1924-1939, i primi anni de L’Unità
un giornale nazionale e popolare

Torna in libreria, in una nuova edizione riveduta e aggiornata, «L’Unità» 1924-1939. Un giornale «nazionale» e «popolare» di Fiamma Lussana. È un ulteriore e utile contributo al dibattito sempre più ampio sul Pci nel centenario della sua nascita. La storia del Partito comunista d’Italia è ripercorsa attraverso la storia del suo giornale negli anni più difficili e tormentati di esistenza: dal primo numero, uscito il 12 febbraio 1924 (anzi, dal dibattito che lo precedette) all’ultimo uscito legalmente il 31 ottobre 1926, quando un attentato a Mussolini offrì l’occasione per varare le “leggi speciali” e liquidare l’opposizione partendo dalla soppressione dei suoi giornali. Negli anni successivi, quelli della clandestinità, leggere e diffondere il giornale costò – come ricostruisce il volume – il carcere e il confino per quanti ebbero la volontà di resistere e combattere e a cui quelle pagine portavano il conforto di un’organizzazione ancora attiva.

Il nome voluto da Gramsci

Il libro di Lussana ripercorre in maniera puntuale gli svolgimenti della politica comunista così come traspaiono dalle pagine del giornale. A partire dalla lettera di Gramsci che suggerì il nome: «Io propongo come titolo “L’Unità” puro e semplice», un programma politico che si incardina su una interpretazione della storia d’Italia e dei «rapporti tra operai e contadini», che non riguardano sole questioni «di classe», ma è «un problema territoriale» «uno degli aspetti della questione nazionale». Da qui discende una linea editoriale: «dovrà essere un giornale di sinistra, della sinistra operaia. Non è molto facile fissare tutto ciò in un programma scritto; ma l’importanza non è di fissare un programma scritto, è piuttosto nell’assicurare al partito stesso, che nel campo delle sinistre operaie ha storicamente una posizione dominante, una tribuna legale che permetta di giungere alle più larghe masse con continuità e sistematicamente».

Gramsci non è ancora segretario del partito. Scrive questa lettera da Mosca e quando esce il primo numero è a Vienna, ancora costretto all’esilio da un mandato di cattura. Questa formula – capace di tenere insieme lotta politica e analisi teorica, che Gramsci aveva sperimentato a Torino prima all’edizione piemontese dell’«Avanti!», poi all’«L’Ordine nuovo» (e che nei Quaderni definirà «giornalismo integrale») – si imporrà ben presto e sarà una cifra che caratterizzerà il quotidiano nel corso della sua lunga storia. Ma le condizioni di semi-legalità, che significarono chiusure e sequestri, continui arresti e pestaggi dei giornalisti e dei diffusori, non consentirono al giornale di divenire compiutamente «nazionale» e «popolare» com’era nei propositi del giovane gruppo dirigente raccoltosi intorno a Gramsci.

La qualità del giornale

Negli anni 1924-1926 «L’Unità» fu certamente il giornale di Gramsci. Per aver pubblicato un suo editoriale con un titolo sbagliato e non pochi refusi nei mesi che precedettero il suo arresto, Gramsci ingaggiò una dura polemica con la redazione, accusandola di «poco scrupolo professionale inscindibile da irresponsabilità politica». A nulla valsero le repliche di Alfonso Leonetti e dell’assemblea di redazione che ricordarono a Gramsci le difficili condizioni nelle quali erano costretti a lavorare, respingendo quelle che ritenevano «furie» dettate da isterismo. Egli rincarò la dose:
le opinioni del Partito si diffondono attraverso il giornale: «Se si diffondono vestite da Arlecchini e Stenterelli, non sono più le opinioni del Partito, ma un mezzo per confondere il cervello degli operai e per far ridere alle nostre spalle».

Il primo numero

Leonetti sapeva bene, dai tempi dell’«Ordine Nuovo», quanto Gramsci tenesse alla qualità del giornale, e come li rimproverava quando qualcosa non andava: «Domani Agnelli, può chiamare i suoi operai e dire: vedete? Non sanno fare neanche un giornale e pretendono di dirigere lo Stato». (Questi primi tre anni dell’«Unità» sono ora consultabili sul Portale delle fonti per la storia del Pci –  https://www.archivipci.it/– che ambisce ad aggregare documenti dal 1921 al 1991. Il portale ospita anche altri periodici: le tre serie dell’«Ordine nuovo» (settimanale, quotidiano, quindicinale), «Lo Stato operaio» dal 1927 al 1943 e a breve saranno “caricati” i numeri dell’«Unità» usciti clandestinamente sino al 25 aprile 1945 e buona parte delle riviste comuniste del dopoguerra a cominciare da «Società», «Il Contemporaneo», «Vie nuove».)

Chi leggeva l’Unità

Lussana ripercorre le “svolte” di linea – dal “socialfascismo” ai “fronti popolari”, alle offerte di “riconciliazione nazionale” – ma cerca anche di abbozzare un profilo dei lettori de “l’Unità” attraverso una fonte d’archivio illuminante: le lettere, sequestrate dalla polizia fascista, inviate dagli emigrati a parenti o amici in Italia, contenenti numeri del giornale, stampati su sottilissima carta riso. Così nel 1933, «l’amico Vicino G.» da Nancy scrive al «Signor Tenca Angelo» nel Cremonese: «Per la prima volta che ò la combinazione di avere questo giornaletto te lo mando a te ma zitto lo farai vedere ai compagni più severi». Oppure Umberto Grossi che, sempre dalla Francia, invia al nipote «l’Unità» e «Battaglie sindacali», perché «legga bene il contenuto» e li passi poi a suo padre. O, ancora, la lettera che Antonio De Bernardin invia nei giorni della dichiarazione di guerra all’Etiopia a Mirta, restata nel Cadore: «Coraggio o donne, lottate a fianco di noi per emanciparvi, per esser la compagna degli uomini e non la schiava, capace solo di far figli per poi mandarli al macello, per servire e proteggere gli interessi d’un branco di parassiti, che distorce il diritto, l’onore e l’amore alle giovani generazioni».

Sono lettere di persone semplici, che hanno scarsa dimestichezza con la scrittura, ma che vedono in quelle pagine stampate le armi per abbattere il fascismo e lottare per il loro riscatto. Ma anche intellettuali non comunisti guardavano a questa stampa clandestina: Benedetto Croce ha parole di elogio per l’introduzione di Angelo Tasca alle lettere di Antonio Labriola che «Lo Stato operaio» pubblica tra il ’27 e il ’30; nel marzo del ’36, sempre Croce riceve presso la casa editrice Laterza la raccolta completa dell’annata 1935 dell’«Unità» – prontamente sequestrata.

Essere un giornale popolare e nazionale insieme è il proposito che si concretizza solo dopo la Liberazione, quando le «Unità» diventano quattro: a Torino, Milano, Genova e Roma. Nel fare un’inchiesta sulla stampa romana, «Belfagor», la rivista di Luigi Russo, riconosceva nel 1951 che il quotidiano del Pci non era solo «un organo di partito, ma anche un grande giornale d’informazione», in grado di raggiungere «strati di opinione pubblica anche indifferenziata e comunque più vasti di quelli dei propri attivisti». La «fattura tecnica del giornale» è curata «sia dal punto di vista tipografico sia dal punto di vista editoriale», e la terza pagina ospita «articoli di notevole impegno ideologico», ma è aperta alla «collaborazione di scrittori democratici».

L’autonomia del partito e il bisogno di un giornale

Sconfessando le teorie sul maggiore appeal dell’“informazione libera”, l’«organo del Pci» riesce a proporre una coerente lettura delle notizie, dagli avvenimenti del mondo alla cronaca nera; una proposta culturale formativa dei propri militanti e interessante anche per chi non lo è; con un proprio stile e un proprio linguaggio, una scrittura mai banale, un’attenzione all’impaginazione e alla cura degli aspetti formali.

Un quotidiano politico e di informazione in grado di offrire la propria interpretazione della storia corrente. Restano illuminanti le parole scritte da Berlinguer in occasione del 60° anniversario del quotidiano: «È difficile parlare dell’autonomia di un partito se esso è alla mercé di chi detiene il dominio nel campo della informazione. Ciò e vero per tutti partiti, ma lo è particolarmente per quel partito o quei partiti i quali si propongono compiti di trasformazione politica e sociale».
Il libro di Lussana offre un’ottima occasione per tornare a riflettere su quell’esperienza e sul rapporto tra politica e giornalismo.

Presentazione del 25 maggio
martedì , ore 17,30
Donald Sassoon e Carlo Spagnolo
presentano
Fiamma Lussana, «L’Unità» 1924-1939. Un giornale «nazionale» e «popolare», Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2021
introduce e coordina Maria Luisa Righi
sulla pagina Facebook della Fondazione Gramsci
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