Vizi privati e pubbliche
virtù d’un eurodeputato
omofobo ungherese

Coincidenze, certo. Ma il regista di “Vizi privati e pubbliche virtù”, il bel film che una quarantina d’anni fa scandalizzò i benpensanti offrendo uno spaccato non proprio da educande delle abitudini dei rampolli della nobiltà asburgica, era un ungherese: Miklós Jancsó. E ungherese è anche József Szajer, l’eurodeputato che quella fatale dicotomia l’ha praticata nei fatti e non nella finzione cinematografica.

Fino a ieri sera non era chiaro perché Szajer, esponente importante di Fidesz, il partito di Victor Orbán, si fosse dimesso, lunedì 30 novembre, dal parlamento europeo all’improvviso e senza spiegazioni. Poi giornali e tv belgi hanno spiegato l’arcano. La sera prima Szajer era stato trattenuto dalla polizia perché aveva partecipato a una festa in un circolo privato di Bruxelles con una ventina di altri uomini, cosa proibitissima in questi tempi nella capitale belga che detiene il triste primato della capitale europea più flagellata dal Covid.

Ma per quanto violare le misure anti-covid di questi tempi non sia uno scherzo (e probabilmente l’ex deputato dovrà risponderne in tribunale), non è per questo che Szajer ha pensato che dopo essere stato pizzicato non ci fossero alternative alle dimissioni. Il fatto è che la festa era, più propriamente, un gay-party. Un’orgia, nel linguaggio crudo del giornale on line che per primo ne ha dato notizia. Niente di male, ovviamente, a parte la violazione dei divieti di assembramento (e il presumibile mancato rispetto del distanziamento tra le persone), se non fosse che Szajer non solo è esponente di un partito che si distingue da sempre per la difesa dei “valori morali” della patria magiara contro la diffusione dell’omosessualità che corrompe la società, travia i giovani, disgrega le famiglie e via pontificando, ma si è sempre impegnato in prima persona nella difesa di quei “valori”, battendosi con passione contro tutti gli atti parlamentari in difesa dei diritti delle comunità Lgbt. Interventi che hanno passato più volte in aula il confine dell’omofobia aperta, procurandogli qualche richiamo dai presidenti dell’assemblea.

Insomma, il più classico caso del predicar bene e razzolare male – “male” dal punto di vista di quelli che la pensano come lui – che ha esposto il fustigatore di costumi (altrui) alla necessità di chiedere scusa con un penoso auto da fé in cui chiede a tutti di non estendere la condanna “al mio paese e alla mia comunità politica”. Passi per il paese, ma Orbán e il suo partito…