Il bivio dei 5S
tra europeismo e populismo

Il “segnalibro” di queste ore di vera, sofferta confusione vissute dai parlamentari cinque stelle e dalla loro frastornata base sta tutto in quel riferimento alle parole che Grillo avrebbe pronunciato a proposito della nascita del governo Draghi e dell’accantonamento della loro pedina più pregiata, il presidente del Consiglio uscente, Conte. Secondo la versione fornita da alcuni parlamentari M5S, il megafono del “Movimento” avrebbe cassato ogni ipotesi di partecipazione allo sforzo di Draghi riconfermando pieno e indissolubile sostegno a Conte, almeno così si dice mentre i “Ragazzi dello zainetto” si arrabattano cercando di capire quale sia la strada che potrebbe loro consentire di non affondare in primo luogo nella melma di pensieri che offuscano l’istinto di sopravvivenza di questo soggetto politico.

Ma, sembra evidente, la notizia più tosta riposa proprio nell’assenza di una indicazione chiara e pronunciata in prima persona dal garante storico della formazione: come a Medjugorje, sono le “vestali” – i più vicini al mito – a trasmettere e a interpretare il messaggio “divino”… e non era mai accaduto. Così, quegli ex ragazzi vivono l’inedita sensazione dell’abbandono ad opera dei padri fondatori, da un lato, e dall’altro di una nuova, stordente, libertà. Nessuno dei santi protettori darà loro la linea? Dovranno cavarsela da soli? A chi risponderanno delle loro prossime, decisive scelte, oltre che al Paese? E Casaleggio, storica scuola di formazione dei cinque stelle “apriscatole”, dov’è finito? Con questo misterico burattinaio, si sa, i rapporti sono in crisi nera da un pezzo, c’è aria di vertenza aspra, di rendiconto finale, e intanto Grillo centellina da tempo i suoi oracoli, sempre più rarefatti, sempre più distanti…quindi, eccoci in vista del mare aperto, non facile se non sei allenato alle sue fantastiche aperture prospettiche.

Ma in fondo, un capitano c’è, ce l’hanno, uno che tiene il timone, e si chiama Giuseppe Conte, il solo, sembra, in grado di reggere le onde anche a bordo di un relitto. Ed eccolo, infatti, dopo essere stato disarcionato e dopo essere rimasto in silenzio per molte ore, dire la sua a metà giornata di un giovedì di febbraio non qualunque, e con garbo, su quello che aspetta l’alleanza tra M5S, Partito democratico e Leu, e anche su quel che aspetta lui, l’ex inquilino di Palazzo Chigi.

Parole ragionevoli…

Parole ragionevoli, pacate, istituzionalmente ben fondate che partono da un ringraziamento sentito nei confronti del Presidente Mattarella, e delle componenti di una alleanza di governo alle quali riconosce piena lealtà, fino in fondo. Spiega che non sarà un ostacolo al cammino di Draghi, che se si cercano sabotatori, conviene guardare altrove – e dice Renzi senza dirlo – che il bene del Paese è il bene ultimo e primo, che lui ci sarà, per i cinque stelle come per l’alleanza, esperienza che ha dato dei buoni frutti e che deve proseguire, crescere. In pratica, annuncia il suo sostegno ad un governo “politico” – non tecnico – che Draghi, augura Conte, si appresta a mettere assieme.

Il Presidente del Consiglio uscente delinea una posizione stimabile, comunque la si guardi, che va a orientare, soprattutto, un confronto all’interno dei cinque stelle, nelle ore immediatamente precedenti la sua comunicazione ufficiale, sgovernato da pulsioni confuse, in cui confluivano la rabbia forte per lo smacco subito con il siluramento del governo, i segni di un conseguente grave disorientamento, la voglia di rivincita, la disperazione della salvezza, le tracce evidenti di una più che possibile, imminente frammentazione del partito.

Questa disposizione dell’animo toglie intanto terreno alla deriva “esplosiva” innescata da Di Battista e dai suoi seguaci che avevano tenuto a esprimere un no secco a Draghi e ai suoi tentativi di mettere assieme i numeri di una maggioranza sufficiente per il suo nascente governo. Morra, Taverna, Lezzi, Toninelli: un coro – molto vicino all’ombra di Casaleggio – , e insieme una barricata eretta contro un presidente del Consiglio incaricato visto come interprete dei poteri forti, adottando la stessa ottica frontista a parole “anti-sistema” fatta propria da Trump alla vigilia della sua sconfitta elettorale.

…e parole dure

Per il resto, parole sì dure pronunciate nelle convulse assemblee parlamentari di partito, ma anche possibiliste, aperte agli sviluppi, infinitamente più caute nei confronti di una situazione non voluta ma che forse conviene analizzare, verificare, aldilà delle spinte reattive: frantumato il tabernacolo dei fondatori, delle guide spirituali, per i cinque stelle è iniziato il tempo della politica, di una politica della quale saranno da qui in avanti pienamente responsabili, autori in prima persona. Mentre escono dal quadro di una esperienza di potere sintetizzata in laboratorio, negli uffici della Casaleggio Associati, e smettono di essere cyborg eterodiretti, sempre e comunque collegati alla centrale operativa e da questa tenuti in vita. Come in un film di liberazione.

Ora, Di Maio, Raggi, Buffagni e tanti altri potranno apprezzare davvero cosa pensino, cosa a loro stia a cuore, quale cultura interpretino, verso quale prospettiva intendano procedere, pure da una posizione attuale davvero drammatica: loro,infatti, la maggiore componente partitica del Parlamento, mentre nel Paese hanno perduto la metà dei consensi e di conseguenza dimezzato la loro autorevolezza, il peso specifico di quegli scranni.

E capita di vederli ora sbeffeggiati malamente nei talk-show, derisi da quei commentatori che pure in tempi più lontani avevano preferito non vedere come l’iniziale deriva di quella formazione tanto anomala fosse figlia di un pensiero di nuova estrema destra, populista e spaccone, devoto al concetto in base al quale basta che uno pensi e gli altri eseguono, che la politica si può più degnamente riassumere nel corpo del leader, che la minoranza deve starsene buona oppure se ne vada, che il mancato allineamento su quel corpo del capo sia un tradimento della “vocazione”, della fede. Ora che sono usciti da quella condizione di totale soggezione, ora che sono confusi ma discretamente liberi e per questo meno forti, meno temibili, ora si può metterne alla berlina le incertezze, la goffaggine con cui provano a stare al gioco. Un teatro classico, in cui operano sempre, in base ad un ciclo organico collaudatissimo i poco fascinosi netturbini di sistema, gli adoratori del potere qualunque esso sia, o quasi.

Si spaccheranno?

Si spaccheranno? Può essere, sì. Smetteranno di dichiararsi né di destra né di sinistra? In qualche modo dovranno chiarire. Crimi, il reggente, fa il duro che non si piega, aveva detto “mai con Draghi”, ma le cose attorno a lui corrono, eccome e il primo a smarcarsi e a mettere in angolo questo atteggiamento è proprio Conte. Intanto, è l’europeismo a tenere banco e a dividere, eventualmente, la materia in gioco. Chi sta con l’Europa senza incertezze e fino in fondo e chi invece balbetta altro, in sintonia con Salvini e Meloni, tanto per “non essere di destra”. E ancora: se a ragione si era guardato con decisa diffidenza alla proposta di una alleanza organica tra M5S e Pd avanzata da Zingaretti, ora che il mare si apre davanti ai cinque stelle senza più catene ai piedi, un’alleanza di prospettiva con la sinistra appare un azzardo comunque giocabile, anche in vista delle elezioni amministrative. Ma è chiaro che l’impianto resta solo nell’ipotesi che il M5S voti come Pd e Leu in favore del governo Draghi.

In coda al confronto interno, Di Maio aveva concluso che comunque il M5S avrebbe deciso cosa fare dopo le consultazioni con il nuovo presidente del Consiglio… quindi accettando di andare a vedere le carte. Si è parlato anche di dare la parola alla base, ma è cosa tutta da verificare dal momento che la votazione dovrebbe avvenire solo sulla piattaforma Rousseau, di proprietà di Casaleggio. Con tutte le incognite che una consultazione così cruciale porterebbe con sé, dal momento che nessuno è in grado di verificare la correttezza nella raccolta e nel conteggio dei voti. Tutto è in movimento, e i buoni segnali non mancano…