificare tutti i russi che la caduta dell’Unione sovietica ha lasciato fuori dal territorio della Federazione russa.

Israeliani e turchi

Questo sarà il punto caldo del negoziato che – dicevano ieri i protagonisti – avrebbe fatto “passi avanti” nei colloqui tra le due delegazioni che ormai dialogano soltanto a distanza per via telematica, e delle varie ipotesi di mediazione internazionale che continuano a circolare. Tramontata pare definitivamente quella cinese, che probabilmente non c’era mai stata; in stallo, ma con qualche probabilità di riprendere, quella tentata dal primo ministro israeliano Naftali Bennett, ieri è tornata alla ribalta quella turca. Il ministro degli Esteri di Ankara  Mevlüt Çavuşoğlu ha annunciato che oggi sarà a Mosca dove incontrerà il suo collega russo Sergeij Lavrov e non è escluso che possa essere ricevuto da Putin, poi andrà a Leopoli per colloqui con i dirigenti ucraini. Israele e la Turchia, al momento, non applicano sanzioni alla Russia e paiono gli unici due paesi in grado di dialogare con tutte e due le parti in conflitto.