La collega di Zaky:
“Grande mobilitazione, ma istituzioni assenti”

“Tutti sappiamo che la vita dipende da avvenimenti inaspettati. Può finire da un momento all’altro e non sai cosa succederà tra un attimo. A volte succedono cose bellissime, altre volte terribili”. Lo ha detto Paul Auster, intervistato per l’Unità da Maria Serena Palieri. Vale anche per i partiti e le istituzioni italiani. La loro vita, in questo momento, ruota prevalentemente intorno agli assetti di governo, mentre il mondo cambia e spesso, inaspettatamente, peggiora. Accade così che mentre un egiziano nemmeno trentenne, iscritto a un master bolognese, viene arrestato nel suo Paese in base a prove scritte sulla sabbia, le segreterie politiche, almeno da quelle da cui in casi del genere ti aspetteresti una reazione, parlino a voce molto bassa, come se non volessero disturbare i governi.

Ci sono spiegazioni che spiegano molto poco. L’Egitto è un importante partner commerciale dell’Italia, il destinatario di armi e navi militari, un acquirente di tecnologie informatiche che, si sospetta, vengono usate dai servizi di sicurezza anche per monitorare il dissenso anche attraverso personal computer, tablet, cellulari. E infine, ma non per importanza, l’Egitto è una garanzia di accesso a fonti energetiche non rinnovabili. Tutto questo basta a far passare in secondo piano i diritti umani.

La testimonianza di Giada Rossi

“Fin quando le cose non vengono fatte sono ovviamente da considerarsi non fatte. Le dichiarazioni di solidarietà con Zaky, le proteste formali, vanno bene come primo passo. Non voglio dire che non siano importanti, ma a questo stadio della vicenda Zaky ce ne facciamo molto poco. Finora azioni concrete, cioè azioni economiche di revisioni di contratti con l’Egitto, non ne abbiamo viste”. Giada Rossi, 27 anni, compagna di studi e amica di Patrick George Zaky, detenuto in un carcere egiziano dall’8 febbraio 2020, prova a puntare un fascio di luce su una realtà troppo spesso dimenticata: quella dei diritti umani violati. In Egitto ci sono 60-70 mila persone in carcere per motivi politici, si registrano ogni giorno 2-3 sparizioni forzate, troppo spesso senza ritorno. In Egitto è morto Giulio Regeni, giovane ricercatore trasformato in spia dagli incubi di un regime che sembra aver definitivamente perso il contatto con la realtà.

“Era l’agosto del agosto del 2019, Io e Patrick siamo arrivati entrambi a Bologna per fare il master. Per Patrick era il primo anno, me invece il secondo. Siamo diventati subito amici, un po’ perché il nostro era un gruppo molto piccolo, eravamo 12-13 persone, tutte fuori sede: è stato facile legarsi e fare gruppo. E poi c’erano affinità. Patrick è l’amico che vorresti avere accanto, capace di preoccuparsi per te e di starti vicino”. Dimmi cosa studi e forse ti dirò chi sei. Le affinità, negli sfrenati interessi culturali di quell’età, sono fatte anche di letture e studi appassionati. Gemma è un master sponsorizzato dall’Unione europea, si occupa di studi di genere e delle donne.

“Il Master è internazionale – spiega Giada – si chiama Gemma, ed è un corso in studi di genere, rientra sotto la sfera di competenza di lingue e letterature moderne comparate. E’ decisamente un master in campo umanistico, sostanzialmente l’obiettivo è imparare ad analizzare realtà e letteratura, l’una attraverso l’altra, con occhi critici con la centralità dei temi della parità tra generi e orientamenti sessuali“.

Una tigre ferita

Questa curiosità è un peccato che l’Egitto di Al Sisi sembra non voler perdonare a Patrick George Zaky, a cui si contestano post su Facebook che verosimilmente non ha mai scritto e che gli sono stati esibiti una sola volta durante le udienze in cui un tribunale frettoloso e distratto decide in circa trenta minuti se prolungare una carcerazione preventiva. In attesa di un processo all’esito del quale Zaky rischia fino a 25 anni di carcere (si veda l’articolo uscito su Strisciarossa il 5 marzo 2021). Forse perché come ha spiegato recentemente ‘Alā al Aswānī, grande scrittore egiziano, autore di libri come “Palazzo Yacoubian” e “Sono corso verso il Nilo”, dedicato alla (mancata) Primavera di piazza Tahrir. “La letteratura tenta ogni volta di spiegare le ragioni della sofferenza umana”. Sulle rive del Nilo queste ragioni sono certificate da uno stato d’assedio ultratrentennale. Ma ora, continua Al Aswānī, “il regime è una tigre ferita” ed è molto più pericoloso di quello dell’era Mubarak, dove almeno sapevi quali erano i confini da non oltrepassare. Anche una domanda di troppo sulla condizione umana provoca un cortocircuito di sospetti e reazioni scomposte degli apparati di sicurezza. Come è avvenuto per Regeni, che indagava sui sindacati indipendenti egiziani. Come sta avvenendo ora per Zaky.

Spiega Giada Rossi che ,”in un Paese come l’Egitto, tutto ciò che ha a che fare con diritti umani e delle minoranze assume connotati pesantissimi imposti dal regime di Al Sisi. Parliamo tra l’altro di un Paese che ha decine di migliaia di prigionieri politici. Ma noi cerchiamo anche di non vedere i paesi occidentali come apripista o particolarmente emancipati da questo punto di vista. Anche da noi ci sono mille situazioni quotidiane veramente tragiche”.

L’assenza delle istituzioni

La battaglia per liberare Zaky è come un motore in cui funzionino solo due cilindri su quattro. “Un grande merito di questa mobilitazione – dice Giada – è aver messo insieme voci di professionisti e impiegati, forze politiche e della società civile. Quello che si può fare è mantenere altissima l’attenzione, premere dal basso. L’obiettivo è una risposta forte da parte delle istituzioni, che finora non c’è stata. E’ vero che l’Università di Bologna si è esposta, ha fatto tanto. E’ vero che varie figure politiche e istituzionali hanno fatto dichiarazioni abbastanza forti. Ora tutto ci dà una mano. Quello che è mancato, è una risposta fattiva a livello nazionale e delle istituzioni europee. Siamo Paesi che si definiscono democratici, difendiamo i diritti umani e poi facciamo trattati commerciali del valore di miliardi con Paesi che questi diritti umani calpestano quotidianamente. Occorrono prese di posizioni forti, che facciano capire anche al regime egiziano che non tutto si può fare”.

Una prima mossa potrebbe essere la cittadinanza italiana per Zaky. Una petizione su Change.org sta puntando in questi giorni verso le 200 mila firme ed è stata accompagnata dalle cittadinanze onorarie concesse a Zaky da numerosi consigli comunali. “La petizione non è stata promossa dal nostro comitato di compagni e amici di Zaky, ma assolutamente la supportiamo e la difendiamo”, dice Giada. “Anche questo – aggiunge – sarebbe un gesto simbolico veramente molto forte e darebbe voce a una parte importantissima della società civile che, in questi mesi, ha fatto vedere da che parte sta. In anni di populismi dilaganti e di crisi politiche, non sono state molte le occasioni in cui la società civile si è schierata con tanta decisione e consapevolezza dalla parte della solidarietà. Non siamo molto abituati a vedere il volto di un Italia capace di accogliere. Ma aggiungo che Patrick non ha bisogno di essere accolto. Ha vinto una borsa di studio prestigiosa in una Università italiana. Quindi, a tutti gli effetti, fa parte della nostra comunità e della società civile. Il fatto di riconoscerlo ed esprimerlo è un inizio anche se sicuramente non è sufficiente”