25 dicembre 1991, la bandiera rossa
non sventola più sul Cremlino

Trenta anni fa. La sera del 25 dicembre 1991, spaccando il minuto come sempre, a Mosca risuonò la sigla del telegiornale Vremja, mandata in onda dalla torre tv di Ostankino. C’era una febbrile attesa: si sapeva che avrebbe parlato Gorbaciov. Per l’ultima volta. Da presidente dell’Unione Sovietica.
Dapprima spuntò l’orologio che segnava le nove della sera (le 19 in Italia), subito dopo a pieno schermo apparve l’immagine di Mikhail Gorbaciov, inquadrato su uno sfondo bianco con dietro un drappo rosso lungo la parte sinistra della parete. In sovraimpressione la scritta “ITA-CNN”, perché c’era stata un’intesa tra l’Agenzia d’Informazione Televisiva russa e l’emittente americana. S’era, effettivamente, tutti con il fiato sospeso. Se si vuole, anche non poco emozionati. Il “Gorby” acclamato nelle strade del mondo, invocato dai giovani berlinesi un mese prima della caduta del Muro, stava per entrare nelle case dei sovietici, da Minsk a Vladivostok, da Alma Ata a Taskent, da Kiev a Tblisi, da Leningrado a Baku, per annunciare il suo addio. E le parole più crude arrivarono presto. Guardò diritto alla lucetta rossa della telecamera e, con voce triste ma ferma, disse: “Ha vinto la disintegrazione dello Stato. Io non sono d’accordo. Vi parlo per l’ultima volta come presidente”. Poi, con amarezza: “I cittadini hanno perduto il loro Paese”.

“Così non si può vivere”

La Casa sul lungofiume
La Casa sul lungofiume

Il discorso durò undici minuti e 22 secondi. Di scatto, indossai cappotto e colbacco, saltai alla guida della mia Zhigulì e imboccai il Lenin Prospekt. Faceva, ovviamente, molto freddo. Sotto zero. Nevischiava. Il traffico quasi inesistente. Andavano i filobus semivuoti, gli spazzaneve erano pigramente in azione. C’era, allora, in mezzo allo spartitraffico del Leninsky, una grandissima, quasi imponente, scritta di propaganda: “CCCP оплот мира” che voleva dire “Urss, baluardo della pace”. Il lungo vialone, a tre corsie per carreggiata, partiva tanti chilometri lontano, dai quartieri sud-occidentali di Mosca e, in pratica, portava diritto nel cuore della capitale. Sul tragitto: la Piazza Gagarin, il primo cosmonauta, la Piazza Ottobre con la statua di Lenin, l’ambasciata di Francia, l’albergo esclusivo “Oktjabriskaja” del Comitato Centrale sulla Dimitrova, la “Casa sul Lungofiume”, tempio di privilegi e anche di dolori descritto da Trifonov, il ponte sulla Moscova e, infine, la Piazza del Maneggio e le mura con le guglie e le stelle del Cremlino. Uno spettacolo.

Questa era la scena quella notte. In Occidente era Natale, a Mosca un mercoledì come un altro. In apparenza. Gorbaciov aveva parlato chiaro. Le sue parole, forse volutamente, furono le stesse che si dissero l’un l’altro, lui e il suo ministro degli esteri, Eduard Shevardnadze, passeggiando sulle rive del Mar Nero, prima dell’avvento della perestrojka nel 1985. “Tak, zhit nelzhja, così non si può vivere”. Era, sei anni prima, la condizione in cui da tempo versava l’Urss, con un’economia fallimentare, divorata dal costo della corsa agli armamenti. Una situazione che andava modificata. Al più presto. Il Paese stava scoppiando. E Gorbaciov se la ricorda quella frase. Gli torma prepotentemente alla mente. Un tarlo. E la mette, come epitaffio, nel suo discorso di commiato, proprio sei anni e mezzo dopo. La tv rilanciava nelle case la rivendicazione dello sforzo compiuto con il progetto riformatore: “Io potevo regnare, ma non l’ho fatto. Sarebbe stato amorale”, ha vantato Gorbaciov, riconoscendo che l’apertura della società si era rivelata un’impresa “molto complessa”. E ha chiamato in causa le forti resistenze dell’apparato burocratico.

“La storia punisce chi arriva in ritardo”

Terza pagina de l'Unità del 27 dicembre 1991
Terza pagina de l’Unità del 27 dicembre 1991

Il Cremlino era bello. Maledettamente struggente di notte. Quella notte ancor di più. Un pugno nello stomaco per il suo straordinario fascino. La Piazza Rossa lucida e riflettente. La Piazza Rossa, se la vedi per la prima volta, la devi vedere di notte. I Magazzini Gum illuminati all’interno. Le cipolle di San Basilio sempre di più colorate. Dentro le mura, il giorno precedente era passata di mano la “valigetta nucleare”. Da Gorbaciov ad un generale comandante che l’avrebbe messa nella disponibilità di Eltsin. Incombenze necessarie per una transizione ormai inevitabile, con le Repubbliche non più sovietiche ma ciascuna indipendente. Negli uffici una calma piatta. Vadim Zagladin, uno dei più stretti collaboratori, mi disse serafico, allargando le braccia, che era andata così e che bisognava passare anche questa vicenda. Fatalismo e raziocinio. Faceva gli scatoloni ma offrì ancora un caffè nelle tazzine con bordo dorato e la falce e martello. Giù, prima di entrare, il fantastico cambio della guardia continuò: dalla Torre Spasskaja sino al Mausoleo. Una marcia perfetta. Immobile nei decenni.

Gorbaciov scandì bene le parole. Due anni prima, nell’ottobre 1989, era corso a Berlino per ammonire i dirigenti della SED, il partito che avrebbe guidato, ancora per un mese, la Repubblica Democratica Tedesca. Il Muro sarebbe caduto il mese seguente. Sulla Unter den Linden, addobbata a festa per il 40° della RDT e la sfilata tradizionale, davanti al Neue Wache, il monumento ai soldati prussiani caduti nella guerra contro Napoleone, il segretario del Pcus consegnò a quei dirigenti un concetto premonitore: “La Storia punisce chi arriva in ritardo”. Ci fu, allora, tra i cronisti presenti (ero lì, a due passi, con Paolo Soldini, corrispondente de l’Unità in terra di Germania), una corsa all’interpretazione autentica di quelle parole. Ma c’era poco da discutere. Il senso era lampante. Ricordo che quella sera, sulle vie che portavano sull’Alexanderplatz, una marea di giovani di Berlino Est prese a marciare al grido di “Gorby, Gorby”! Il leader sovietico era da poco rientrato a Mosca. E, guarda un po’, quelle parole sul verdetto implacabile della Storia, lo riguarderanno in prima persona.

Un sovietico senza la vecchia patria

Parlava, quella sera di Natale, per dire che lui ci aveva provato quando fu eletto segretario del partito dopo la morte del malatissimo Konstantin Ustinovič Černenko. Certo, gli umori del Paese non erano dei migliori. Eppure, nel momento del saluto finale, nell’addio solenne, c’era anche un moto di orgoglio nel rivendicare i cambiamenti avviati: le riforme, le elezioni “libere”, la stessa libertà di religione e quella di stampa, il pluralismo dei partiti, tanto è vero che nel 1990 i candidati del Pcus ai soviet locali e per il soviet supremo della Russia si trovarono, spesso sconfitti, a competere con avversari delle correnti democratiche e radicali. Un Gorbaciov molto triste quando dice che “eravamo alla vigilia di una nuova Unione” ed invece i Sovietici, di lì a pochi minuti, si sarebbero trovati senza il loro Paese. Via la sigla CCCP (URSS), cancellate le targhe dagli uffici pubblici, dalle sedi di ambasciate e consolati in tutto il pianeta, sostituito il posto al palazzo di New York dell’Onu nel Consiglio di Sicurezza: il cartellino Russia al posto di Unione Sovietica. Il solo pensiero sconvolge Gorbaciov che tenta di trasmettere, forse disperato, questo sentimento attraverso il messaggio televisivo. Rassegnato e consapevole del fatto che le forti resistenze del sistema e del partito “ci hanno fatto perdere tempo”. Dunque, era tutto finito: “Il vecchio sistema è crollato prima che funzionasse il nuovo”. Il colpo di Stato aveva fatto il resto, la “crisi è stata spinta all’estremo”. Infine: “Lascio il mio posto con inquietudine, ma anche speranza, perché

Fotogramma del discorso di Gorbaciov nella sera del 25 dicembre 1991
Fotogramma del discorso di Gorbaciov nella sera del 25 dicembre 1991

siamo eredi di una grande civiltà”.

Il vasto piazzale davanti all’Hotel Rossja era deserto. Posteggiare lì non era mai stato un problema nemmeno di giorno, almeno all’epoca. Il Rossja! Un colosso dell’ospitalità con più di cinquemila camere e tanti traffici oscuri dentro. Negli anni di Putin, gravemente danneggiato da un incendio, è stato abbattuto. Macerie di un passato glorioso, ricco di storie incredibili, di associazioni a delinquere, di cambi valuta al nero, di turisti occidentali meravigliati, straniti, attratti dal fascino dei souvenir dei beriozka in valuta ma anche dei mercati popolari di Izmailovo o dell’Arbat, pieni di banchetti con le più incredibili cianfrusaglie, distintivi dell’Armata rossa e orologi Raketa, matrioske e scialli sgargianti. Quella notte era tutto quieto. Il silenzio delle nevicate leggere. Ero arrivato in pochissimo tempo. Una corsa di quindici minuti. Mi ero subito detto: se non c’è più l’Urss, non ci può più stare la bandiera sulla cupola, lassù in alto dietro il Mausoleo di Vladimir Ilich Lenin. Non c’era una telecamera che fosse una. Feci appena in tempo: sollevai lo sguardo e davvero, in alto sulle guglie, i due addetti, Valentin Kuzmin e Vladimir Arkhipikin, avevano già iniziato ad ammainare il vessillo con la falce, il martello e la stella. Scese lentamente ma inesorabilmente, sino a sparire. Per alcuni minuti l’asta rimase spoglia prima di far sventolare la bandiera russa. Mikhail Gorbaciov era ormai anche lui un sovietico senza la vecchia patria.

(3 – fine. Leggi qui la prima e la seconda puntata)