Morti sul lavoro:
la strage che non smuove
le coscienze

L’ultimo ammazzato dal lavoro si chiamava Eros Cinti. Aveva 42 anni, era padre di due figli piccoli di 6 e 11 anni. Due bambini, che sono stati travolti all’improvviso da una brutta storia più grande di loro. Due bambini, che già erano stati feriti dalla vita per la perdita della mamma. Immaginatevele queste storie. Immaginatevi il fotogramma di questo film che non finisce mai e che ogni giorno si ripete proiettando sullo schermo dell’Italia il racconto drammatico di tanti operai caduti su un assurdo campo di battaglia.

Eros Cinti il giorno delle nozze

Eros lavorava in un’azienda di movimentazione, la Geko, che aveva un appalto presso l’Ansaldo Energia di Genova, a due passi dal ponte Marconi. Ieri mattina all’improvviso un carico si è sganciato dalla gru e lo ha travolto. Ancora non si sa se a ucciderlo sia stata la copertura in acciaio di un alternatore che penzolava in aria contro il vento forte, oppure due casse in ferro che stava spostando insieme con un suo collega. Lo dirà la magistratura, che ha aperto un’inchiesta e ha sequestrato il cantiere. A noi resta da dire che non si può morire così. No, non si può.

Eros è il trentatreesimo morto del 2019. Trentatrè morti in appena venti giorni. Una strage. Che raramente conquista le prime pagine dei giornali, che difficilmente si impone all’attenzione scalzando le frasi ad effetto di un ministro o dell’altro. A ogni morto il dolore dei parenti, la rabbia dei compagni, la protesta dei sindacati. E poi, tutto si ripete uguale a prima.

Solo nel 2018, ha calcolato l’Osservatorio indipendente sui morti sul lavoro di Bologna, le vittime sul lavoro sono state 704. Rispetto al 2017 c’è un aumento di quasi il 10%. In un decennio (dal 2008 a oggi) gli operai uccisi dal lavoro sono stati 15 mila: come se fosse stata cancellata la popolazione di una città grande quanto Todi o quanto Sasso Marconi.

Eppure è una sporca guerra che non smuove le coscienze. Una silenziosa guerra che non interessa la politica, non interessa il governo, non interessa il Parlamento, nonostante abbia inaugurato la legislatura con una sessione straordinaria proprio su questo argomento. Ma nessuno di loro sembra aver ascoltato le parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato il Primo Maggio del 2018 invitando le forze politiche a darsi da fare per fermare questa assurda strage. Solo promesse, fatte a ogni morto, che non si trasformano mai in fatti concreti, in leggi, in finanziamenti, in iniziative di contrasto.

Alla richiesta unitaria dei sindacati – in prima fila la Cgil che in queste ore sta celebrando il suo congresso a Bari – di definire una strategia nazionale per la sicurezza, come succede in molti paesi europei, si risponde con il silenzio. D’altra parte, che volete, è un tema sul quale è difficile fare propaganda, con il quale è impossibile stuzzicare la pancia dell’elettorato. Sono poveri cristi quelli che restano a terra. Sono poveri cristi quelli che li piangono e si porteranno addosso la ferita per tutta la vita.

Ma questo dramma – questi quindicimila morti che messi in fila per terra occuperebbero lo spazio di venticinque chilometri, più della distanza che separa Firenze da Prato – non dovrebbe essere uno dei temi principali di una vera sinistra? Non dovrebbe, questa sinistra, occuparsi di loro, dei loro parenti, preparare le leggi, battersi in Parlamento, fare campagna per trovare le risorse per garantire la sicurezza? E non dovrebbe contrastare la selva di appalti, subappalti e precariati che sono spesso la causa di minori protezioni e di maggiori esposizioni al rischio di morire? Ma se non lo fa la sinistra questo, a chi mai possiamo chiedere di farlo? A un governo che proclama il cambiamento ma che sul lavoro e sulla sua dignità non cambia nulla e non mette alcuna risorsa?

Per questo Eros Cinti e i suoi due bambini rimasti orfani, sono l’ultimo tragico monito. Per tutti noi. Per tutti quelli, almeno, che credono che il lavoro sia un diritto. E non una condanna a morte.