1976, quando le grandi potenze dissero no al Pci di Berlinguer nel governo

Il 20 giugno 1976 le elezioni politiche anticipate, le prime alle quali parteciparono al voto anche i diciottenni, fecero registrare una inaspettata tenuta della Dc, del Psi e del Pri, un robusto aumento di consensi per il Pci e un netto calo per Pli, Psdi e Msi. Nonostante i socialisti fossero rimasti sostanzialmente stabili rispetto al voto del 1972, aprirono un dibattito interno che li portò nel luglio 1976 a cambiare il loro segretario Francesco De Martino con il piú giovane e dinamico Bettino Craxi con la cosiddetta «svolta del Midas». Il politico milanese, considerato il pupillo di Pietro Nenni, impresse un nuovo corso alla direzione politica del Psi che schierò in una posizione autonomista, ostile al compromesso storico tra Dc e Pci, ma anche contro l’alternativa di sinistra tra comunisti e socialisti propugnata dal suo predecessore. Gli occhiuti diplomatici inglesi individuarono prontamente in questa dinamica personalità la figura migliore per rimettere l’Italia sui giusti binari e farla uscire fuori dal tunnel.

L’esito elettorale rese più complessa la formazione di un nuovo governo anche perché il precedente di centrosinistra, guidato anch’esso da Moro, era caduto perché i socialisti avevano deciso di levargli l’astensione, determinandone la fine e le elezioni anticipate.

La crisi del quinto governo Moro era iniziata nell’aprile 1976, quando il presidente del Consiglio aveva riconosciuto di non avere più una maggioranza e di essere impossibilitato a formarne un’altra. Le sinistre si erano astenute dal presentare una mozione di sfiducia in cambio dell’assicurazione che Moro avrebbe presentato le dimissioni al capo dello Stato, cosa che avvenne il 10 maggio 1976, quando Leone comunicò lo scioglimento delle Camere e il voto anticipato per il 20 giugno 1976. Questo passaggio concordato consentì al governo dimissionario di gestire le elezioni sulla scia di quanto aveva già fatto Andreotti nel 1972 rimanendo in carica “per gli affari correnti” e non “per l’ordinaria amministrazione”, come avvertì il bisogno di precisare il segretario generale del Quirinale Nicola Picella.

Dopo le elezioni di giugno si aprì una lunga e complicata fase in cui le difficoltà interne di arrivare a un accordo per formare una nuova maggioranza si intrecciarono con la crescente diffidenza delle cancellerie estere. In quelle settimane, infatti, sui principali quotidiani nazionali e internazionali andò crescendo la preoccupazione per la formazione di un nuovo esecutivo, giacché l’ottimo risultato del Pci e l’indisponibilità dei socialisti a entrare al governo senza i comunisti avevano consegnato al partito di Berlinguer un potere di interdizione oggettivo, che impediva il varo di un esecutivo privo del loro sostegno e, dunque, avevano aperto una situazione di preoccupante stallo politico e istituzionale lungo la faglia più insidiosa, quella nazionale/internazionale.

Infine, fu varato il primo governo di solidarietà nazionale: un monocolore Dc, con l’astensione del Pci, il quale, per la prima volta dal 1947, abbandonava l’opposizione. L’esecutivo, noto anche come “governo della non sfiducia”, poté contare sull’astensione anche dei socialisti, dei socialdemocratici, dei liberali e dei repubblicani. Su indicazione di Moro ascese alla carica di presidente del Consiglio Andreotti, nella convinzione che il suo profilo più moderato, collegato agli ambienti del Vaticano e con buone relazioni sia con il mondo atlantico sia con le forze armate e i servizi segreti militari, potesse garantire meglio non soltanto il fronte internazionale, ma anche quello interno, dove conservatori e reazionari avversavano l’apertura al Pci in nome di un radicale anticomunismo.

Sia chiaro: nell’incontro tra Moro e Berlinguer si escluse a priori una partecipazione dei comunisti al governo, anche nella forma di un sostegno esterno alla maggioranza, ma secondo Andreotti il segretario del Pci sostenne che se gli “fosse stata loro chiesta esplicitamente l’astensione non era impossibile che ci arrivassero”.

Nonostante queste rassicurazioni, il Paese rimaneva un osservato speciale presso l’opinione pubblica occidentale, a rischio di commissariamento. Una settimana dopo le elezioni del 20 giugno, al G7 di Porto Rico, riservato alle sette potenze più industrializzate del mondo, l’Italia arrivò senza un governo in carica con pienezza di poteri, quindi nelle condizioni politiche peggiori. I suoi rappresentanti, Moro e Rumor, dovettero subire l’umiliazione di essere esclusi dalla colazione di lavoro del 27 giugno 1976 tra il presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Gerald Ford, il presidente della Repubblica francese, il conservatore Valéry Giscard d’Estaing, il cancelliere tedesco, il socialdemocratico Helmut Schmidt e il premier britannico, il laburista James Callaghan. Il verbale della riunione riservata, che affrontò la “questione Italia”, vide i quattro capi di Stato concordare sulla necessità di fare il possibile per tenere il Pci fuori dal potere, e Giscard d’Estaing propose di definire, in un prossimo incontro, una bozza di programma di governo da sottoporre agli italiani in cambio di un considerevole aiuto finanziario. Le quattro potenze stabilirono che avrebbero concesso aiuti economici all’Italia a condizione che i comunisti fossero rimasti fuori dal governo e che si approntasse una rigida politica di risanamento economico (il rapporto tra debito pubblico e Pil superava il 55 per cento).

L’8 luglio 1976, in una riunione a Parigi, le quattro potenze giocarono una sorta di partita a “Risiko” con l’Italia come obiettivo e con uno sguardo rivolto alla politica interna dei rispettivi Paesi: Giscard d’Estaing auspicò la nascita di un “centrodestra riformista” per evitare che un nuovo successo comunista rafforzasse il suo avversario, il socialista François Mitterrand; il rappresentante tedesco si espresse in favore della rinascita del centrosinistra così da contenere lo spavento che avrebbe potuto pervadere l’elettorato conservatore tedesco, favorendo i cristiano-democratici guidati da Helmut Kohl; gli Stati Uniti, invece, espressero il loro favore per un deciso rinnovamento della Dc in senso tecnocratico e anglofilo (le “fresh faces” auspicate da Kissinger che un mordace Andreotti consigliò nei suoi diari di tradurre con «volti nuovi» per evitare
il romanesco «fresconi»).

In quella circostanza le delegazioni produssero un documento segreto, intitolato Democracy in Italy, in cui auspicarono la fine della deriva italiana (“slide”, piú propriamente uno scivolamento che porta a una caduta) con il varo di un governo centrista, a guida democristiana, senza comunisti né fascisti, di cui si spinsero ad abbozzare un programma di massima, improntato a radicali politiche di austerità economica: il contenimento della spesa pubblica, la riduzione dell’evasione fiscale, la lotta alla corruzione e al nepotismo, l’obiettivo di raggiungere una concertazione tra imprenditori e sindacati e la necessità di cambiare dall’interno la Dc che avrebbe dovuto “liberarsi delle pecore nere”, “mettere ordine a casa sua” e contestare al Pci la sua egemonia culturale “riconquistando l’intellighenzia, le università e i media”. Tutto ciò, naturalmente, sarebbe dovuto rimanere riservatissimo perché, se si fosse realizzata una fuga di notizie, come notava il premier britannico, “finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani”.

Da lí a pochi giorni i fatti dimostrarono che il Pci rimase fuori dalla porta del governo, come richiesto dall’establishment economico, finanziario e politico internazionale, ma le trattative politiche che seguirono per assegnare le cariche istituzionali lo coinvolsero direttamente: Pietro Ingrao divenne il primo esponente comunista a presiedere la Camera dei deputati, ossia la terza carica dello Stato. Questo risultato scaturiva da una esplicita richiesta del Pci, formulata in una riunione del Comitato centrale del 2 luglio 1976, ove Gerardo Chiaromonte aveva tenuto la relazione introduttiva chiedendo “la fine di ogni preclusione anticomunista”.

 

Questo brano è tratto

dal libro di Miguel Gotor

“Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve 1966-1982”

(Einaudi)