5 Stelle, cambia poco
o nulla. La bussola
resta il populismo

Sarà vero che di questi tempi (e magari anche in altri) è difficile appassionarsi ai duelli Di Battista-Di Maio, ma fa impressione ugualmente l’indifferenza generale che ha accompagnato gli Stati generali del Movimento 5 Stelle, ovvero il loro congresso. Il M5S è il partito di maggioranza relativa in Parlamento e quasi assoluta al governo. Sgombriamo subito il campo da confronti improponibili con altre epoche politiche, quando il congresso del partito di maggioranza, la Dc, segnava lo spartiacque di una legislatura o addirittura di una intera fase politica. Lasciando pure da parte il Pci – un’assemblea di sezione aveva più partecipazione, dibattito e pathos di quanto si sia mai visto sulla piattaforma Rousseau – allora non c’era partito, neanche il piccolo Pli, i cui congressi non fossero vere prove di democrazia, con proposte politiche e anche di leadership alternative.

Ma a che serve, appunto, rivangare il passato? A parte e non senza contraddizioni il Pd – non a caso l’unico che continua a chiamarsi partito – i congressi sono usciti dalla scena politica. Anche a sinistra: qualcuno è al corrente del dibattito interno dentro Liberi e Uguali? E c’è chi è in grado di distinguere, anche in modo infinitesimale, Italia Viva dalle scelte e dalle fortune del suo capo?

Anche se sottotono gli Stati generali del M5S vanno comunque presi sul serio, se non altro per cercare di capire in quale direzione va il partito inventato da Beppe Grillo. Va detto subito che tutte le principali previsioni si sono realizzate. Dall’assenza polemica, a un passo dall’addio, di Davide Casaleggio, sempre più irritato dalle critiche e dalle prese di distanze, soprattutto economiche riguardanti la sua piattaforma-azienda, all’assalto frontale di Di Battista contro il nuovo corso pentastellato dopo la rottura (assolutamente subìta) dell’alleanza con Salvini; dal prevalere di Di Maio e dei governisti sia sul tema delle alleanze nelle amministrative del prossimo anno (con il Pd ma non necessariamente con il Pd) sia sull’adozione di una leadership collettiva, il già sperimentato direttorio. Prevedibile anche l’intervento del premier Conte, col suo consueto equilibrismo che sperimenta con abilità ora al governo ora nel partito di provenienza.

La quintessenza pentastellata

Nulla di nuovo, insomma. Tanto meno sotto l’aspetto della cultura politica. La bussola continua ad essere sempre il populismo, anche ora che quel vento soffia meno impetuoso in tutto l’Occidente. Non è un caso, del resto, che in casa pentastellata non abbiano preso con particolare entusiasmo l’uscita di scena di Donald Trump, il capo riconosciuto del populismo mondiale, verso il quale in passato non sono mancate le manifestazioni di simpatia. E’ noto peraltro che lo stesso Conte abbia cercato e in piccola misura ottenuto la benedizione trumpiana (“Dear Giuseppi”) e che le sue felicitazioni al vincitore delle presidenziali, Joe Biden, siano state alquanto al di sotto di quelle espresse immediatamente da tutte le principali cancellerie europee.

La verità è che il Movimento 5 Stelle è incapace di suonare un altro spartito. Il populismo è la sua quintessenza, la sua ragione di essere. Tutte le principali scelte di governo ascrivibili direttamente ai pentastellati nel Conte 1 e nel Conte 2 vanno esattamente in quella direzione: dal reddito di cittadinanza (meglio, dalla sua presentazione: “Abbiamo sconfitto la povertà”) a quota 100 (condivisa con Salvini e non subìta), dalla prescrizione infinita e dalla politica punitiva nelle carceri del ministro Buonafede all’attacco alle autorità indipendenti, dal taglio dei parlamentari alla politica dell’immigrazione, all’insegna di una xenofobia non tanto lontana da quella della destra leghista. Fino all’irresponsabile no ai finanziamenti europei per la sanità previsti dal Mes, nonostante la tragedia della pandemia.

Aspettarsi cambi di rotta, su questi versanti, era ovviamente illusorio. Per dirne una, nemmeno i 19 processi finiti nel nulla ad Antonio Bassolino, accenderanno mai un dubbio garantista nella leadership pentastellata vecchia e nuova. Il duello tra Di Maio e Di Battista in questo non è solo poco appassionante: semplicemente non esiste.