Zingaretti trionfa alle primarie. Ora può rifondare il centrosinistra

Pochi, fino a qualche giorno fa, avrebbero scommesso sulle primarie del Pd. Nessuno, di sicuro, avrebbe immaginato che in una bella domenica di marzo più di un milione e mezzo di italiani si sarebbe messo in fila e avrebbe scelto come segretario Nicola Zingaretti con oltre il 60% dei voti, archiviando così, in modo netto, la fallimentare stagione politica di Matteo Renzi. Questa è la prima notizia: un messaggio di speranza in un’epoca di cattiveria, di odio e di paura. Insieme alla grande manifestazione di sabato a Milano, le primarie del Pd dicono che forse è cominciato il risveglio del centrosinistra. Il popolo di questa “sinistra nonostante”, come l’ha definita Ezio Mauro su Repubblica, continua ad esserci e si ostina a partecipare.

Nicola Zingaretti è ora il nuovo segretario del Pd. Lo diventa non con qualche clik su una piattaforma web, ma con un consistente voto popolare che va al di là di ogni previsione. Quel milione di elettori che lo ha scelto gli conferisce un mandato preciso: rifare il Pd, rifondare la casa del centrosinistra, cancellare la sindrome di superiorità e di autosufficienza– come ha scritto QUI Giuseppe Provenzano – e quello sbandamento neoliberista che hanno imprigionato il Pd provocando la più grave sconfitta della sinistra nel dopoguerra. Non sarà un compito facile. Per riuscire Zingaretti avrà bisogno di molto coraggio, di grande determinazione e non dovrà fare nessuna concessione a quel che resta del vecchio Pd al quale gli elettori hanno voluto dire addio.

Il nuovo segretario ha di fronte a sé tre sfide importanti dalle quali dipenderà la possibilità per il Pd di riprendere il cammino interrotto, come hanno chiesto gli elettori, e di diventare l’alternativa credibile alla destra sovranista e al populismo grillino.

1. Un voto così chiaro dice che serve una netta discontinuità nelle scelte politiche. Non qualche aggiustamento, ma proprio una rottura programmatica. E il riferimento non è solo a Matteo Renzi, che ha portato alle estreme conseguenze un vizio di origine della sinistra dopo la svolta dell’89 e la fine del Partito comunista. Possiamo dire che da allora è iniziata una lunga fase in cui i vari leader hanno tentato di accreditarsi come “moderatori” degli eccessi del capitalismo liberista. In sostanza, hanno cercato – non sempre ma troppo spesso – di fare meglio e in modo meno brutale quello che voleva fare la destra, piegandosi alla filosofia dell’austerità che ha causato in Europa danni incalcolabili.

Il centrosinistra ora deve ritrovare una nuova strada: essere interprete di un progetto alternativo al modello di sviluppo che si è imposto in questo ventennio. Deve riportare al centro il tema del lavoro, soprattutto della qualità del lavoro, superando le storture introdotte in questi anni. Deve pensare a un nuovo welfare nell’epoca della precarietà, per garantire protezione e diritti a chi rischia di non averne mai. Deve puntare sul futuro e immaginare, oltre a un grande rilancio della scuola, un piano di investimenti per l’occupazione dei più giovani superando la logica delle mance e dei sussidi a perdere. Deve parlare di diritti e favorire – di fronte alla ferocia del governo giallo-verde – l’idea di una nuova umanità fatta di accoglienza e integrazione nei confronti dei migranti che chiedono aiuto. Insomma, il centrosinistra dovrà essere capace di proporre una nuova idea di società che non sia una scopiazzatura di quella degli altri e che faccia perno sulla lotta alla disuguaglianza. Solo in questo modo, essendo alternativi nei progetti e non solo nelle parole, sarà possibile ritrovare un’egemonia culturale per sconfiggere la destra sovranista che ha occupato gli spazi lasciati vuoti dalla sinistra. Solo in questo modo, con una chiarezza di contenuti e di ideali, si potrà trasmettere la passione necessaria per rimettersi in marcia.

2. Bisogna archiviare il mito della vocazione maggioritaria del Pd. E’ un mito logoro che nel contesto odierno appare persino ridicolo viste le percentuali dalle quali partono i dem. Ma è soprattutto un mito sbagliato: perché continuerebbe a spingere il Pd nel recinto dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità e lo renderebbe ancora vittima di quel complesso di superiorità che ha segnato gli ultimi anni. E’ necessario invece riscoprire il valore dello stare insieme, del confronto delle idee e dei programmi, la capacità di costruire nuove alleanze soprattutto nella società. Proprio la questione sociale deve tornare ad essere la preoccupazione principale: quali strati e quali settori della società bisogna tenere insieme per cambiare l’Italia. Le coalizioni nascono da qui: dagli uomini in carne ed ossa e dalle idee, dai problemi e dalle soluzioni. Non si tratta di riattaccare i cocci di gruppi dirigenti che si sono divisi, il problema non è far tornare Bersani o D’Alema, ma costruire un percorso che faccia sentire a casa quelli che se ne sono andati, che non hanno votato più. Guardate che sono tanti – la crisi dei Cinque stelle lo dimostra – e aspettano un segnale per presentarsi all’appuntamento e tornare a combattere insieme superando steccati e rancori.

3. Un partito non è la sommatoria dei tweet né dei twittatori più bravi. Non basta affacciarsi sui social e scatenare la guerra dei post per essere credibili e creare consenso. Assolutamente no. Certo, serve anche quello, ma non è sufficiente. Per questo va archiviata l’idea di partito leggero che ha accompagnato la breve vita del Pd. Un partito esiste se ha le sue ramificazioni territoriali – se sta dentro il “gorgo” avrebbe detto Pietro Ingrao – se conosce i problemi e le dinamiche sociali. Se è un punto di riferimento credibile. Qui non scopriamo nulla di nuovo, non bisogna inventare niente: basterebbe ricordarsi di quello che era il Pci e, con tutte le differenze di epoca e di peso della politica, ricostruire una rete che parta dalle periferie. Ma oggi c’è bisogno anche di innovazione: bisogna creare nuovi strumenti di confronto, più dinamici, che coinvolgano i più giovani e facciano riscoprire il gusto della politica, che altrimenti resterà un affare dei vecchi. Il Pd può tornare a respirare se sarà in grado di essere contemporaneamente tradizione e innovazione e se sarà capace di ricostruire quel senso di comunità andato completamente distrutto nella guerra contro i gufi e i rosiconi. Soprattutto va messa in soffitta la pretesa che basti un uomo solo, decisionista quanto serve e poco incline al confronto, a guidare un partito di sinistra. Non ha funzionato. Non funzionerebbe. Al Pd serve un grande “noi” piuttosto che un grande “io”.

Per Zingaretti, come si vede, non sarà una passeggiata. Ma se saprà ascoltare – come ha promesso nel discorso dopo la vittoria – se si circonderà di donne e uomini che non facciano gli adulatori, se riuscirà a costruire un nuovo gruppo dirigente – nuovo soprattutto nelle idee e non solo nei volti – e se non si piegherà ai piccoli compromessi pur di andare avanti, ha buone possibilità di poter scrivere un’altra storia anche con il rischio che qualcuno alla fine scelga un'”altra strada”.

La prima prova saranno le elezioni europee di maggio. Sarà l’occasione buona per misurare il cambiamento di rotta e la capacità di rimettere insieme quello che altri hanno spezzato.