Zingaretti, se ci sei
alza la voce
e fatti sentire

Deve sudar le proverbiali sette camice, il segretario del Pd, nel cercare di tenere unito un partito a più teste; costretto a misurarsi con minacce di scissione ogni qualvolta il percorso politico diventa più impervio e richiede soluzioni rapide e decisive. Questo visibile lavoro paziente di ricucitura è sufficiente, però, per farlo essere e apparire come un forte leader dell’opposizione? O la sua afonia comunicativa anziché semplificare rende più complicata e arzigogolata la vita dei democratici?

Nel pentolone del niente

Tutti convocano conferenze stampa, tutti fanno battute ai microfoni di giornalisti che ormai sono attendati davanti ai luoghi della politica; tutti dichiarano; tutti si mostrano sorridenti o piangenti sui social. Siamo in piena “dichiarazia”, cioè in una repubblica che si fonda, oltre che sulla carta costituzionale, sempre più sulla chiacchiera. Il sagace Giorgio Bocca si poteva permettere di liquidare tutto questo con una feroce battuta: “Ognuno dica la sua, che sommata alle altre finisce nel pentolone del niente”.

Giusto, solo che il niente di oggi non è il niente dei suoi tempi. Il frastuono è diventato congenito al modo di concepire la politica e di comunicarla. In questi giorni è aumentata di molti decibel la propria rumorosità, data l’eccezionalità della crisi in atto. In questo frastuono scompare la figura del leader del maggior partito d’opposizione. Zingaretti appare, in questi decisive giornate, come afono; incapace non solo di apparire come chi detta l’agenda del partito ma anche di farsi ascoltare.

Mostra la corda, il suo modo di rapportarsi agli stessi media al fine di spiegare la via che indica la bussola del suo partito. Migliaia di voci democratiche rigonfiano di pareri i social: sono semplici frasi o ragionamenti più complessi che segnalano un sistema di aspettative. Tutto questo fervore che si alimenta nella società civile, e che trova riscontro nella sfera digitale, sembra sfuggire alla pratica comunicativa del segretario e del suo gruppo dirigente. C’è modo e modo per parlare all’opinione pubblica e la proprio elettorato. Si può fare anche rifuggendo dall’urlo, dall’arrendevolezza alla spettacolarizzazione. Si può usare la rete con intelligenza, senza ricorrere all’abuso del social. I tempi sono cambiati. E’ dannoso non capirlo.

Il capo e il sistema dei media

Nella contemporaneità non ci si è mai liberati, in realtà, della figura del capo politico. La personalizzazione della politica, e l’irrompere di un nuovo e robusto sistema dei media, ha generato una nuova figura di leader, modificando ruoli, figure e fenomeni che si erano consolidati nel “secolo breve”. I leader di quest’ultima generazione nulla hanno a che fare con i capi politici del passato. Ce ne siamo accorti anche nel confrontare gli stili di vita dei personaggi politici quando frequentano le spiagge.

Figure come Berlinguer e Pertini, o De Gasperi e Moro o La Malfa, Saragat e Pannella ci conducono nel mondo che fu, appagando la nostalgia e la memoria. Il presupposto del loro agire era la politica e, al centro, c’erano i partiti che avevano estesi rapporti con i propri militanti e con i ceti di riferimento e le masse popolari. Quel mondo, che pure va ricordato e valorizzato, non c’è più. I nuovi leader basano la ricerca del consenso sul rapporto diretto con i cittadini. Internet ha favorito l’emergere di questa tendenza.

Non si può però parlare solo di effetti derivanti dalla rivoluzione tecnologica. La nuova forma di dialogo non si rivolge più a classi sociali, e nemmeno a gruppi sociali definiti, ma a una società pulviscolare, a un popolo d’individui. Nell’usare questa tecnica comunicativa non si fa più riferimento a ideologie o a forti motivazioni valoriali. Esperti “spin-doctor” creano narrazioni (questo vocabolo ha da poco preso il posto dell’abusato storytelling) che, giocando sull’antica contrapposizione tra noi (buoni) e loro (cattivi), vanno incontro alle attese del popolo degli individui. Si modificano i toni e i linguaggi. Si semplifica, si enfatizza, si banalizza: la persuasione perde il suo tono seduttivo e si trasforma sempre più in propaganda.

Come superare gli eccessi tecnocratici

I nuovi leader sono ormai, come ha scritto recentemente Carlo Galli, nel motivare l’inizio del leaderismo, figure talmente pervasive a tal punto che si potrebbe scrivere la storia come una successione di capi: il potere politico ha ormai di solito il volto e il corpo del leder che guida e conduce. “Nell’Italia dei partiti – scrive – c’erano personalità capaci di mediare o decidere. Ora la crisi delle istituzioni e dei corpi intermedi ha prodotto figure che parlano a un pubblico pulviscolare, puntando tutto sull’emotività e sulla costruzione del nemico (…). Sono inaffidabili, ma i loro successi segnalano l’esigenza di superare gli eccessi tecnocratici”.

maurizio bettini metaforeQuel mondo è finito con l’irreversibile crisi dei partiti ottocenteschi e novecenteschi e con l’affermarsi, negli anni Ottanta, di un sistema dei media che ha elaborato e affermato una propria logica e cultura, sia nelle routine produttive che nella gestione dei rapporti con le altre sfere che formano l’opinione pubblica.

Di questo il Pd di Zingaretti deve prendere atto in quanto il processo è, almeno in questa fase, irreversibile. Il passaggio dal modello, molto verticale, al modello digitale, con le sue specifiche pratiche e norme, comporta mutamenti sostanziali nel modo di proporre l’immagine e la sostanza di una politica. Fino agli anni Ottanta la politica poteva dettare la propria agenda ai media, specie alla stampa, che si è portata dietro troppo a lungo un vizio d’origine, l’eccessivo legame al sistema dei partiti e della finanza. Da allora si sono affermate nuove logiche, nuove culture, nuove tecnologie. Non è un caso che la sinistra sia finita in un angolo, smantellando e svendendo le tradizionali voci di partiti senza, però, avere la capacità di attrezzarsi all’uso delle nuove tecnologie.

Siamo entrati in una nuova era

Non tutto il nuovo deve farci sbarrare gli occhi dalla meraviglia. Vi sono anche pecche gravi e rischi che derivano da un eccesso di spettacolarizzazione. L’uso sofisticato di sistemi cross-mediali e quello massiccio dei social può indurre molti giornalisti a diventare semplici comprimari dei nuovi leader. Alcune recenti tendenze, come quelle di mandare in onda le auto-interviste di alcuni leder in diretta nei tiggì, senza intermediazione alcuna, può indurre a mollare progressivamente su un punto che è fondamentale nella professione giornalista: essere mediatori tra la fonte e il pubblico. Tolti questi vizi, i politici non possono far finta che non si sia entrati in una nuova era e che questo riguarda direttamente il loro modo di essere e il loro modo di fare comunicazione politica.

Non si possono far ricadere tutti questi limiti e ritardi sulle spalle del nuovo arrivato, Zingaretti. E’ stato, di fatto, sempre sotto assedio e costretto a inseguire una quotidianità fatta di continui chicchirichì di galletti ruspanti o di polli d’allevamento. Forse stava pensando che oltre alla struttura organizzata del partito, in sostanza azzerata dalle precedenti gestioni, c’era da metter mano anche al modello di comunicazione politica: dal rapporto con i media, dall’uso dei social e delle tante innovative forme che Internet oggi permette. La crisi però è talmente rilevante che lo obbliga a farci i conti quanto prima. Cioè subito. Zingaretti, se ci sei, alza la voce.