Vince la rivolta della società civile
Varsavia e Budapest rinunciano
al veto sui fondi europei

La rivolta della società civile ha piegato i campioni della democrazia illiberale. Di fronte alla prospettiva di uno scontro durissimo e frontale con Bruxelles, e anche allo scenario di un taglio secco dei fondi europei su cui i loro paesi reggono gran parte della loro economia, Viktor Orbán e il polacco Jarosław Kaczińsky (il vero comandante in capo della Polonia) hanno fatto marcia indietro e ritirato il veto al bilancio comunitario. I fondi del Next Generation EU non sono più in pericolo – cosa che fa tirare un grosso sospiro di sollievo ai governanti di Roma – e non c’è neppure più il rischio che l’Unione debba cominciare l’anno in arrivo con un bilancio provvisorio, che avrebbe pesantemente ridimensionato gli ambiziosi progetti della ripresa e della modernizzazione ecologica e digitale dell’economia europea.

La svolta è maturata ieri, quando è apparso chiaro che il governo ungherese e quello polacco di Mateusz Morawiecki non reggevano più all’ondata di proteste che sta dilagando nei loro paesi e che ha trovato una clamorosa espressione in una lettera, scritta dai sindaci di Budapest Gergely Karácsony e di Varsavia Rafał Trzaskovski e firmata da ben 256 loro colleghi di praticamente tutte le città di qualche rilievo nei due paesi. La lettera denuncia il comportamento “irresponsabile” dei capi dei due governi e con una intelligente provocazione invita i responsabili delle istituzioni europee a versare direttamente ai comuni i soldi che i vertici del potere pretendono di bloccare a livello nazionale.

Il “Patto delle città libere”

Ma non si parla solo di soldi. Karácsony e Trzaskovski invitano a rinnovare il “patto delle città libere” che è stato sottoscritto da essi stessi e dai colleghi di Praga e Bratislava l’anno scorso per segnalare l’adesione delle loro amministrazioni ai valori della civiltà giuridica e del rispetto dei diritti fondamentali, per “offrire un’alternativa al populismo” dei loro governi nazionali e “per rafforzare i legami con l’Europa”.

Il sindaco di Budapest Karacsony

Nelle settimane scorse si erano andati moltiplicando i segnali di ribellione verso le scelte dei governi sovranisti. In Ungheria ci sono state manifestazioni operaie contro le leggi che limitano gravemente la libertà dei sindacati sui posti di lavoro e introducono assurde disposizioni in fatto di straordinari. Tutte le città della Polonia erano stata attraversate dalle forti proteste delle donne contro la promulgazione di una legge che rende praticamente illegale ogni forma di interruzione della maternità. Questo fermento sociale si è andato coagulando nella ribellione contro l’atteggiamento antieuropeo dei sovranisti al potere. E gli echi sono arrivati a Bruxelles, anche nel PPE che continua a mantenere nelle proprie file il Fidesz, il partito di Orbán, che pure aveva sospeso più di un anno fa in un soprassalto di decenza del gruppo parlamentare. Ora anche i popolari sembrano aver perso la pazienza e il capogruppo Manfred Weber ha evocato apertamente la prospettiva dell’espulsione. Meglio tardi che mai.

Il sindaco di Varsavia Trzaskovski

La pressione, d’altronde, si è fatta sentire anche dentro l’establishment visto che da qualche tempo è proprio il numero due del governo di Varsavia, il vice di Morawiecki Jarosław Gavin a guidare la fronda contro il capo del governo, a esprimersi apertamente contro il veto e – a quanto si dice – a negoziare in proprio con la presidenza tedesca del Consiglio europeo il compromesso che renderebbe possibile a Orbán e ai suoi sodali di Varsavia di tirarsi indietro senza perdere del tutto la faccia.

Le note amare del compromesso

Il compromesso, appunto. E qui vengono le note amare. Se ne stava parlando ieri sera, fino a tarda ora, a Bruxelles e dalle indiscrezioni che filtravano dalla riunione dei rappresentanti permanenti pareva uscire uno schema che prevedrebbe il mantenimento della condizionalità dello stato di diritto fissata dalla Commissione e sancita dal Parlamento europeo, quella per cui l’erogazione dei fondi a Varsavia e Budapest sarebbe comunque condizionata alla rimozione di tutte le misure illiberali e lesive della democrazia adottate dai due governi: violazioni dell’indipendenza della magistratura e dell’autorità monetaria, restrizioni alla libertà dei media, gravi limitazioni alla libertà di insegnamento. Si tratta di punti – sottolineavano ambienti della Commissione e del Consiglio – sui quali Bruxelles non può transigere e sui quali in ogni caso non transigerebbero il Parlamento europeo e alcuni governi (ieri sera si faceva il nome di quelli dei Paesi Bassi e del Lussemburgo, e spiace che non venisse evocato anche quello italiano). Orbán, Kacziński e compagnia bella dovrebbero ingoiare il rospo.

Manifestazione delle donne a Varsavia

Ma ci sarebbe un “ma” che pesa quanto un macigno. I governi di Budapest e di Varsavia pretenderebbero di accompagnare la loro rinuncia all’opposizione alla condizionalità del rispetto dello stato di diritto con delle dichiarazioni unilaterali con le quali sosterrebbero che il non possumus europeo non avrebbe influenza sulle materie delle politiche familiari (vedi non solo la legge contro l’aborto in Polonia, ma le iniziative e le politiche omofobe abbondantemente praticate in tutti e due i paesi) e delle migrazioni (vedi le inumane misure anti-migranti e le violazioni sistematiche del diritto di asilo e la negazione di garanzie per gli stranieri). “Atti politici” autonomi dei governi, li definirebbero. Come se esistessero sfere della politica e del diritto sulle quali l’Europa dovesse astenere il giudizio e sospendere criteri princìpi giuridici e morali.

Vedremo come finirà la trattativa. Ma dovrebbe parere a tutti abbastanza evidente che le istituzioni europee non possono accettare che i sovranisti di Višegrad si costituiscano una specie di riserva dentro la quale non valgano i controlli di democrazia e di garanzia di diritti fondamentali. Sarebbe un compromesso marcio.

Si prenda intanto atto della rinuncia al veto, ma si segnali con grande chiarezza all’opinione pubblica europea ma anche (e forse soprattutto) a quella dei due paesi che le riserve sono intollerabili e non accettabili e che le politiche antidemocratiche verranno comunque perseguite con gli strumenti giuridici a disposizione: la Corte di Giustizia di Lussemburgo e le disposizioni del Trattato europeo, a cominciare dall’articolo 7 che prevede la sospensione del diritto di voto e in prospettiva l’esclusione per i paesi che non rispettino i valori fondamentali.

Il presidente del Consiglio italiano, che ieri ha aggirato in Parlamento lo scoglio dei veti e controveti sul MES dovrebbe indicare chiaramente che l’Italia è schierata dalla parte dei princìpi. Le questioni della governance del Recovery Plan sono certo importanti, ma in gioco non ci sono soltanto i soldi che dovranno arrivare.