Liberarsi di Trump:
i Repubblicani
alla prova più difficile

“Queste tragedie ci hanno ricordato che le parole contano e che il potere di vita o di morte risiede nella lingua. Siamo stati avvertiti che il prezzo della libertà è un’eterna vigilanza“. Quasi albeggia, quando il Congresso chiude il processo di ratifica e finalmente Joe Biden viene proclamato presidente. Barry Black, il cappellano del Senato, sigilla con una preghiera quella che doveva essere una cerimonia e si è invece trasformata in una pagina nera per la democrazia Usa. Le parole contano, dice. Sono state parole, velenose come serpenti e soprattutto bugiarde, quelle che hanno trascinato l’America sull’orlo del baratro. Trump, certo, non era tra la folla di neonazisti, sciamani di Qanon, complottisti allevati con cura sotto la sua ala protettiva, Proud boys razzisti, la faccia più sporca e più retriva dell’America che ha sfregiato il Congresso. Le sue parole però hanno guidato come le note del pifferaio magico l’esercito di fedelissimi e su di lui oggi puntano un indice accusatore non solo Biden e i democratici, ma anche una parte della compagine repubblicana uscita con le ossa rotte dal braccio di ferro di Trump con il sistema democratico.

Il giorno delle dimissioni

 

Il giorno dopo l’attacco al Congresso è il giorno delle prese di distanza, delle dimissioni date all’interno dell’entourage presidenziale, del “non in mio nome”. Si dimettono il vice consigliere per la sicurezza nazionale Matt Pottinger e Elaine Chao, ministra dei Trasporti. Mick Mulvaney, ex chief of staff del presidente, annuncia un passo indietro dal posto di inviato speciale per l’Irlanda del Nord. Altri, come il consigliere per la Sicurezza nazionale, Robert O’Brien,e il vice capo di gabinetto, Chris Lidddel, starebbero valutando le dimissioni e – si dice – non sono i soli.

Chi resta, fa sapere, lo fa anche per impedire che sia nominato qualcun altro di peggiore al posto suo. Si teme Trump possa giocare qualche altro brutto tiro di qui al 20 gennaio, data dell’insediamento di Biden. Per precauzione, perché le parole contano e sono più affilate di lame, Facebook mette al bando il presidente uscente fino ad allora. Twitter si è limita ad una sospensione che potrebbe diventare permanente, si vedrà. Perché dalla Casa Bianca non è arrivato alcun segnale di ripensamento, solo una promessa a mezza bocca che il passaggio di consegne sarà “tranquillo”, condita dall’ennesima rivendicazione di una vittoria rubata.

Il pericolo c’è. E stavolta lo hanno visto anche i trumpiani della prima ora. Il senatore Lindsey Graham, un pezzo da novanta, si arrende: “Tutto quello che posso dire è non contare su di me, quando è troppo è troppo”. E lui, che era stato mandato a ricontare i voti della Georgia, non senza esercitare pressioni per gettare al macero un po’ di voti democratici, ammette che Biden è il presidente legittimamente eletto e stop. L’ex ministro della Giustizia William Barr parla a chiare lettere di “tradimento” da parte di Trump. E tra le righe, nel non detto delle dichiarazioni ufficiali, traspare un interrogativo enorme: che fare per mettere la sicura a Trump? Come disinnescare questo scorcio impazzito della sua presidenza?

Ipotesi 25° emendamento

Joe Biden con Nancy Pelosi

I democratici e un solitario senatore repubblicano invocano il 25° emendamento, introdotto dopo l’omicidio di JFK, per consentire un passaggio rapido di poteri. Prevede il subentro del vicepresidente in caso di incapacità o impossibilità del presidente di esercitare le sue funzioni. L’iniziativa deve partire dai membri del governo e ha bisogno dell’avallo del Congresso, con una maggioranza dei due terzi, che i democratici non hanno. Una scorciatoia potrebbe essere quella di tirare per le lunghe la ratifica parlamentare, lasciando a Pence le redini fino al 20 gennaio. La speaker democratica Nancy Pelosi chiede esplicitamente ai leader repubblicani di agire, indicando come alternativa una nuova procedura di impeachment, che però ha il difetto di avere tempi non brevissimi.

Il partito repubblicano avrebbe ora un’occasione per redimere almeno una parte delle proprie colpe, consumate in anni. Potrebbe accadere, il muro di silenzio ormai si è incrinato, anche se la reticenza residua non è un fenomeno marginale. Solo il 27 per cento degli elettori repubblicani, secondo un sondaggio YouGov, ha visto nell’irruzione al Congresso una minaccia per la democrazia (contro il 93% dei democratici), il 45% addirittura condivide la scorribanda dei manifestanti pro-Trump.

Per il Gop è un momento drammatico, come per l’America del resto. Il momento di agire è adesso: l’alternativa è tra tentare di governare il disastro o esserne travolti, se non in un’aula di tribunale, quanto meno su un piano politico. Le inchieste cominciano a fiorire. Si indaga intanto sul ruolo della polizia, che si è mostrata debole se non connivente con i rivoltosi, Biden stesso ricorda ben altri modi usati con i manifestanti di Black lives matter e invoca chiarezza. Il procuratore generale ad interim Michael Sherwin annuncia un’inchiesta sul ruolo di tutte le parti coinvolte nell’attacco al Congresso, manifestanti e Trump incluso. “Se saranno trovate delle prove, saranno incriminati”.