Non serve l’Ungheria senza Europa ma un’Ungheria senza Orbán

Se la Storia si facesse con i “se”, sarebbero molte le ragioni per cui l’Unione europea, intesa nel complesso delle sue istituzioni e dei paesi che la compongono, dovrebbe riconoscere le proprie colpe nella resistibile ascesa di Viktor Mihály Orbán a Nemico Pubblico Numero Uno nel continente della democrazia e dei diritti umani. Il più importante dei tanti “se” è il più antico e sta lì come un monolitico monumento alla incompiutezza dell’Europa. Se nell’Unione non vigesse il principio della unanimità l’Ungheria di Orbán potrebbe essere facilmente ricondotta alla ragione sulla base dell’articolo 7 del Trattato UE che prospetta sanzioni dure – e soprattutto molto convincenti, come la sospensione dal diritto di voto in Consiglio e delle erogazioni dal bilancio comunitario – per i paesi che vengono meno ai princìpi fondamentali dello stato di diritto. Ma poiché le procedure dell’articolo 7 prevedono almeno un voto del Consiglio europeo e il voto dev’essere – per l’appunto – all’unanimità, è praticamente certo che la procedura verrebbe bloccata dal veto di un paese amico dell’Ungheria. La Polonia, certamente, ma forse non solo: sono ben dieci i paesi i cui leader non hanno firmato la lettera di condanna della vergognosa legge omofoba approvata la parlamento di Budapest. Oltre a Ungheria e Polonia l’elenco comprende Bulgaria, Cechia, Croazia, Lituania, Portogallo, Romania, Slovacchia e Slovenia. L’articolo 7 è, insomma, un’arma caricata a salve: è uno dei tanti effetti perversi della riserva di sovranità nella forma di diritto di veto che nella malsana distribuzione di poteri e competenze gli stati si garantiscono con il principio della unanimità.

Questione antica, si dirà, e che va ben al di là della contingenza dello scontro con Orbán e le sue frenesìe di illiberalità “democratica”. Ma ci sono altri “se” sui quali l’autocritica delle istituzioni e dei soggetti politici dell’Unione sarebbe utile e forse aiuterebbe a uscire dall’impasse. Se Orbán e il suo partito Fidesz non fossero stati tollerati e vezzeggiati per anni dal gruppo del PPE per il solo e cinico interesse di mantenere e consolidare il proprio vantaggio numerico nel parlamento europeo, la denuncia dei tratti autoritari che andavano via via manifestandosi nel regime ungherese sarebbe stata ben più forte ed efficace e si sarebbe smascherato il gioco ambiguo di chi, come i parlamentari popolari italiani della componente berlusconiana, la serpe in senso non solo se la teneva ma la coccolava volentieri. Invece si è arrivati al paradosso per cui mentre il gruppo PPE indugiava a trarre le conseguenze dalla sospensione comminata al governo ungherese per le sue deviazioni antidemocratiche, alla fine è stato lo stesso Orbán a prendere l’iniziativa della rottura, facendosene vanto ad uso della propaganda da “uomo forte” che le manda a dire a “quelli di Bruxelles”.

Se la Corte di Giustizia avesse reagito con maggiore tempestività e fermezza ai diversi, ripetuti passaggi del processo di smantellamento dello stato di diritto in Ungheria – prima i controlli sulla magistratura, poi i limiti alla indipendenza della Corte costituzionale e della Banca centrale, quindi le misure contro la libertà di stampa e i controlli sulle università, poi l’assurda legge sugli straordinari obbligatori da pagare dopo tre anni, poi gli spostamenti di potere dalle istituzioni pubbliche a fondazioni private e infine la legge sul divieto alla “propaganda omosessuale” – probabilmente si sarebbe creata una solida sponda per la critica democratica a quanto andava succedendo in Ungheria. E lo stesso discorso vale anche – se non di più – per quanto accade a Varsavia e dintorni.

Il quarto “se”

C’è un quarto “se” e forse, oggi come oggi, è quello sul quale sarebbe utile ragionare. Se nel novembre scorso, quando quello che ancora si chiamava il Recovery Fund era bloccato nel Consiglio europeo dai governi ungherese e polacco, non si fosse messo in atto, ad opera soprattutto della cancelliera tedesca, un pochissimo onorevole compromesso ma si fosse tenuto duro sulla questione di principio, probabilmente l’arroganza dei due campioni del gruppo di Visegrád sarebbe stata messa in condizioni di non nuocere. Ricordiamo brevissimamente come andarono le cose. La Commissione, su indicazione del Parlamento europeo e dietro l’impulso (non del tutto disinteressato) dei paesi allora detti “frugali” e soprattutto del capo del governo neerlandese Mark Rutte, aveva legato l’erogazione dei fondi al principio del rispetto dello stato di diritto. Budapest e Varsavia si opponevano e il loro veto (sempre in base al maledetto principio dell’unanimità) rischiava di bloccare tutto. Frau Merkel indicò la via di un compromesso che allora parve a tutti un cedimento grave alle pretese di Orbán e dell’allora leader polacco Mateusz Morawiecki: il giudizio sul rispetto dello stato di diritto per chi avrebbe ricevuto i fondi non sarebbe stato formulato dalla Commissione all’inizio e una volta per tutte, ma sarebbe stato demandato alla Corte di Giustizia. L’ungherese e il polacco esultarono, giacché considerati i tempi biblici e le difficoltà procedurali della Corte, in pratica era come se la condizionalità fosse stata di fatto annullata. Gli altri leader, compreso il nostro Conte, abbozzarono perché quando su un piatto della bilancia ci sono i soldi e sull’altro i princìpi si sa come va a finire. Soltanto Rutte mantenne il punto, ma dovette rassegnarsi.

C’è qualche motivo di dubitare che allora i componenti della Commissione di Ursula von der Leyen e la cancelliera deus ex machina del compromesso ne fossero compiutamente consapevoli, ma la soluzione che era parsa così sfacciatamente favorevole a Orbán e soci alla lunga si è rivelata meno negativa di com’era parsa allora a tutti quelli che hanno a cuore le ragioni della democrazia e dei diritti umani. La Corte di Giustizia, infatti, ha avuto come un sussulto di attivismo, al punto da ammonire la Commissione a procedere rapidamente nella verifica del rispetto dello stato di diritto da parte degli ungheresi e dei polacchi. In pratica un invito a procedere sulla base dell’articolo 7, ma con l’indicazione di una strada parallela che, a differenza del vicolo cieco in cui parrebbe destinato finire il procedimento sulla base dei quell’articolo, potrebbe portare a uno sbocco positivo. L’Ungheria, come tutti gli altri paesi, per ricevere e spendere i soldi del Recovery, intanto diventato Next Generation EU, ha dovuto presentare un piano nazionale sull’utilizzo dei 50,7 miliardi (40,7 in sussidi e 10 in prestiti) che le spettano. Secondo le indicazioni della Corte di Giustizia e secondo quanto dovrebbe a questo punto ragionevolmente decidere la Commissione è a questo livello, quello dell’attuazione delle misure concrete, che dovrebbe intervenire la condizionalità del rispetto dello stato di diritto. In una parola, i soldi dell’Europa potranno essere spesi dall’Ungheria (e dalla Polonia) solo per progetti che rispettino i criteri generali del NGEU e, di conseguenza, i princìpi fondamentali dell’Unione.

Tagliare i viveri?

L’Unione, insomma, sconfiggerà la “democrazia illiberale” minacciando di tagliarle i viveri? Può sembrare cinico, ma a ben vedere lo è molto meno di quel che pare. I fondi del NGEU, raccolti con i titoli comprati dai cittadini europei nella prima operazione di condivisione del debito in Europa, sono un grande esercizio di solidarietà e sarebbe assurdo che finissero in progetti che colpiscono i princìpi di giustizia e di civiltà su cui si fonda l’Unione alla quale l’Ungheria, come la Polonia e gli altri paesi del gruppo di Visegrád hanno liberamente scelto di aderire. Il premier olandese Rutte ha invitato Orbán a considerare l’opportunità di ricorrere all’articolo 50 del Trattato, quello che regola l’uscita volontaria di un paese dalla UE e che è stato utilizzato per la Brexit. A parte il fatto che l’autocrate ungherese non ha alcuna intenzione di andare in quella direzione e anzi, nella sua spropositata prosopopea, ritiene di essere l’uomo che indica agli altri leader la “strada giusta” che l’Europa dovrebbe imboccare, ha davvero poco senso qualsiasi ipotesi di tagliar fuori dall’Unione l’Ungheria e gli altri paesi del gruppo di Visegrád che costituiscono una parte fondamentale della storia, della cultura e anche dell’economia del nostro continente.

Non è l’Ungheria che se ne deve andare dall’Europa, è Orbán che se ne deve andare dall’Ungheria e restituircela libera e democratica. Ad aprile dell’anno prossimo i magiari andranno al voto e i sondaggi, per la prima volta, indicano che Orbán non è più il padrone del paese. C’è un’alleanza molto eterogenea, dalla sinistra ai liberal-democratici alla destra fascisteggiante del partito Jobbik che pare abbia scoperto le virtù del doppiopettismo, la quale ha più voti di Fidesz e ha anche un leader in pectore nel sindaco di Budapest Gergely Karácsony, liberal ed europeista.

Dopo i “se” del passato, c’è un “se” che apre all’ottimismo per il futuro. Per l’Ungheria, per la Polonia, per tutta quella parte d’Europa.