Whirlpool, un sogno industriale diventato incubo per gli operai

C’è chi in questo capannone di via Argine, estrema periferia orientale colonizzata dai bazar dei cinesi che fanno arrivare le loro cianfrusaglie a buon mercato direttamente dal porto nei container China Shipping, c’è cresciuto. Come Pietro, 50 anni e tre figli, due all’università e uno ancora al liceo. Tutti i giorni, da 26 anni, in motoretta da corso Secondigliano, che ci sia il sole o piova a dirotto. “È come quando sei abituato a guardare l’orizzonte attraverso un vetro pulito e, all’improvviso, quel vetro si oscura e tu non riesci a vedere più niente”.

La generazione di Pietro è quella più numerosa, tra i 410 lavoratori della Whirlpool di Napoli che dal 1° novembre non potranno più entrare in fabbrica perché la fabbrica chiude: anzi se ne va. Pietro e quelli della sua età sono la “terra di mezzo” tra le maestranze ormai prossime alla pensione che alla metà degli Ottanta, poco prima del passaggio di proprietà (avvenuto nel 1991), rilevarono il testimone direttamente dalle mani dei “pionieri” della mitica Ignis di Ponticelli, e l’ultima leva di operai, entrati in fabbrica all’inizio del nuovo secolo. Ma in fabbrica Pietro c’era da prima di essere assunto. “A dieci anni ci venivo con mamma, che aspettava papà a fine turno, poi prendevamo il tram per tornare a casa tutti insieme”.

Economia globalizzata

Dire Whirlpool significa raccontare solo l’ultima parte, quella legata alle dinamiche astruse e disumane dell’economia globalizzata, della storia di questo stabilimento, che è un po’ la metafora perfetta del sogno industriale nazionale. La fabbrica di elettrodomestici viene chiusa da algidi e feroci manager, capaci di piantare in asso perfino il capo del governo nel bel mezzo di un vertice e andarsene senza dare spiegazioni. È successo la settimanascorsa a Palazzo Chigi, e il performer in questione si chiama Luigi La Morgia, pescarese, che nemmeno era nato nel 1963, quando grazie all’intuizione di un “cummenda” venuto dal popolo e passato alla storia, Giovanni Borghi, ex artigiano di Comerio, fu inaugurata l’Ignis di Ponticelli. Si era in pieno boom, e Borghi aveva appena trasformato la Serit (Smalterie Elettriche Riunite Ignis Tirreniche), azienda di famiglia nata nel ’49 dall’acquisizione della napoletanissima Smalteria De Luca, in un sito produttivo dal quale sarebbero usciti gli oggetti simbolo del raggiunto benessere dell’Italia del Miracolo.

Lavatrici e frigoriferi. Con questi ultimi che, in via sperimentale, garantivano l’isolamento termico grazie a una struttura portante di poliuretano espanso, che a differenza della tradizionale lana di vetro utilizzata fino ad allora richiedeva solo un sottile rivestimento e permetteva di ridurre notevolmente le dimensioni, ma non il litraggio. Risultato: il costo unitario per prodotto calò sensibilmente, e così i prezzi. E ogni famiglia (o quasi) poté accedere al prezioso status symbol.

Cintura operaia

Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, intanto, andavano popolandosi di industrie: intorno alla fabbrica modello cresceva e s’irrobustiva la “cintura operaia” che sarebbe stata per un quarantennio il cuore democratico e progressista di Napoli, e oggi è una landa desolata, presidiata dai cinesi di giorno e martoriata di notte dal crepitio delle “stese” dei guaglioni di malavita. “È vero – conferma Michele, 35 anni, uno della terza generazione di lavoratori – chiudere questo sito è un po’ come ammainare una delle ultime bandiere.

Significa privare il territorio di un presidio di legalità”. Uno dei simboli della speranza che sfiorisce è lo sguardo preoccupato di Teresa, 42 anni, che a Ponticelli c’è nata e ci vive con la famiglia. Ha un marito disoccupato e due figli maschi poco più che ventenni, “che abbiamo sempre tenuto lontani dalla strada, ma quando manca la certezza del reddito non puoi garantire più niente: né a te stesso, né ai tuoi, né alla società che ti circonda”. Il corteo – l’ennesimo – che attraversa il centro di Napoli verso Santa Lucia, la sede della Regione, a tratti è come attraversato da una vena sottile di rassegnazione, che si fa rabbia a intermittenza, senza peraltro uscire mai dagli argini. “È una lotta simbolo – argomenta Claudia, 32 anni, una delle ultime assunte. – Rinunciare a questa fabbrica significa, per Napoli, qualcosa che va molto al di là dei 410 posti di lavoro che si perderanno. Significa rinunciare a un pezzo di speranza di rinascita della città”.

Regione, Comune e governo

La Regione, per bocca del governatore De Luca, annuncia l’intenzione di mettere sul piatto 20 milioni di euro per convincere l’azienda a riprendere la produzione: nei prossimi giorni ci sarà una seduta di Consiglio regionale interamente dedicata alla vertenza. De Magistris se la piglia col governo, il governo, attraverso il viceministro Buffagni, si dice certo “che una soluzione si troverà”. Parole. Che piovono sul corteo senza scalfirlo.

“Andremo avanti – promette Antonio Accurso, segretario generale dei metalmeccanici della Uil campana – ma le ipotesi che circolano, riguardo a cooperative o simili sono speculazioni ideologiche che non poggiano su reali possibilità. I lavoratori meritano rispetto e non possono essere lasciati soli”. Già, chissà però se basterà.